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Il vero significato del modo di dire piemontese “J’aso ’d Cavour as làudo da lor”

Da Caburrum a Cavour: breve storia del pittoresco borgo alle falde della Rocca e di una curiosa locuzione verbale piemontese

Quasi alla confluenza tra il Pellice e il Chisone, si adagia, nel cuore del pianalto Torino-Cuneo, il comune di Cavour, all’ombra della Rocca, uno scoglio di roccia alto 162 metri, ricoperto di vegetazione, che spicca nel placido mare della declinante e verdeggiante pianura.

Il luogo, avvolto da un alone di magia soprannaturale e di sacralità per la presenza di questa altura che fuoriesce da terra all’improvviso come un gigantesco masso erratico o una escrescenza rocciosa eruttata dagli Inferi, fu abitato dai Celti Caburriates (ricordati dallo storico Tito Livio, 66 a.C – 17 d.C. e da Giulio Cesare nei suoi Commentari Bellici), e poi dai Romani, che gli diedero il nome di Caburrum. L’oppidum di Caburrum si trasformò poi in municipium, col nome di Forum Vibii-Caburrum. Il villaggio raggiunse il suo massimo sviluppo e splendore in epoca augustea, come dimostrano le numerose scoperte archeologiche nel territorio di Cavour: tombe e necropoli con arredi funebri, lapidi, vasellame, tratti di acquedotto, fondamenta di domus abitative, frammenti di laterizi e di pavimentazioni.

Dopo di che, Caburrum conosce un periodo di costante declino, accentuato con l’arrivo dei Longobardi (568), poi dei Franchi e infine dei Saraceni (secolo X).

Vista della Rocca e del borgo di Cavour a volo d’uccello | Foto aerea

Per la posizione di confine fra il Pinerolese ed il Saluzzese, Cavour diventa un ambito feudo conteso tra i Savoia-Acaja e il Marchesato di Saluzzo. Inglobato nei domini degli Acaja (XIV secolo), il feudo conosce un ritrovato periodo di prosperità. All’inizio del XV secolo, con l’estinzione del ramo degli Acaja, il borgo passa a Ludovico di Racconigi, figlio naturale di Ludovico, ultimo principe d’Acaja.

La Signoria dei Racconigi dura un paio di secoli: il borgo di Cavour scopre la propria vocazione mercatale, e intanto si rinforzano le sue fortificazioni, soprattutto per difenderlo dalle ambizioni di conquista dei Francesi. Nel 1592, dopo un lungo assedio, François de Bonne de Lesdiguières poté tuttavia conquistare Cavour e la sua Rocca. Ma già nel 1595, il duca Carlo Emanuele I riuscirà nell’impresa di riconquistare la piazzaforte perduta. Fu in quell’occasione che sulla Rocca venne posata una grande croce che tuttora campeggia sul cocuzzolo dell’altura.

Nel 1659, il feudo viene assegnato ai Conti Benso di Santena Ponticelli: è a questo Casato che appartiene il pià autorevole dei suoi discendenti, il grande statista piemontese Conte Camillo Benso di Cavour.

Nel 1685 la Francia revocò l’Editto di Nantes, che garantiva la libertà di culto ai suoi sudditi. Contro il re Sole si formò una coalizione di Stati (prima la Lega di Augusta, poi la Grande Alleanza, composta da Inghilterra, Olanda, Austria e Piemonte).

Vittorio Amedeo II viene accusato da Luigi XIV di dare rifugio ai sudditi protestanti d’Oltralpe, che si insediavano nelle Valli Valdesi.

Nel 1690, le truppe francesi, forti di 12.000 uomini, al comando del famigerato generale Nicolas de Catinat de La Fauconnerie, irrompono da Pinerolo verso Cavour, che viene bombardata. Nonostante il sacrificio di decine di cavouresi fuori dalle mura, i Francesi riescono ad introdursi all’interno del borgo. Anche nel centro abitato i Francesi trovano una notevole resistenza, ma alla fine ebbero il sopravvento, trafiggendo a colpi di baionetta chiunque ne ostacolasse l’avanzata. Alcuni abitanti riuscirono a fuggire verso Barge; altri cercarono rifugio sulla Rocca. I Francesi, lanciati all’inseguimento dei fuggitivi sulla Rocca, li raggiunsero, trucidandoli tutti.

Ritratto del generale francese Nicolas de Catinas

L’immane massacro di civili fu possibile perché il contingente sabaudo del colonnello Emilio San Martino marchese di Parella, con 4000 soldati piemontesi tra cui molti valdesi, che pur era accampato nei pressi della vicina Luserna, era stato informato troppo tardi dell’attacco nemico e non fece in tempo ad intervenire a sostegno della popolazione.

A partire dal Novecento, Cavour ha dato ulteriore impulso all’attività agricola, dell’allevamento e dell’artigianato, diventando un importante polo commerciale e di produzione ortofrutticola, sfruttando una fitta rete di canali irrigui che attingono l’acqua dal torrente Pellice.

Panorama dalla Rocca di Cavour, dal sito del Comune di Cavour

La cittadina è stata scelta per fissarvi la propria dimora, temporanea o definitiva, da molti uomini illustri, come Camillo Benso e Giovanni Giolitti.

Edmondo De Amicis, nella sua opera “Alle Porte d’Italia”, citava il borgo di Cavour come meta imperdibile per i buongustai, per le numerose eccellenti trattorie, che già a fine Ottocento offrivano incomparabili prelibatezza gastronomiche. Una tradizione, quella della buona cucina cavourese, che si è protratta fino ai nostri giorni.

E concludo ricordando un modo di dire Piemontese, ancora molto in auge, di cui però è opportuno conoscere il vero significato, onde evitare dei fraintendimenti che non renderebbero giustizia all’acuta intraprendenza e alla vivacità intellettuale dei cavouresi:

“J’aso ‘d Cavour as làudo da lor”

che letteralmente, in Italiano, si può tradurre così: “Gli asini di Cavour si lodano da soli”.

Attenzione, però: la locuzione verbale non si riferisce assolutamente ai Cavouresi, ma ad una specifica razza locale asinina, oggi purtroppo pressoché estinta. Gli asini della razza autoctona cavourese, particolarmente docili e resistenti, e di intelligenza acuta, erano apprezzatissimi non solo nel territorio locale: la loro fama valicò le Alpi, e molti esemplari venivano esportati nei mercati transalpini. Il latte delle asine di Cavour risultava poi particolarmente adatto all’alimentazione dei bambini. Quando si diceva: “Costì a l’é n’aso ’d Cavour”, andava da sé che si trattava di un asino di somma qualità, e non c’era bisogno di aggiungere altre lodi o altri commenti: bastava la parola! Ecco perché si dice: “J’aso ‘d Cavour as làudo da lor”.

Non si tratta affatto di una questione di narcisismo personale.

Sergio Donna

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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