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Modi di dire: capire “Roma për toma” o “ciò për bròca”

Lingua che parli, modi di dire e locuzioni verbali che trovi. È proprio vero: ogni lingua ha le sue sfumature, i suoi registri, le sue arguzie, le sue metafore, sintetizzate in geniali modi di dire che si tramandano nei secoli di generazione in generazione. E quasi mai è possibile tradurle alla lettera, perché la traduzione letterale in altra lingua perderebbe di smalto e di efficacia, fino a sminuire in banali nonsense o espressioni incongruenti.

Solo l’espressione coniata nella lingua originale tocca il massimo dell’incisività e del fascino. Vano e scialbo sarebbe infatti il tentativo di tradurre letteralmente i modi di dire.  

Prendiamo ad esempio le locuzioni italiane “prendere lucciole per lanterne”, oppure “capire fischio per fiasco”. Sono bellissime e intuitive. Ma come le tradurreste in lingua piemontese? Non certo con una traduzione alla lettera, e neppure ricorrendo a delle perifrasi o delle parafrasi, ma con altri tipici modi di dire, talora simili all’italiano, ma più spesso alquanto differenti, in grado esaltare al massimo l’arguzia di un concetto, o di descrivere al meglio una situazione particolarmente critica o paradossale.

Esistono in effetti delle tipiche espressioni in piemontese che possono ricondurre alle due citate perifrasi italiane, da cui tuttavia si discostano in modo marcato, e che non di meno sono di un’efficacia straordinaria, risultando – a mio avviso – ancor più incisive dell’equivalente formula italiana.

Prendiamo ad esempio la locuzione “capì ciò për bròca”, con la variante: “capì ciòca për bròca”. Quest’ultima espressione (seconda variante) sta per: confondere una “campana” con un “chiodo”. I due vocaboli (chiodo e campana), anche se in piemontese mantengono una marcata assonanza, sono agli antipodi. E confonderli tra loro potrebbe generare malintesi grossolani, anche quando l’equivoco possa derivare da un mero difetto di udito. Capire “ciò për bròca” (prima variante) significa invece confondere un chiodo a piccola capocchia (un ciò) con un chiodo a grande capocchia (ovvero una bròca). Per esasperare il concetto, sarebbe come scambiare un chiodo da calzolaio con un chiodo da carpentiere. Nella prima locuzione (quella dei chiodi) la differenza è dunque più sottile. Sempre di chiodi si tratta, ma qui il senso è più sofisticato e arguto. Un vero artigiano sa distinguere bene le due tipologie di chiodi, adatti ad usi molto diversi. Chi non percepisce la differenza, delle due l’una: o non è del mestiere, oppure è uno sprovveduto.

Sempre sullo stesso tema, voglio ancora ricordare un’altra tipica e pittoresca espressione piemontese: “capì Roma për toma”, cioè intendere Roma per toma. Io, che sono ghiotto di formaggi, e so quanto può essere gustosa la toma piemontese, potrei cadere nella trappola opposta, e capire “toma per Roma”, e… sull’onda di un possibile lapsus freudiano, prenotare un biglietto per… Toma in Freccia Rossa.

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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