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Quelle minestrine in brodo con le stelline o i “bombonin”

Negli Anni Sessanta non mancavano quasi mai sulle tavole delle famiglie piemontesi, soprattutto a cena. Un’abitudine gradita ai più, ma per alcuni ragazzini rappresentavano un incubo

Minestrine in brodo, di dado, di pollo, di bue: erano spesso l’incubo di chi è stato ragazzino negli Anni Sessanta del Novecento. Ma ciò che era più faticoso da ingerire era la pastina, che sistematicamente ne costituiva l’elemento-alimento base.

A quei tempi, nelle famiglie piemontesi, soprattutto alla sera, la minestrina era un piatto quasi scontato. La pasta asciutta e i primi di pasta (a differenza di quanto avveniva nelle famiglie di immigrati meridionali, dove il consumo di pasta avveniva quasi quotidianamente, spesso come piatto unico), erano considerati un primo piatto riservato ai pranzi della festa. Era pasta quasi sempre fatta in casa, preparata dalle mamme o dalle nonne sull’asse di legno che si sfilava dall’incavo ricavato sotto il piano di marmo del tavolo della cucina, che armate di mattarello la stendevano con cura e arte per farne tajarin e agnolotti (guai a chiamarli ravioli: erano così chiamati solo dagli immigrati di origine romagnola).

Un campionario di pastine per minestrine in brodo

A pranzo, i primi piatti tipici dei piemontesi erano i risotti, (al sugo o in bianco, raramente allo zafferano), a volte gli gnocchi (al sugo o alla bava), di tanto in tanto le lasagne, più spesso i minestroni o i classici e succolenti brodi di carne, in cui era d’uopo immergere qualche chicco di pasta reale, e più spesso semplici tozzi di pane, ricoperti di un buon strato di parmigiano grattato.

Come già si è accennato, ciò che non mancava quasi mai nei più leggeri deschi serali delle famiglie piemontesi erano le minestrine, che di tanto in tanto si alternavano ai cremosi “risi al latte” o ai “semolini” in brodo.

Una confezione di pasta per minestrine in brodo: Lettere e Numeri

Quali erano le pastine che rinfoltivano le minestrine che venivano somministrate ai commensali? Beh: le alternative erano numerose. Il brodo era sempre quello, ma almeno cambiava il contenuto. Potevano essere le stelline, più spesso i “bombonin”. Oppure le conchigliette, le biavette, il risone, i ditalini, gli anellini, le “Ave Maria” e i “Pater noster”.

Una confezione di “bombonin”

Se al desco erano seduti anche dei bambini, talvolta (ma non sempre) per facilitare l’ingestione cucchiaio dopo cucchiaio, anziché le citate pastine “da adulti”, le mamme proponevano le “letterine” e i “numerini”. I più grandicelli componevano ideali parole di fantasia, oppure si cimentavano con somme e sottrazioni. E in questo caso, guarda un po’, persino la minestrina serale veniva ingerita senza capricci e con il sorriso.

Sergio Donna

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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