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Nati il 24 giugno, lo scrittore patriota saluzzese Silvio Pellico

Tutti lo ricordano per essere l’autore del celebre romanzo Le mie prigioni, ma Silvio Pellico è stato prima di tutto un patriota che ha sacrificato la propria libertà per le sue idee risorgimentali, rivolte alla possibilità di indipendenza nazionale. Nato a Saluzzo (Cuneo) il 24 giugno del 1789, comincia gli studi a Torino per proseguirli in Francia, a Lione, presso uno zio al quale suo padre Onorato lo affida per avviarlo al mestiere di famiglia: il commercio. Ma le inclinazioni del giovane Silvio sono di tutt’altro genere. Resterà in Francia fino all’età di vent’anni, apprendendone la lingua ed assimilando molto della cultura francese.

Nel 1809 si ricongiunge con la sua famiglia, a Milano, dove comincia a lavorare prima come professore di francese nel Collegio Militare degli Orfani e poi come precettore presso varie famiglie patrizie fino a quella del conte Porro Lambertenghi. E’ intanto maturata in lui una forte passione per le lettere, che lo porta a conoscere e frequentare alcuni fra i più grandi esponenti della cultura italiana ed europea: Ugo Foscolo, Vincenzo Monti, Federico Confalonieri, Gian Domenico Romagnosi, Giovanni Berchet, Ludovico Di Breme, Madame De Stael, Stendhal, George Gordon Byron, Friedrich von Schlegel, John Cam Hobhouse. Comincia in questi anni la sua produzione letteraria con alcune tragedie, la più importante delle quali è “Francesca da Rimini” che, con “Eufemio da Messina”, è sicuramente l’opera che ne rivela il profondo talento poetico.

Nella sua vita Pellico ha due storie d’amore importanti. La prima è con l’attrice Teresa (Gegia) Marchionni: una relazione contrastata dalla sua famiglia, che non vuole vederlo unito a un’attrice, poi bruscamente interrotta dal suo arresto. La seconda è con la nobildonna Cristina Archinto Trivulzio: Pellico si innamora della dama nell’estate del 1819 ma la donna sposa nel novembre dello stesso anno il conte milanese Giuseppe Archinto. I due innamorati si rivedranno soltanto nel 1836, ma dovranno passare altri 11 anni prima di ritrovarsi definitivamente.

E, invece, in casa del fervido liberale Lambertenghi che Pellico matura una coscienza politica ed inizia la collaborazione con la rivista “Il Conciliatore” – probabilmente il primo vagito di quello spirito unitario nazionale che ha dato vita al Risorgimento italiano – che il governo austriaco sopprime un anno dopo, nel 1819.

Silvio Pellico rinchiuso allo Spilberg

Pellico aderisce alla carboneria milanese di Pietro Maroncelli e per questo motivo, scoperti dagli austriaci, viene arrestato il 13 ottobre 1820. Trasferito al carcere dei “Piombi” di Venezia, quattro mesi dopo viene processato e condannato a morte, con pena “commutata in quindici anni di carcere duro da scontarsi nella fortezza di Spielberg”, in Moravia. Graziato nel 1830, fa ritorno a Torino dove trova da vivere come bibliotecario in casa dei marchesi di Barolo, rimanendone condizionato dalla mentalità conservatrice e perbenista ma ritrovando, altresì, la tranquillità e la giusta disposizione d’animo per riprendere l’interrotta attività letteraria.

Sono di questi anni le tragedie “Ester d’Engaddi”, “Gismonda da Mendrisio”, “Leoniero da Dertona”, “Erodiade”, “Tommaso Moro”, “Corradino”, ed il trattato morale “I doveri degli uomini”, oltre ad alcune cantiche e ad un “Epistolario”. Ma la tranquillità del Pellico in casa Barolo viene presto compromessa da problemi che investono la sfera degli affetti familiari e quella delle sue condizioni di salute, che si fanno sempre più precarie. Muore il 31 gennaio 1854. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino (Campo primitivo Ovest, edicola n. 266)

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