Nati il 14 settembre: il critico e poeta torinese Giorgio Bàrberi Squarotti

Giorgio Bàrberi Squarotti  è considerato uno dei maggiori critici delle letteratura italiana del Novecento, anche se probabilmente avrebbe voluto ricevere, quand’era in vita, un minimo riconoscimento per la sua attività di poeta. A frenare i critici colleghi forse proprio la presunzione di non concepire l’uno e l’altro assieme. Ma Giorgio, sin da giovane aveva appuntato emozioni e scritto intere sillogi dedicate ai luoghi che più aveva amato, a partire dalle Langhe, proprio perché riconosceva la sua capitale nel villaggio materno, Monforte, «il paesaggio dell’anima».  E lo aveva fatto con una sensibilità infinita dipingendo con le parole persone e cose, gesti e sogni, quella terra avara che d’improvviso dopo il boom economico aveva trovato risorse ineguali nel vino, nel tartufo e nel turismo enogastronomico. Risale al 1989 un frammento di diario intimo: «Qualche mese fa, in una limpidissima giornata di gennaio, ho accompagnato al cimitero di Monchiero, a mezza costa sulla prima collina dopo il Tanaro, mia madre, morta a quasi novant’anni. Il mio sogno delle Langhe, di vita e di letteratura, si prolunga, da allora, fino a quell’esiguo spazio di tombe infinitamente serene».

Giorgio Bàrberi Squarotti nasce a Torino il  14 settembre 1929. Dopo il liceo s’iscrive all’ateneo torinese e diventa uno degli allievi prediletti di Giovanni Getto. Si laurea nel 1952 con una tesi sull’opera letteraria di Giordano Bruno, del quale poi curerà l’edizione di diverse opere, così come farà successivamente anche per Giosuè Carducci, Carlo Goldoni, Dante Alighieri, Torquato Tasso, Francesco Petrarca, Francesco Berni, Francesco Jovine, Niccolò Machiavelli, Giuseppe Bonaviri, Guido Gozzano, Igino Ugo Tarchetti, Italo Svevo, Vittorio Alfieri, Giovanni Arpino, Carlo Emilio Gadda e Leonida Rèpaci.

Alla finezza delle analisi del critico corrisponde la complessità, talvolta impervia, di una poesia coltissima (La voce roca, 1960; La declamazione onesta, 1965; Il marinaio del Mar Nero e altre poesie, 1980; Visioni e altro, 1983; Dalla bocca della balena, 1986; In un altro regno, 1990; La scena nel mondo, 1994; Le vane nevi, 2002; I doni e la speranza, 2007; Il giullare di Nôtre-Dame des Neiges, 2010). Come scrive Matteo Veronesi «un giorno sarà riconosciuta la grandezza di poeta che fu propria di Squarotti, e che fino ad ora raramente è stata compresa, forse perché il critico ha fatto ombra al poeta, o forse per il timore di apparire troppo elogiativi nei confronti di un’autorità riconosciuta e potente del mondo letterario e accademico: se per grandezza, a proposito di un poeta, come di un filosofo, intendiamo la capacità di creare, di costruire, di intrecciare, con un lavorio di anni, assiduo, cangiante e insieme profondamente coerente, un linguaggio, un sistema semantico, un vasto ingranaggio di segni, di spie, di simboli, di emblemi, una coesa mappa della realtà e del pensiero che rinvii all’altro da sé e nel contempo a se stessa, traendo luce e conferma dall’uno e dall’altro di questi due movimenti ermeneutici».

Nel 1967 ottiene la cattedra di Letteratura italiana che mantiene sino al 1999. In quegli anni con Angelo Jacomuzzi dirige Letteratura e critica: antologia della critica letteraria in due volumi presso D’Anna (prima edizione 1967) e Critica dantesca: antologia di studi e letture del Novecento (prima edizione 1970). Nel 1971 la “tavola” mestrina di Dino Boscarato gli assegna il prestigioso premio “Amelia”, per la letteratura. Dopo la morte di Salvatore Battaglia, diventa responsabile scientifico del Grande dizionario della lingua italiana Utet, presso la quale dirige anche una Storia della civiltà letteraria italiana in sei volumi (1990-1996). Negli anni successivi collabora a testi e antologie scolastiche della Atlas. Consigliere-fondatore della Fondazione Marino Piazzolla, nel 1981 con Gian Luigi Beccaria, Marziano Guglielminetti e Giorgio Caproni istituisce la Biennale di Poesia di Alessandria.

Per Ottavio Rossani, forse Bàrberi Squarotti ha avuto il torto di essere stato troppo generoso verso chiunque gli chiedeva qualcosa, un intervento critico, una presentazione, una prefazione: «Spesso ho sentito apprezzamenti su di lui non lusinghieri: scrive troppo; pubblica troppo; è un critico bravo, ma pedante; e poi tutte quelle raccolte di poesie! Giudizi superficiali, spesso anche supponenti. In realtà, a Bàrberi Squarotti molti poeti, molti critici, devono moltissimo. Attraverso le sue interpretazioni, o attraverso la sua guida pedagogica, molti illustri di oggi gli devono un grazie. Ma pochi se ne sono ricordati».

Giorgio Bàrberi Squarotti muore nella sua città natale nell’aprile 2017.

 

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