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Momo, l’architetto vercellese che trasformò Città del Vaticano

Il nome di Giuseppe Momo, nato a Vercelli nel 1875 e morto a Torino nel 1942, è legato alla nascita della Città del Vaticano, territorio di 44 ettari ritagliato nel cuore di Roma che si costituì come Stato indipendente in forza dei Patti lateranensi del febbraio 1929. L’ingegnere e architetto vercellese, stretto collaboratore di Pio XI, al secolo Achille Ratti, il “papa costruttore”, lavorò infatti in quegli anni come architetto di fiducia del pontefice, che gli affidò il compito di disegnare il nuovo volto della Roma vaticana, attraverso la progettazione di numerosi edifici istituzionali e amministrativi del piccolo Stato.

La palazzina che ospita la stazione di Città del Vaticano

Giuseppe Momo si era formato a Torino, laureandosi alla Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri, dal 1906 Regio Politecnico. Iniziò poi a collaborare con Antonio Vandone di Cortemilia (insieme fondarono nel 1905 la “Società A. Vandone, G. Momo & C.” per la costruzione e vendita di case), tra i massimi interpreti della stagione del Liberty a Torino. Nel 1904 gli venne affidato il primo incarico, legato al cantiere della magnifica Casa Maffei, sita in corso Montevecchio nel quartiere Crocetta, di cui il Momo disegnò l’apparato decorativo esterno e interno, ispirato alle sinuose suggestioni del gusto floreale.

Il cancello di Sant’Anna all’ingresso di Città del Vaticano

Nella prima fase della sua carriera prevalse nello stile di Giuseppe Momo l’adesione alle innovazioni formali dello stile Liberty o Art Nouveau e una produzione incentrata su edifici con destinazione residenziale e industriale. A questo periodo appartiene, tra i tanti esempi, Casa Sigismondi, in via Madama Cristina 5, in cui il Momo adotta una forma costruttiva di transizione tra lo stile Liberty e l’Art Déco.   

Il Momo sviluppò negli anni successivi uno stile “eclettico”, fondendo elementi tradizionali con le novità estetiche del Novecento e coniugandole in modo sapiente con le innovazioni tecniche. Non predilesse mai, nella sua lunga carriera, un’unica forma costruttiva, ma fu piuttosto incline a focalizzarsi su architetture specifiche, adattandosi caso per caso a influenze stilistiche e tipo di committenza. Nel 1916 progettò infatti la villa Frassati, nota anche come palazzina Belmondo, sita nel punto di confluenza fra i corsi Einaudi, Ferraris e Trento, ispirata nelle concavità e convessità della facciata ai modi guariniani di palazzo Carignano, di cui è una rivisitazione in piccolo, studiata per risolvere scenograficamente la difficile posizione del prospetto. In tale realizzazione Momo aderì all’eclettismo neobarocco di ritorno, in voga in Piemonte negli anni Dieci del Novecento.  


Villa Frassati di Torino, nota anche come palazzina Belmondo

Secondo il giudizio della critica, dalla collaborazione con il Vandone, che tendeva ad assecondare il più possibile la volontà della committenza mettendo da parte il proprio punto di vista, Giuseppe Momo sviluppò una particolare sensibilità per le richieste di chi gli commissionava i lavori, senza però mai sacrificare il personale apporto creativo, e acquisì una notevole capacità di adattamento al contesto, abbracciando tendenze diverse a seconda della tipologia di edifici che gli venivano richiesti.

Dopo una seconda fase, segnata dall’apertura di uno studio in proprio (primi anni Venti), in cui il Momo s’impegnò in prevalenza nella progettazione di stabilimenti industriali, come le grandi officine Piaggio e Ansaldo, a partire dal 1922 comincia a ravvisarsi nel suo lavoro un’edificazione di tipo monumentale, giustificato dal tipo di committenza, che gli richiedeva edifici religiosi, chiese e conventi, realizzati in diverse parti d’Italia.  


Palazzo SAET di piazza Solferino, sull’angolo con via Santa Teresa

Dal 1928 avviò la collaborazione con il “papa costruttore”, Pio XI, sviluppando, come annota Guido Montanari nel saggio dedicato alla figura e alle opere di Giuseppe Momo, un percorso progettuale che si snoderà tra due opposte polarità, la Roma vaticana e “conservatrice” e la Torino considerata al tempo “laboratorio del moderno”, elaborando un linguaggio di sintesi tra preesistenza e innovazione e fra tradizione e modernità. Questo approccio si rispecchia nei suoi interventi torinesi degli anni Trenta, dalla progettazione degli isolati San Damiano e Santa Maria Maddalena nel quadro dei lavori di costruzione di via Roma nuova (1931-37) alla sistemazione del nuovo spazio urbano di largo Roma, oggi piazzetta CLN, sino alla struttura in calcestruzzo armato del palazzo SAET (Società Anonima Edile Torinese), inserito tra 1928 e 1931 nel contesto ottocentesco di piazza Solferino, sull’angolo con via Santa Teresa. Raro esempio torinese di architettura funzionale, sfoggia un’elegante ornamentazione art déco con ampie finestrature e richiami al barocco piemontese, evidenti nei cartigli e nei timpani, in un dialogo tra modernità e tradizione.

Nella Roma vaticana, l’opera di Giuseppe Momo s’inquadra nel contesto politico dei Patti Lateranensi (Trattato e Concordato) che, firmati nel febbraio 1929, posero fine alla cosiddetta “questione romana” riconoscendo come territorio indipendente la Città del Vaticano. La nascita del nuovo Stato rese necessaria la predisposizione di un vasto programma edilizio, che sorse dalla volontà politica di papa Pio XI e venne attuato dal progettista, l’ingegnere e architetto piemontese Giuseppe Momo in qualità di “Architetto della Reverenda Fabbrica di San Pietro”, e dall’impresa di costruzioni diretta dall’ingegnere romano Leone Castelli.

La scala elicoidale dei Musei vaticani progettata da Momo

Tra le tante realizzazioni del Momo, cui si deve il nuovo volto della Città del Vaticano, spiccano la sede dell’Ateneo lateranense (1932-37), il palazzo delle Sacre Congregazioni (1932/36), con citazioni neo-rinascimentali, la nuova stazione ferroviaria (1929/34), il palazzo del Governatore (1927/31). Il suo intervento più famoso è però legato alla progettazione del nuovo ingresso ai Musei Vaticani (1929-32) che, con l’avvitarsi concentrico della doppia rampa elicoidale, fonde perfettamente il richiamo alla monumentalità della tradizione con la funzionalità del moderno. La rampa suscitò tale ammirazione da aver ispirato, come riconosciuto da importanti storici dell’architettura, uno dei più influenti architetti americani del Novecento, Frank Lloyd Wright, nell’ideazione della celebre “spirale” del Guggenheim Museum di New York, che imita l’opera del Momo non solo nella composizione elicoidale della scala, ma anche nella presenza al vertice del lucernario.  

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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