BiellaStorie piemontesi

L’imprendibile rocca di Zumaglia, dove ancora aleggia il ricordo del capitano Pecchio

ZUMAGLIA. La rocca del brich di Zumaglia si erge maestosa in cima a un’altura che sfiora i 700 metri d’altitudine, al confine tra i comuni di Zumaglia e Ronco Biellese. L’appetibilità del sito come sede d’un presidio militare si rende evidente già dalla conformazione del luogo: un bricco boscoso, con pendii scoscesi, da cui lo sguardo spazia su un’ampia fetta di Piemonte tra Vercellese, Biellese e Valsesia, sino ai rilievi del Monferrato a sud.

Le prime notazioni scritte che documentano una postazione fortificata sul brich di Zumaglia, il cui toponimo è fatto derivare dal termine biellese zumaja, mammella, allusivo alla forma dell’altura, risalgono all’ultimo decennio del XIII secolo, anche se si ipotizza l’innesto della fortezza su edifici più antichi. Dopo una breve dipendenza dai signori di Buronzo, nella prima metà del XIV secolo il castello di Zumaglia, descritto dai cartari medioevali come possente e imprendibile fortezza quadrangolare, risulta appartenere ai vescovi di Vercelli, che fecero di Zumaglia uno dei cardini del sistema difensivo ideato per assicurarsi il controllo del biellese.

Nel 1377 anche Zumaglia seguì le sorti di Biella che, ribellatasi all’egemonia vercellese con la sollevazione popolare contro il vescovo Giovanni Fieschi, si diede al Conte Verde, Amedeo VI di Savoia, entrando a far parte dei domini sabaudi. I conti, poi duchi, di Savoia esercitarono giurisdizione sul luogo per il tramite di castellani, poi lo infeudarono ai Gottofredo di Buronzo e infine, a partire dal 1536, la rocca di Zumaglia finì nelle mani di Filiberto Ferrero Fieschi, marchese di Masserano dal 1547.

Gli eventi bellici di metà Cinquecento, con il Piemonte in gran parte occupato da spagnoli e francesi, travolsero anche il castello di Zumaglia che venne consegnato alla Francia, insieme con il castello di Gaglianico, a seguito del cambio di fronte di Filiberto Ferrero Fieschi, che aveva tradito il duca di Savoia. Il passaggio in mano francese espose Zumaglia alla successiva rappresaglia sabauda messa in atto nel 1558 dalle truppe imperiali al comando del capitano Cesare Maggi o De Mayo, che danneggiarono il castello in modo irreversibile.

Proprio in questo contesto s’inquadrano i fatti che videro come protagonista il capitano vercellese Giovanni Francesco Pecchio, fonte d’ispirazione per scrittori e poeti. Si tramanda che i francesi, esplorando le segrete della fortezza dopo essersi impadroniti della rocca, rimasero sorpresi trovandovi un uomo nudo in condizioni di estrema sofferenza. Il prigioniero rivelò la propria identità, qualificandosi come il capitano Pecchio e dichiarando che da ben diciotto anni si trovava lì recluso, all’insaputa di tutti, incarcerato per volere del signore di Zumaglia, il famigerato Filiberto Ferrero Fieschi, figura temuta per il dispotismo nei metodi di governo.

Il Pecchio, liberato dalle catene, venne condotto al cospetto di François de Boyvin du Villars, comandante della guarnigione francese: fu lui a raccogliere la testimonianza del capitano annotandola poi nelle sue memorie (Mémoires, Paris, 1606). Attenendosi alla versione riportata dal du Villars, che si basa però soltanto sulla ricostruzione del Pecchio, questi aveva suscitato la collera del Ferrero Fieschi per aver dato esecuzione nel 1537 a un provvedimento emesso contro di lui dal duca di Savoia Carlo II, forse in relazione alle accuse più volte formulate di falsificare monete nella zecca di Masserano. La vendetta non arrivò subito, ma a distanza di qualche tempo: venne teso un agguato al Pecchio mentre si trovava nelle terre di Asigliano Vercellese (in seconde nozze aveva sposato Orsolina Avogadro di Asigliano) e, dopo la cattura, il capitano fu trascinato a Zumaglia e imprigionato.

Il Ferrero Fieschi, allo scopo di allontanare da sé i sospetti, inscenò un assassinio, facendo trovare il cavallo del Pecchio con la gualdrappa macchiata di sangue e inducendo a credere che l’uomo d’armi fosse rimasto vittima d’una aggressione. La famiglia del Pecchio, ignara dei fatti, incolpò della scomparsa un uomo, ritenuto suo nemico, che venne indotto a confessare l’omicidio sotto tortura e poi messo a morte. Tutti quindi credettero che il Pecchio fosse morto assassinato e il capitano venne dimenticato: il patrimonio di famiglia si dissolse, tanto che, dopo la liberazione, il capitano dovette rivolgersi ai tribunali per rivendicare i beni venduti.

I documenti attestano soltanto la versione fornita dal Pecchio, che troviamo raffigurato in veste di committente, con il volto segnato dalle sofferenze della prigionia, in una tela del Bernardino Lanino datata 1558 sul tema “Compianto sul Cristo morto”, oggi conservata a Torino nella Galleria Sabauda. Non c’è quindi modo di verificarne l’autenticità confrontandola con ricostruzioni diverse o ascoltando le ragioni del suo carceriere: vero è che la figura di Filiberto Ferrero Fieschi non godeva di buona reputazione, essendo incline secondo le cronache, come l’intera dinastia dei Ferrero Fieschi, all’esercizio dispotico del potere, però appare abbastanza singolare che si sia accanito con tanta insensata crudeltà nei confronti di un uomo colpevole soltanto d’aver eseguito un ordine superiore.

In ogni caso il capitano Pecchio, sfinito dalle privazioni patite (sulla lastra tombale si legge che, nel rivederlo, i vercellesi rimasero interdetti, credendo di vedere in lui il biblico Lazzaro), non sopravvisse per molto, spirando nel marzo 1567 e venendo inumato in una chiesa di Vercelli. Anche il marchese Ferrero Fieschi ebbe le sue sventure perché, al termine della guerra, ristabilitasi l’autorità sabauda in Piemonte, non riuscì a ottenere dai Francesi il risarcimento dei danni subiti dai suoi castelli e morì nel 1559 nel maniero canavesano di Foglizzo, ospite del genero.

La rinascita del castello di Zumaglia, in rovina dopo gli avvenimenti di metà Cinquecento, avvenne negli anni Trenta del Novecento grazie all’intraprendenza d’un imprenditore biellese, Vittorio Buratti, attivo nel settore della lavorazione della seta, che si distinse per l’attivismo politico, prima tra le fila del Partito Popolare, poi nel Partito Fascista. Nel 1933 Buratti acquistò il complesso di Villa La Malpenga a Vigliano Biellese e decise di avviare un ambizioso piano di riqualificazione della vicina collina di Zumaglia, che contemplava anche la ricostruzione in stile neo-medioevale del castello. Per i meriti acquisiti in ambito industriale, per l’opera di valorizzazione turistica e storica del territorio e per la bonifica di brich di Zumaglia, Vittorio Buratti ottenne dal re nel 1942 il titolo di “conte della Malpenga”, dal nome della famiglia che vantava diritti sul luogo sin dal XV secolo.

La ricostruzione del castello s’inserì in più vasto piano di riprogettazione ambientale, architettonica e agricola dei pendii del brich di Zumaglia, che venne collegato attraverso strade e sentieri perché fosse facilmente raggiungibile dai comuni di Zumaglia e Ronco. Si ricreò il bosco, mescolando alle specie autoctone essenze ornamentali, e si provvide a disseminare i percorsi attorno alla rocca di manufatti e piccole costruzioni con evidenti richiami alla classicità greco-romana, colonne di templi, sarcofagi, epigrafi, in sintonia con il clima ideologico e culturale del regime fascista, che si richiamava come modello legittimante alla grandezza imperiale romana, in particolare del periodo augusteo.

Questo aspetto legato al pensiero politico del tempo si coniuga però con la volontà di ridare vita al castello, ridotto a scarne vestigia, ricostituendone l’integrità architettonica, sebbene in modo non fedele al modello originale e con accenni a tradizioni architettoniche estranee a quella piemontese. L’edificio, che conserva della struttura medioevale i basamenti murari in pietra e la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, venne quindi ricostruito ex novo attorno alla già esistente torre quadrata, eretta nel 1870 per iniziativa del marchese Cantono Ceva. Si realizzò, unendolo alla torre per mezzo di un padiglione di collegamento, un grande salone, provvisto di camino monumentale e ornato alle pareti di affreschi che ripercorrono le fasi storiche salienti del castello. Alla base della torre si trova la cappella del Sacro Cuore con gli affreschi dei santi e beati di casa Savoia, omaggio alla storia del Piemonte e alla dinastia regnante, oggi in parte deteriorati dalle infiltrazioni di umidità.

La gestione del sito, visitabile la domenica, è affidata alla compagnia “Ars Teatrando”, che mette in scena spettacoli teatrali, rievocazioni e forme di intrattenimento culturale e che si occupa di valorizzare Brich Zumaglia in sinergia con l’associazione “Amici del Brich”, istituita con l’obiettivo di prendersi cura della collina e del parco proponendo visite guidate a piedi e a cavallo.

 

(le foto sono state messe gentilmente a disposizione da Carmine Arena e Ars Teatrando)

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Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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