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Torino dedica una piazza all’intellettuale Franco Antonicelli

TORINO. A distanza di 45 anni dalla sua scomparsa, la città di Torino celebra la figura di Franco Antonicelli con una piazza a lui dedicata. Stamane (venerdì 15) la piazzetta incorniciata dall’esedra dei palazzi juvarriani di via del Carmine, dove oggi sorge il Polo del ‘900, è stata intitolata all’intellettuale morto a Torino il 6 novembre 1974, in una cerimonia ufficiale alla presenza delle istituzioni cittadine.

“Mi rende felice sapere che mio padre ritorni nella sua Torino, in un luogo che lo abbraccia e in cui si sentirà a casa – ha detto la figlia Patrizia Antonicelli -. C’è molto da fare per raccogliere la sua eredità e trasmetterla alle giovani generazioni. I tre principali enti conservatori, tra cui l’Istoreto-Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”di Torino, ed altri archivi minori sono al lavoro per realizzare il progetto di unione dei fondi. È grazie al Polo del ‘900 che oggi tutto questo sta diventando realtà”.

Franco Antonicelli (con il cappello), assieme a Pavese, Ginzburg e Frassinelli

Antonicelli nasce a Voghera nel 1902. Trascorre l’infanzia in Puglia. Poi si trasferisce con la famiglia a Torino, dove frequenta il liceo classico Massimo D’Azeglio, allievo di Augusto Monti, e poi si laurea in Lettere e in Giurisprudenza con Gioele Solari. Antifascista, nel 1929 viene imprigionato per aver firmato una lettera in solidarietà a Benedetto Croce, di cui resterà amico per tutta la vita. Nel 1935 una retata della polizia fascista colpisce anzitutto il gruppo di «Giustizia e libertà», ma vengono arrestati anche Vittorio Foa, Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Norberto Bobbio e lo stesso Antonicelli, condannato a tre anni di confino ad Agropoli. Nel frattempo diventa insegnante di lettere, precettore del piccolo Gianni Agnelli, giornalista, editore indipendente.

L’impegno antifascista si intensifica a partire del 1943 e alla Liberazione Antonicelli è Presidente del Cln piemontese. Torna quindi alle sue molteplici attività: giornalista (fonda il quotidiano liberale “L’Opinione” e collabora con “La Stampa”), editore (nel 1947 pubblica con la sua De Silva Se questo è un uomo di Primo Levi), critico letterario, poeta, autore di teatro, dirigente Rai e presidente dell’Unione Culturale. Attento guardiano della memoria antifascista, nel 1968 viene eletto come indipendente nelle liste del partito comunista al Senato, dove si occuperà anzitutto di diritti, cultura e università. Alla sua morte alcuni tra i suoi amici più cari lo ricorderanno così: per Alessandro Galante Garrone fu un uomo “inesorabile”: aggettivo che assumeva in lui un forte timbro morale. Per Bobbio “un letterato colto e raffinato, uno scrittore elegante, suasivo, affascinante, signore del gesto, del ritmo e del discorso, della precisione dell’eloquio”.

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