Lingua piemontese

Quell’imprinting indelebile che la lingua piemontese parlata in famiglia ha lasciato nei torinesi nati nel dopoguerra 

La generazione nata a Torino nell’immediato dopoguerra e negli Anni Cinquanta-Sessanta da famiglie piemontesi, era ormai prevalentemente italòfona, anche se i nonni e i genitori di quei ragazzini continuavano a dialogare in piemontese tra di loro, e il piemontese restava largamente diffuso nelle botteghe, nelle piòle, nelle bòite e nelle conversazioni con i vicini di casa.
Ma si può dire che in quegli anni il piemontese restava ancora, a livello informale, la lingua prevalente degli adulti, almeno tra i piemontesi nativi, parlata peraltro compresa e spesso appresa e condivisa da molti piemontesi d’adozione, giunti a Torino dal Veneto, dalla Bassa padana, dalla Puglia e da molte altre regioni italiane.

Ma, quanto meno a Torino, restava una lingua quasi sempre bandita alle più giovani leve.
Il piemontese risuonava nelle case, nelle strade, nei mercati. E soprattutto in famiglia, ma di norma era prerogativa degli adulti. I papà e le mamme si rivolgevano ai loro figli in italiano, pensando – in buona fede (ma contribuendo di fatto a condannare all’estinzione la lingua dei loro antenati) – che il piemontese appartenesse a una sottocultura di cui era bene vergognarsi. Errore madornale a cui ora è molto difficile porre rimedio, anche perché manca una concreta volontà politica volta a sostenere i Centri culturali, le Case di studio e le Associazioni che lottano per la salvaguardia e la conoscenza del patrimonio linguistico regionale.
Ma torniamo ai ragazzini di quell’epoca. Dicevamo che il piemontese, che in genere era loro bandito, risuonava tuttavia nei dialoghi familiari. Essi ne hanno comunque appreso e assorbito il suono, la cadenza, le sfumature. Ne hanno assimilato le più tipiche locuzioni verbali. La lingua piemontese è entrata nelle loro orecchie e si è insinuata nei meandri della loro mente e del loro subcosciente.
Io appartengo a quella generazione. Il Piemontese parlato in famiglia mi è rimasto nelle orecchie, nel cuore e nell’inconscio. Se i miei tra di loro parlavano esclusivamente in piemontese, con me, secondo i canoni della cultura allora dominante, si rivolgevano in genere in italiano; anche se i rimbrotti, i rimproveri e gli improperi erano sempre e soltanto in piemontese. Un bilinguismo dunque non assoluto, ma ponderato secondo i temi e gli umori del momento.  Coi nonni, in campagna, e con i compagni di gioco a Moncrivello, un paesino ai margini del Canavese, mi rifacevo. Lì non c’era scampo. Se usavi l’italiano, ti atteggiavi a ragazzino di città, snob e presuntuoso! E allora? Era giocoforza esprimersi con il “moncravlat” (moncrivellese), il dialetto locale, che io parlavo con qualche contaminazione di termini più propriamente torinesi. Ma tanto bastava per essere integrato nella gioventù locale e considerato uno di loro.

Torniamo ancora una volta a bomba: ai ragazzini di Torino degli Anni Cinquanta-Sessanta.
Anche se giocando tra di loro dialogavano in italiano, nelle strade, nei giardini, negli Oratori, il piemontese si faceva ancora sentire. Eccome!
Come la parola “marsa!”, ad esempio (dal verbo marsé, marcire, ma usato in un’accezione molto particolare). Di chiara etimologia piemontese, il termine era usato come segno di resa tra due contendenti che si erano sfidati a fare la lotta. Che si trattasse di un gioco oppure di un’autentica tenzone, il rispetto del fair play tra i due rivali era sacro e inviolabile.

Passeggiata domenicale al Parco Ruffini, Torino. Anni Sessanta.

Al grido “marsa!”, chi stava avendo la meglio sul suo avversario (magari bloccandogli e storgendogli un braccio), mollava subito cavallerescamente la presa. Il perdente si riconosceva tale e il vincente, soddisfatto dell’esito della sfida, non infieriva più sul suo temporaneo nemico.
“Val nen gabé da mare” (nel senso di: non vale superare la linea di demarcazione) era un’altra frase frequentemente in uso tra i giocatori di “bije” (biglie o birille) e “figu” (figurine).  Ad esempio, giocando “a cerchio”, per stabilire l’ordine di tiro, si lanciava il proprio “bijon” (biglione di vetro o di acciaio) in prossimità di una linea (la mare) tracciata col gesso sul marciapiede. Colui che con il proprio biglione arrivava più vicino alla linea di tiro, si era guadagnato la priorità del tiro (con la possibilità di tentare per primo – sempre con il proprio biglione –  di far uscire dal cerchio, sempre tracciato con il gesso, il maggior numero di palline di vetro).

Quando si giocava “a cerchio” con le “bije”

Però, nello stabilire l’ordine di tiro, coloro che avevano “gabbato la madre” lanciando il proprio biglione al di là della linea, passavano in coda a tutti gli altri. Altri giochi con le biglie che mantenevano rigorosamente l’antica denominazione piemontese erano quelli del “pàpalo” (o papalòto, diminutivo di papà); del “truch e branca” (oggi lo chiameremo hit – ovvero colpiscie… misura a spanne la distanza tra le due biglie) e a “canala” (dal nome dei pluviali che riversavano l’acqua piovana sui marciapiedi). Non sto a spiegarne la tecnica e le regole di ogni gioco: i miei coetanei, frequentatori di strade di quartiere e di oratori, se li ricorderanno benissimo.

Un’immagine di Piazza San Carlo negli Anni Sessanta.

Le carte: coi nonni si giocava per ore a “roba baron” (ruba mazzetto) o “a l’aso” (all’asino).
Allo stadio i giovani tifosi del Toro, in Curva Maratona, per anni hanno continuato a gridare “gheuba! gheuba!” (gobba! gobba!) in tono scaramantico e di scherno alla squadra rivale nelle sfide stracittadine.
E poi le ninne nanne, le filastrocche (“Dindalan Lussìa, ciapa ij passaròt…”) che nonne e mamme ci cantavano accostate al lettino su cui ci apprestavamo a riposare o mentre ci tenevano a cavalcioni sulle loro ginocchia: molte di quelle erano in piemontese, e ci sono rimaste non solo nella mente, ma anche e soprattutto nel cuore. E ce le ricordiamo tutte!

Fortunatamente oggi il piemontese è ancora parlato normalmente in moltissime famiglie; certamente i piemontesofoni sono ora molti di meno a Torino, ma il piemontese è ancora molto parlato nelle località di provincia.
Ciò è un bene. Un valore culturale prezioso, da coltivare, proteggere, diffondere e valorizzare e recuperare.
Parlare correntemente piemontese non pregiudica l’apprendimento di altre lingue, anzi per le sue tipiche sonorità vocaliche e consonantiche allarga la propensione a riprodurre con facilità anche suoni di altre parlate. Rende agile la mente a far propria la sintassi delle altre lingue e a memorizzarne le caratteristiche locuzioni verbali.
Riprendiamo a parlare piemontese senza remore e vergogne. E poi perché mai dovremmo vergognarci? Non è Il piemontese la lingua dei nostri antenati? Non è stata la linfa di una letteratura nobile e ammirevole con quasi mille anni di storia? Non è insita nelle nostre radici, nel nostro DNA?
E allora, diamoci da fare, prima che la globalizzazione ci porti ad usare nel pianeta una sola, piatta, scialba lingua comune, che non appartiene né alla nostra cultura né a quella di altri popoli.

Quando si giocava “a bije” per le strade o nei cortili e si dava spettacolo


Sergio Donna | 5 Settembre 2022

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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