Vercelli

Alla scoperta dei “sette castelli” di Buronzo e delle terre di Baraggia, la “savana” piemontese

BURONZO. Il nucleo antico di Buronzo, piccolo centro sito nell’alta pianura vercellese, è occupato per buona parte della sua estensione dall’imponente castello consortile, tipologia architettonica rara, considerata come la variante signorile del ricetto, che è invece d’impronta popolare. Innalzato su una motta, in posizione dominante, e attestato sin dalla prima metà dell’XI secolo, il complesso attuale è la risultante di interventi edificatori successivi dovuti ai signori di Buronzo, nobile lignaggio derivato dai signori di Casalvolvone, primi feudatari del luogo, che si divise con il tempo in sette rami, detti colonnellati, mantenendo però un’unione consortile, disciplinata da regole comuni e periodicamente rinnovata per mezzo di patti ratificati dai conti, poi duchi, di Savoia, cui i Buronzo si legarono dal 1373.

In cambio della dedizione, che garantiva loro il controllo di un’area strategicamente rilevante, teatro delle contese tra Savoia, Visconti e Monferrato, i dinasti sabaudi concessero ai signori di Buronzo importanti privilegi, come esenzioni tributarie, la facoltà di effettuare rappresaglie contro i nemici senza preventiva autorizzazione sabauda e il diritto di dare protezione a chi volessero, tranne i Visconti. 

La struttura consortile dei Buronzo, che prevedeva sul piano giuridico l’elezione di un “chiavaro”, scelto tra i rappresentanti dei sette colonnellati, con funzioni di rappresentanza e compiti di gestione dei beni comuni (come fossati e mura di cinta), si rispecchia in modo evidente sull’impostazione dell’area fortificata, unica in Europa, che si presenta come un complesso di “sette castelli”, essendo composta da più case-forti appartenenti ai vari rami della famiglia, raggruppate attorno a una piazza interna e con un lato affacciato verso l’esterno.

La porzione del complesso eretta dal ramo dei Presbitero è la parte che conserva gli ambienti più sfarzosi, allestiti nel corso del Seicento con la trasformazione in senso residenziale dell’edificio. Sul basamento medioevale venne impostata una sopraelevazione che ospita al suo interno il celebre Appartamento delle “Imprese”, serie di cinque sale rivestite da soffitti a cassettoni e ornate da fascioni con lo straordinario ciclo pittorico delle “Imprese” (o emblemi), comprensivo di ventotto scene commentate da motti in latino, con valenza morale e riferimenti biblici, che si richiama a una moda letteraria e figurativa invalsa in Piemonte tra Cinquecento (esempi a Fossano e Manta) e Seicento (Buronzo). Il repertorio di scene e motti è attinto da due testi, Le imprese illustri di diversi (personaggi), coi Discorsi di Camillo Camilli (Venezia, 1586) e Le imprese sacre di Paolo Arese, noto come Trismegisto, oratore, filosofo, teologo (prima metà del Seicento).

Ciascuna “Impresa” si compone di una parte figurativa, detta corpo, e da una scritta, detta anima, la cui unione esprime significati allegorici, tutti da interpretare. Tra le più rappresentative, nella quarta Sala compare l’Impresa dell’“L’elefante che guarda una mano spremere un grappolo d’uva” con il motto Acuor in proelio, spronato alla battaglia, riferita all’episodio biblico del Libro dei Maccabei in cui le truppe di Giuda Maccabeo somministrano agli elefanti succo d’uva e di more, mistura eccitante che incita al combattimento. La torchiatura dell’uva evoca poi la Passione di Cristo, la cui contemplazione infonde coraggio ai timidi, come Giuseppe d’Arimatea.  

Nella terza Sala si trova, fra altre, l’Impresa del Pesce volante sul mare con il motto Sursum et subter (In alto e in basso), dove il pesce volante, che guizza tra i flutti e s’innalza sopra di essi, richiama il santo, che conduce una vita attiva, immergendosi “nelle acque di questo mondo”, ma anche contemplativa, innalzandosi alla conoscenza delle cose divine.

Dai loggiati seicenteschi, realizzati nella parte sommitale dei blocchi edilizi anche per esigenze legate all’essiccazione dei prodotti agricoli, la vista spazia sull’alta pianura risicola sino alla conca di Oropa e al monte Rosa, rendendo evidente il ruolo riconosciuto a Buronzo di “capitale” delle terre di Baraggia, nome utilizzato per designare un’ampia fascia pedemontana tra novarese, vercellese e biellese che presenta lineamenti geomorfologici e vegetazionali analoghi alle Vaude del Torinese. Nelle Baragge si distingue una parte settentrionale, ai piedi delle colline, con vasti altipiani ricoperti da vegetazione in larga parte spontanea, con distese di brughiere, e attraversati da profondi solchi scavati dai torrenti e una porzione meridionale, fertile e vocata per l’agricoltura, in cui l’ampliarsi dell’alveo dei corsi d’acqua, con scarpate più dolci, lascia maggiore spazio alle opere di terrazzamento e livellamento.

Non è facile stabilire, alla luce degli studi sino a oggi compiuti, se la caratteristica conformazione “a savana” che ha reso famoso il paesaggio di Baraggia sia originaria o derivi in parte dall’azione antropica esercitata nei secoli sull’ambiente naturale. Dagli antichi rilievi cartografici risulta una presenza massiccia dell’incolto, che tende a ridursi progressivamente con l’avanzare dello sfruttamento agricolo, acceleratosi a partire dal Seicento. Nelle fonti scritte medioevali riferite a questi territori si registra una certa ricchezza terminologica, che riflette la varietà delle destinazioni d’uso: aree boschive, indicate come nemus nel caso del bosco ceduo governato dall’uomo o silva per la foresta d’alto fusto, terreni tenuti a pascolo, la cui locazione a pastori di pecore biellesi costituiva importante fonte di reddito per il consortile, e le zone chiamate “zerbi” o “barazia”, appezzamenti con vegetazione arbustiva o a macchia dove si alternano praterie di molinia, sottobosco di brugo, e alberi come farnie, roveri, carpini, pioppi, betulle, castagni.

Nel corso del XVII secolo si diffuse nel Piemonte orientale la coltivazione del riso che, introdotta nel tardo Medioevo per iniziativa dei monaci cistercensi di Lucedio, si estese nei secoli successivi grazie alle opere di canalizzazione idraulica, necessarie per l’allagamento delle risaie.   

Il riso si innestò in un ambiente che, tra tardo Medioevo e prima età moderna, appariva profondamente diverso dall’attuale, con boschi e acquitrini alternati a prati e pascoli, all’alteno, dove la vite era associata agli alberi da frutto, e a campi di cereali, frumento, segale, miglio, panico. Proprio dai grani di miglio, in latino panicum, mescolati a verdure e carne o latte si ricavava una minestra asciutta di tradizione gallica, detta panicium, progenitrice del moderno risotto, che rivive nei termini “panissa/paniscia”, note specialità a base di riso di Vercellese e Novarese.  

Nell’area delle Baragge, le terre alte ai piedi delle montagne, la risicoltura giunse più tardi: qui, per le condizioni climatiche e la natura dei suoli, compatti, formati da limi, argille e sabbie, con un livello d’acidità tipico delle brughiere, il riso acquista caratteri organolettici peculiari, tali da renderlo particolarmente pregiato. Infatti, le varietà appartenenti alla Dop “Riso di Baraggia Biellese e Vercellese”, protette da un apposito Consorzio di Tutela nato nel 2007 che ha sede di rappresentanza nel castello di Buronzo, si distinguono per i chicchi più compatti, piccoli e corti, e per la loro maggiore consistenza, che consente una tenuta eccellente in fase di cottura.

Le foto sono di P. Barosso, C. Burato e in parte tratte dalla pagina Facebook del castello di Buronzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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