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Intervista a Michela Giordano, “portavoce” delle valli d’Oc del Piemonte

Abbiamo incontrato Michela Giordano, giovane professionista nativa di Vernante in valle Vermenagna, profondamente innamorata del suo territorio e intenzionata a utilizzare le sue competenze di “Social Media Manager” (questa la sua professione nella vita) e il suo bagaglio culturale per far conoscere e valorizzare l’area delle “valli d’Oc piemontesi” estesa tra la provincia di Cuneo e quella di Torino.

Michela Giordano in valle Varaita.

Nel tuo profilo instagram (@michelanellevalli), ricco di informazioni, foto e video promozionali dedicati all’area alpina della provincia di Cuneo, ti presenti come “portavoce delle valli d’Oc piemontesi”. E’ una definizione ambiziosa: qual è l’obiettivo che ti poni?

Ho scelto il termine “portavoce” perché il mio intento si rispecchia molto bene nel suo significato, ossia quello di parlare in vece di qualcuno, che nel mio caso sono appunto le valli occitane. Detto in maniera più semplice: non voglio fare altro che “dare voce” alle valli. Loro sono le vere protagoniste, il fine della mia pagina. Io sono soltanto il mezzo attraverso cui cerco di mostrarle a quante più persone possibile. La mia scelta è stata quella di “metterci la faccia”, e non limitarmi a creare una pagina istituzionale e asettica, proprio perché mi interessa trasmettere il lato umano e autentico di questa realtà, viverla sulla mia pelle e trasmettere lo spirito che ancora si respira fra queste montagne.

Nella vita professionale sei “Social Media Manager”: puoi dirci qualcosa del tuo lavoro e soprattutto di quali connessioni ci sono tra l’attività che svolgi e la forte passione che ti spinge a impegnarti nella promozione delle valli occitane del Piemonte?

Mi sono appassionata al settore dei social all’università, la mia tesi trattava proprio “l’arte come strumento espressivo nello sviluppo dell’identità digitale di un territorio.” Da lì, poi, ho conseguito diverse specializzazioni nel settore. Per farla semplice, mi occupo dell’immagine digitale di aziende, enti e attività locali in diversi formati: creando per loro i contenuti, gestendo per intero i loro canali social, creando per loro campagne pubblicitarie di marketing mirato, e offrendo coaching e consulenze. La mia pagina nasce proprio dalla consapevolezza dell’efficacia dei social, se usati bene, e dal desiderio di utilizzarli per valorizzare il mio territorio. Come sempre la tradizione ha bisogno di adattarsi ai tempi che corrono, se non vuole finire nel dimenticatoio, e questa mi è sembrata una soluzione efficace.

Cavalli di Mérens al pascolo negli splendidi scenari dell’alta valle Maira (ph Roberto Beltramo).

Parlaci del tuo legame con la valle Vermenagna, dove vivi, e più in generale con le cosiddette “valli d’oc piemontesi”. Molto spesso si sente dire che è importante preservare e valorizzare le tradizioni, il patrimonio identitario e linguistico, le radici storiche di un territorio: come la pensi al riguardo? Secondo il tuo punto di vista di giovane professionista che abita e vive le valli d’oc piemontesi, qual è l’approccio giusto verso questi temi?

Il legame che ho con la Valle Vermenagna arriva da lontano, esattamente dalla mia nascita. Ho sempre vissuto a Vernante e respirato lo spirito che ancora si vive in questo piccolo paese. Qui l’amore per la tradizione, gli usi e i costumi, i cosiddetti “festin”, i balli tradizionali e il canto popolare si percepiscono direi quotidianamente. Mia mamma invece è della Valle Varaita, altra valle occitana che ha mantenuto salda la sua tradizione attraverso i balli e la festa della Baìo. Essendo anche un grande appassionata di canto, in età adolescenziale ho preso parte a diverse formazioni di musica tradizionale, e ho iniziato a fare concerti sparsi qua e là nelle valli. Questo mi ha permesso di scoprire altri territori, più o meno vicini a casa, in cui si parlava la mia stessa lingua anche se con altre sfaccettature, e in cui c’era un sentire comune di legame con il territorio. Inutile dire che per me è fondamentale perseverare e valorizzare le proprie tradizioni, cercando di mantenere autentico lo spirito, ma adattandone alcuni aspetti se l’evoluzione lo richiede.

E’ un processo inevitabile: quella che è per noi la tradizione oggi, non è la stessa che era per gli altri 100 anni fa, ma questo è normale! La tradizione si adatta sempre alle persone che la stanno vivendo in un determinato periodo.

Per quanto riguarda l’approccio a questo patrimonio, ritengo che sia importante parlarne, ma soprattutto viverlo! Vedo tante associazioni, tanti enti, tante organizzazioni volte alla valorizzazione di un territorio, ma poi in concreto cosa fanno? Non credo basti organizzare qualche serata culturale per far innamorare le persone. Certo, questo è sicuramente utile, ma non basta: la tradizione non si impara…la si vive! Per questo c’è bisogno di invogliare la gente a buttarsi nel calderone del passato, dimostrando che non questo non è un vestito che puzza di vecchio, ma un tesoro che profuma di antico.

Valle Maira – scorcio di Elva con il Caseificio Elvese sulla destra. Splendidi scenari alpestri, architetture montane preservate e produzioni artigianali tipiche: un mix di fattori che rendono attrattive e affascinanti le valli d’Oc del Piemonte (ph Roberto Beltramo).

Il Piemonte, pur avendo un’identità comune, è un territorio variegato dal punto di vista geografico e culturale, perché si spazia dalle pianure risicole di vercellese e novarese, solcate da canali che sono capolavori di ingegneria idraulica, alle colline di Langhe, Roero e Monferrato, famose ormai in tutto il mondo per la produzione vinicola e l’eccellenza gastronomica, dalle città d’arte, ancora poco conosciute rispetto all’importanza del patrimonio architettonico e artistico, come ad esempio Casale Monferrato e Saluzzo, che furono per secoli capitali di piccoli Stati (marchesato del Monferrato e marchesato di Saluzzo), alle tantissime vallate alpine, che si estendono dall’Ossola e la Valsesia, con le comunità Walser di ceppo germanico, all’area franco-provenzale dell’alto Canavese e delle valli di Lanzo, fino alle valli occitane del Torinese e della Provincia Granda. In questo contesto, e tenendo conto che nella tua provincia di Cuneo c’è un distretto, quello delle Langhe, che si è ormai affermato come meta turistica di eccellenza a livello internazionale, quale può essere, a tuo giudizio, il modello di sviluppo turistico più adeguato per le valli d’oc piemontesi?

Credo che ogni territorio abbia delle sue qualità da valorizzare e su cui investire per portare turismo.

La gente va nelle Langhe per il vino, e non c’è cosa più coerente. Tuttavia, attorno al fulcro del vino, si è avuta l’accortezza di creare tutto un entourage in grado di ampliare l’esperienza dei turisti ed invogliarli a tornare in Langa ancora e ancora: dai musei, alle degustazioni, alle esperienze outdoor come passeggiate a cavallo o giri in Vespa.

Qui da noi, nelle valli occitane, non abbiamo bisogno di inventare niente, perché abbiamo già tutto: abbiamo la natura, che è in grado di soddisfare chiunque: gli sportivi professionisti, i camminatori amatoriali, le famiglie. Si possono fare sport sia d’estate che d’inverno e non ci si annoia mai. A questo si aggiunge tutto il settore gastronomico: ogni valle ha almeno un piatto tradizionale, utile sia per il settore della ristorazione, sia per l’organizzazione di eventi che ruotino attorno al cibo come degustazioni, corsi di cucina e molto altro. Abbiamo poi la storia: ogni paesino ha qualcosa da raccontare, tesori nascosti e racconti che affascinano chiunque provenga dalla città e sia abituato a tutt’altro stile di vita. E infine, la cultura: balli, musiche, canti, poesie, arte, architettura… cosa ci manca? Ribadisco, nulla. Il problema è che avere tanti pezzi di un puzzle e lasciarli sparsi e staccati non porta da nessuna parte. Se tutto questo seguisse un disegno ben preciso, e i pezzi fossero messi insieme, allora potremmo vivere unicamente di turismo. Per molti sembra impossibile: non lo è. Ci sono regioni d’Italia che sanno dimostrarci che le cose fatte con buon senso funzionano.

Certo, qui da noi c’è sempre un certo fastidio che aleggia nell’aria: non si trova mai il giusto equilibrio tra il lamentarsi che non c’è abbastanza turismo, e il lamentarsi perchè il troppo turismo dà fastidio. Su questo c’è ancora molto da lavorare: sicuramente non è facile valorizzare un territorio senza finire con il rovinarlo e renderlo da gioiellino a oggetto martoriato. Ma quel che è certo, è che con un buon lavoro di squadra si troverebbe sicuramente il giusto compromesso.

Le valli d’Oc del Piemonte non sono solo paesaggio e natura, ma anche arte. In foto, un dettaglio del ciclo di affreschi della seconda metà del Quattrocento che orna l’interno della cappella di San Bernardino a Lusernetta in val Pellice.

Per concludere questa breve intervista, qual è il ruolo che possono svolgere i moderni strumenti della tecnologia e dell’informatica e, in particolare, il mondo dei canali social di cui tu sei esperta (facebook, instagram), nella divulgazione conoscitiva delle valli d’oc piemontesi e nella promozione turistica di questo territorio così affascinante, ma non ancora valorizzato come meriterebbe?

Che ci piaccia o no, oggi la realtà raccoglie in sé anche una parte “virtuale”, che si è integrata con il nostro vivere e a cui non possiamo non dar retta. Ritengo che il digitale, se usato in modo consapevole e utile, possa essere un valore aggiunto alla nostra vita: i social stessi possono essere oggi fonte di ispirazione, di scoperte, e perché no di cultura. Sempre di più si trovano pagine che raccontano realtà, curiosità, situazioni davvero interessanti, di cui senza i social saremmo venuti a conoscenza in modo molto più complicato. Io stessa scopro autori, artisti, luoghi.

Come ci insegna Michela Giordano, le valli d’Oc del Piemonte vantano un invidiabile patrimonio di tradizioni e feste popolari – in foto, un momento della Baìo di Sampeyre, forse la più conosciuta (ph Roberto Beltramo).

Ritengo che il problema non stia tanto nel mezzo di per sé, ma nel modo in cui questo lo si utilizza: è quello che fa la differenza e lo rende un mezzo vantaggioso o un mezzo dannoso. I canali social hanno il grande potere di rendere le informazioni accessibili a tantissime persone, e in pochissimo tempo. Per questo un territorio può fare leva su questi mezzi potenti per divulgare la sua immagine. Per concludere, quindi, credo che il ruolo dei social e degli strumenti di oggi sia quello di poter divulgare a macchia d’olio una realtà territoriale come la nostra, mostrandone tutti i suoi aspetti in modo semplice, chiaro ed efficace. Dobbiamo ricordare sempre che il social non è il fine, ma il mezzo! I nostri territori sono già splendidi di loro, non dobbiamo inventare niente! I social non fanno altro che produrre l’eco di questa bellezza, grazie alla loro cassa di risonanza molto potente.

Paolo Barosso

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Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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