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Alla scoperta di Pollentia, la più antica città romana del Piemonte

Plinio la annoverò tra le “nobilia oppida” della IX Regio. Attorno alle massicce mura del suo anfiteatro si è sviluppato nel Settecento l’attuale borgo di Pollenzo

POLLENZO. C’è Pollentia e Pollentia. Quella di cui vogliamo parlare è la Pollentia romana piemontese, che poi è diventata Pollenzo, e che venne fondata tra il 179 e il 170 a.C.. L’altra Pollentia fu fondata anch’essa dai Romani, ma circa cent’anni dopo, attorno al 70 a.C., e si trova da tutt’altra parte. Più precisamente nell’isola di Mallorca, in Spagna: le sue antiche vestigia si trovano nei pressi della città d’Alcudia. Data la distanza che le separa, è dunque praticamente difficile confondere tra loro le due Pollentia. E non si possono neppure accusare i Romani di scarsa fantasia nel scegliere i nomi delle città da loro fondate, giacché Pollentia è un nome ben augurale che significa “ricchezza”, e – oggi come allora ‒ nulla osta ad abusare dei buoni auspici. Anzi.

La Pollentia piemontese è sicuramente tra le più antiche colonie romane presenti nella IX Regio, ovvero in quell’area compresa a Nord-Est delle Alpi Marittime e a Nord dell’Appennino Ligure, abitata a quei tempi da popolazioni celtico-liguri tra le quali si insediarono via via coloni provenienti da diverse aree dello Stato romano, dando vita ad una variegata eterosi razziale. Pollentia, l’attuale Pollenzo, venne fondata presumibilmente per fungere da oppidum (cioè da città fortificata e presidio difensivo), e certamente ancor prima di Augusta Bagiennorum, e di Augusta Taurinorum.

Plinio l’annovera tra le “nobilia oppida” dell’antica Liguria, tra la via Fulvia e la Via Aemilia Scauri, e loda il pregio delle lane nere e dei vasi di raffinata ceramica che venivano prodotti nel suo territorio. Tra il I sec. a.C. e il II d.C. Pollentia raggiunse il suo massimo sviluppo demografico ed urbanistico, grazie anche alla sua posizione geograficamente strategica: la città rappresentava un importante ganglio di transito nella fertile valle del Tanaro (fiume a quei tempi navigabile) ed un passaggio obbligato per i collegamenti tra le Alpi Marittime e gli Appennini Liguri con la Pianura Padana, nonché per raggiungere Augusta Taurinorum e le altre città a Nord del Po.

Il territorio (ager) controllato da Pollentia era molto fiorente e fertile, ed era delimitato dagli alvei della Stura, del Tanaro e del Po. Verso Sud e Sud-Est, confinava con il territorio di Augusta Bagiennorum (Bene Vagienna) e di Alba Pompeia (Alba); a Nord, con quello  di Hasta (Asti) e Carreum Potentia (Chieri); e ad Ovest, con il Forum Vibii Caburrum (Cavour) e il Forum Germa… (San Lorenzo di Caraglio).

Carta della Liguria, IX Regio romana augustea

La città romana si estendeva su un’area sulle cui rovine, nei secoli successivi, vennero edificate delle abitazioni rurali; nell’Ottocento, gran parte di quest’area venne inclusa nella Tenuta Reale di Carlo Alberto (di cui faremo cenno più sotto). La pianta era probabilmente rettangolare e come tutte le colonie romane si sviluppava lungo il decumanus maximus e il cardo maximus, con insulae ortogonali tra loro. Non mancavano l’Anfiteatro, l’Acquedotto, il Foro e i Templi. L’Anfiteatro si trovava sul tratto extraurbano del decumano massimo ed aveva una forma ellittica, ancor oggi percepibile esaminandone le tracce delle rovine con foto aeree.  Nel Settecento, parte delle murature dell’Anfiteatro sono state utilizzate come cantine (con soffitti a botte) e come fondamenta di alcune case di abitazione, disposte lungo i muri radiali della cavea (gradinata), dando così origine al borgo attuale – non a caso chiamato Colosseo – per la sua curiosa forma ellittica.

L’abitato di Pollenzo a volo d’uccello. Al centro, le abitazioni settecentesche disposte ellitticamente attorno alle mura dell’antico Anfiteatro

Nel territorio di Pollenzo si tenne una storica battaglia tra l’Esercito Romano, guidato dal vandalo Stilicone ed i Visigoti di Alarico, che si erano accampati in quella zona. Stilicone ebbe la meglio e i Visigoti dovettero ripiegare nell’Illirico. Il toponimo di Santa Vittoria d’Alba (il comune dista pochi chilometri da Pollenzo), secondo la tradizione, sarebbe legato all’esito favorevole per i Romani di questo storico scontro militare.

La citta di Pollentia iniziò il proprio declino a partire dal V-VI secolo, e i pollentini cominciarono poco a poco ad abbandonarono la città; con l’occupazione longobarda e le incursioni saracene, molti residenti finirono per trasferirsi in un nuovo agglomerato urbano che poi prese il nome di Bra, di cui oggi Pollenzo rappresenta una frazione.

Uno scorcio della Chiesa e del Castello di Pollenzo

Il territorio divenne possesso dell’Abbazia benedettina di Breme (Pv), e poi conteso tra i Comuni di Alba e Asti. Poi fu il turno dei Visconti e degli Sforza. Nel 1500 il feudo di Pollenzo venne ceduto da Carlo V ai duchi di Savoia. Carlo Alberto volle restaurare i resti medievali del Castello di Pollenzo, ed istituire una Tenuta agricola, l’Agenzia Reale Carlarbertina di Pollenzo: un’azienda agricola d’avanguardia e sperimentale per la coltivazione, l’allevamento e la vinificazione, con un impianto di ben 14 cascine modello di nuova e moderna concezione.

Nel 1999 la vecchia Agenzia Carlalbertina è stata acquistata da una società a capitale pubblico-privato, guidata da Slow Food e denominata “Agenzia di Pollenzo S.p.A.”, che dopo aver ristrutturato gli edifici ed il castello, li ha trasformati in un presidio di fama internazionale, che accoglie la sede della prestigiosa Università di Scienze Gastronomiche (UNISG), con annesso un hotel, una “Banca del Vino”, ed un ristorante d’alta classe.

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Un gruppo di neolaureati alla UNISG (University of Gastronomic Sciences) di Pollenzo (Bra, Cuneo)
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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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