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Modi di dire piemontesi: il rassicurante “sté da pocio”

I caratteristici piccoli frutti piemontesi, che maturano nel tardo autunno, hanno ispirato molti modi di dire. Ecco com’è nata esattamente questa frase idiomatica…

I botanici, dovendosi dare un tono, preferiscono chiamarli frutti del Mespilus germanica. I piemontesi doc, che ancora parlano la lingua dei padri antichi, invece, continuano a chiamarli “pocio”. Non ditemi che non li conoscete. Sono i frutti autunnali del nespolo europeo, detto anche nespolo germanico: un albero da frutto (presente anche in molti giardini come pianta ornamentale) appartenente alla famiglia delle Rosaceae e al genere Mespilus. Ma, mi raccomando: non chiamateli nespole. Le nespole sono i frutti del nespolo giapponese, che appartiene ad una specie diversa, e maturano in tarda primavera. I “pocio” sono un’altra cosa.

La coltivazione del nespolo europeo, cui appartiene la variante piemontese, a partire dal ‘700, è stata in gran parte soppiantata dal nespolo nipponico. Ma il vecchio, robusto e longevo albero autoctono non è del tutto scomparso, anche se la sua presenza in Piemonte è ormai decimata rispetto ai periodi di massima diffusione dei secoli passati.
Pocio piemontesi e nespole giapponesi si distinguono non solo per la diversa epoca di raccolta, ma anche per la forma e l’aspetto. Il “pocio” è più piccolo, tondeggiante, ha una buccia tra il verde, il grigio e il nocciola, ed è riconoscibile per un evidente incavo sulla parte inferiore. Il frutto primaverile giapponese è invece più ovale, non ha incavi nella parte di sotto, ed è avvolto in una sottile buccia di colore giallo aranciato.
C’è tuttavia una particolarità che accomuna i “pocio” alle nespole: i frutti (o se volete, le bacche) di entrambe le specie vegetali, vengono raccolti acerbi, per poi essere lasciati maturare  – come vedremo più avanti – in idonei ambienti chiusi, al riparo dalle intemperie.

Ma dove vengono raccolti i “pocio” piemontesi? Per tradizione secolare, il nespolo autoctono è ancora presente nel Basso Piemonte, in particolare in provincia di Cuneo e nell’Alta Langa, fin quasi ai confini con la Liguria. Ai suoi frutti sono dedicate molte sagre o fiere paesane, come la “Fera dij pocio” di San Nicolao (una frazione di Farigliano, Cn), evento che si tiente tra la fine di novembre e i primi di dicembre di ogni anno. O come quella di Trinità (Cn), dove (più o meno nello stesso periodo) si svolge l’annuale “Fera dij pocio e dij bigat”, che è dedicata, oltre che a questo tipico frutto piemontese, anche e all’antica tradizione locale della coltivazione dei bachi da seta. Anche a Virle (To), la seconda domenica di novembre, si tiene ogni anno una fiera dedicata al nespolo piemontese e alla zucca; così come a Cavour (To), sotto la Rocca, nelle fiere e nei mercati tradizionali invernali che si tengono lungo le vie del paese, capita spesso di vedere invitanti cassette di pocio esposte sui banchi dei produttori agricoli locali.

I “pocio” vengono utilizzati per aromatizzare formaggi e grappe tipiche, e per preparare gustose marmellate, gelatine e salsine aromatiche.  Ma, oltre al loro variegato utilizzo in cucina e in pasticceria, i “pocio” possono essere ovviamente consumati come frutti a sé: più a lungo però vengono lasciati a riposare su strati di paglia, e più aumenta la tipica dolcezza del sapore. Proprio dalla tradizione di far maturare i “pocio” sulle “stagere”  (cioè sui ripiani degli scaffali), trasformate in morbidi letti di paglia, è nato il famoso modo di dire piemontese “sté da pocio”: il suo significato è intuitivo, se pensiamo che non c’é nulla di più comodo di starsene ad oziare su un soffice pagliericcio. Stare “da pocio” significa infatti vivere beatamente, magari coccolati, serviti e riveriti. Ai lunghi tempi di maturazione delle nespole, piemontesi e non, lasciate a riposare sulle scansie, si deve anche la genesi di un noto proverbio: “Con ël temp e con la paja, a maduro anche ij pocio”  (con il tempo e con la paglia, maturano anche i “pocio”, o le nespole, che dir si voglia).

Nella lingua piemontese, il termine “pocio” è tuttora diffusissimo, anche e soprattutto in senso figurato: fé pocio, riferito a un rammendo o a un intervento di sartoria mal eseguito, indica una difettosa protuberanza, un marchiano difetto di vestibilità o di cucitura. Un bimbo che “a fà ‘l pocio con ij làver”, significa che sta protuberando le labbra, in quella tipica espressione che preannuncia un imminente pianto capriccioso.   Il “pocio” è anche il termine che indica lo chignon, cioè l’insieme di capelli femminili (autentici o posticci) raccolti sulla nuca, la cui forma ricorda appunto quella del frutto. E poi, dulcis in fundo, non possiamo dimenticare che “pocio” e “pocionin” sono anche due dolcissimi vezzeggiativi, un tempo usati per i bambini o per definire la donna amata.

Erano davvero dei bei tempi quelli in cui si cantava “Pocionin”:

…L’è pròpi ‘n pocionin cola morfela
ch’a ven con mi a la sèira al Valentin,
l’é brava, giudissiosa e tanto bela:
l’é l’àngel dël mè cheur e mi i veuj tanta bin,
ël di ch’i l’hai ciamaje dë sposela
l’ha dame për rispòsta ‘n bel basin…

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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