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Rocca di Cavour, commistione tra pagano e cristiano

A Cavour troviamo un’interessante commistione tra pagano e cristiano, tra l’archeologia preistorica e l’arte romana. A dominare il panorama è principalmente la tozza struttura della Rocca, che si eleva quasi all’improvviso nella pianura, emanando una singolare atmosfera colma di sacralità. Di fatto è una collina che s’innalza di 162 metri rispetto alla pianura circostante e che in origine era la vetta di una montagna alpina poi completamente circondata dai sedimenti alluvionali del Quaternario: è costituita di granito ricoperto da scisti. Fu sicuramente frequenta dall’uomo già nella preistoria, come attestato da alcuni reperti litici (schegge di quarzite): tali materiali  hanno indotto gli studiosi a ipotizzare la frequentazione del sito già 50.000 anni fa; ma fu solo nel Neolitico che l’uomo iniziò a stanziarsi costantemente sulla Rocca. Ne abbiamo conferma attraverso una serie di reperti emblematici: asce e macine in pietra, oltre a numerosi resti di ceramica.  Più recenti (Età del Ferro) le tracce dell’insediamento preromano di Caburrum. Tra i documenti relativi all’arte rupestre, ricordiamo una roccia con coppelle e una pittura.

La testimonianza preistorica di maggior rilievo della Rocca di Cavour è costituita da una pittura rupestre policroma, che raffigura motivi antropomorfi, alberiformi e geometrici collegabili all’arte schematica post-paleolitica, con indicative relazioni con le pitture rupestri del Levante spagnolo e della Corsica. Si ritiene che si tratti di un’opera da porre sulla scia della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, IV millennio a.C. La pittura della Rocca di Cavour si trova sulla parete rivolta in direzione della pianura e raffigura motivi alberiformi, antropomorfi e segni geometrici; che possa essere opera dell’uomo della preistoria non sembra vi siano dubbi: infatti la presenza umana è documentata sulla Rocca di Cavour già nel Neolitico Medio.

Sulla Rocca vi sono i resti di due castelli; una semplice croce di legno ricorda la riconquista della Rocca da parte dei locali, che la strapparono ai Francesi (3 maggio 1595); vi è inoltre il Sacrario dei caduti, sorto sui resti della cisterna di uno dei castelli in cui furono sepolte parte delle vittime del generale Catinat e del suo esercito (6 agosto 1690).

L’area ai piedi della Rocca, dove oggi sorge l’abbazia di Santa Maria, nel 45 a.C. era occupata dai romani: della loro permanenza sono rimasti numerosi documenti archeologici provenienti dall’antica Forum Vibii Caburrum e oggi visibili nello spazio espositivo allestito nel monastero. Si tratta di materiali giunti dalle necropoli, dalle fondamenta abitative, dal materiale laterizio e dai numerosi frammenti di iscrizioni di epoca augustea.

La croce di legno ricorda la riconquista della Rocca dalle mani dei Francesi

L’abbazia fu fondata nel 1037 dal vescovo di Torino Landolfo e realizzata sui resti di una costruzione più antica, di cui sono rimaste poche tracce. Segnaliamo che in un documento di alcuni anni precedente la fondazione dell’abbazia (1032), è già indicata una “terra Sancte Marie de Caburo”: vi è la possibilità che Santa Maria di Cavour facesse parte di quel corpus di monasteri che sorsero tra il VII e l’VIII secolo, quando imperversavano le lotte tra cattolicesimo e arianesimo.Tra il IX e X secolo anche questo complesso fu falciato dal devastante passaggio delle orde saracene.

L’abbazia e la chiesa erano contrassegnate da un’impronta tardo romanica, però, tra la fine del XII secolo e l’inizio del successivo, furono al centro di un lento e inesorabile decadimento. Nel corso della sua storia antica, l’abbazia fu governata da oltre quaranta abati, che nella maggioranza erano benedettini e provenienti dalla Sacra di San Michele.

Risorse nei primi trent’anni del XVIII secolo, quando anche la chiesa venne ricostruita seguendo moduli architettonici barocchi, nei quali erano ancora visibili concrete tracce della costruzione precedente, poi meglio recuperati nei secoli successivi. Nella sua costruzione sono stati reimpiegati materiali del VII/VIII secolo, quasi certamente provenienti dall’edificio precedente. Sulle caratteristiche di questo edificio sono state spese molte parole e avanzate ipotesi anche in forte contrasto: tempio celtico, domus romana, antico sacello paleocristiano…

 Nelle Memorie civili e religiose del Comune di Cavour, F. Alessio (1913) attestava: “i Celti, nell’anno 589 a.C., vennero dalla Gallia a posarsi nella nostra regione e un loro insediamento fu fatto sulla parte occidentale della Rocca…”.Al momento l’ipotesi che sembra essere maggiormente correlata alla realtà, considera il sito sul quale venne realizzata l’abbazia un luogo di culto comunque già cristiano.

L’Abbazia di Santa Maria

L’attiguo monastero benedettino è stato ristrutturato alla fine degli anni settanta del Novecento, all’interno del quale è situato il  Museo Archeologico di Caburrum. Al di sotto della chiesa settecentesca si trova l’importante cripta landolfiana, nella quale è conservato l’altare più antico del Piemonte; dell’epoca di Landolfo sono anche i diversi livelli delle pavimentazioni e i pilastri ottagonali.

La Pera d’la Pansa

Tra le pratiche della tradizione popolare caratterizzanti alcune pietre considerate dotate di poteri straordinari (per la loro forma naturale, o per i diversi gradi di antropizzazione: collocazione volontaria in un punto preciso, presenza di incisioni rupestri, ecc.), occupano un ruolo rilevante i rituali connessi alla fertilità. L’azione fecondatrice poteva estrinsecarsi non solo con pratiche divinatorie, ma con veri e propri riti che coinvolgevano direttamente il masso. Una tra le azioni più diffuse era la cosiddetta “scivolata” sulle pareti dei massi effettuata per favorire la fertilità. In altri casi troviamo le cosiddette Pera d’la Pansa, massi la cui conformazione era tale da ricordare il ventre dilatato di una donna incinta: su queste pietre le giovani spose o le donne sterili si appoggiavano per ottenere magicamente una futura maternità. A Cavour il rito legato alla Pera d’la Pansa era probabilmente molto diffuso: ai piedi della Rocca, ai margini di un sentiero (il sito è segnalato), si trova appunto una di queste pietre legate ai culti della fertilità e parte di una delle numerose pratiche apotropaiche della tradizione popolare.

Massimo Centini

Classe 1955, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Tra le attività più recenti: al Museo di Scienze Naturali di Bergamo; ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di design di Bolzano. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino e al MUA (Movimento Universitario Altoatesino) di Bolzano. Numerosi i suoi libri pubblicati in italiano e in varie lingue.

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