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I liquori tipici del Piemonte, un’eredità vecchia di secoli

I nostri vecchi dicevano che dopo aprile, torna marzo. E non si sbagliavano! Il meteo di questo mese di maggio è davvero atipico. Per rimediare a tutto questo, una soluzione potrebbe essere quella di sorseggiare un buon amaro. Il Piemonte dà i natali a tanti liquori e distillati, che spesso e volentieri (soprattutto) concludono i nostri pasti, sia a casa, sia al ristorante. È davvero una grande orgoglio poter annoverare tra i prodotti tipici piemontesi liquori e distillati come: il Vermut, l’Arquebuse, il Genepì, e così via. Partiamo con ordine ad approfondire alcune di queste eccellenze alcoliche.

Una fabbrica di vermut ad inizio Novecento

VERMUT. Il vino aromatizzato più famoso, ma anche il più torinese di tutti! Il suo nome particolare ha due origini: la prima, tedesca, deriva dal termine “wermut”, che ricorda principalmente uno dei suoi componenti aromatici, l’assenzio, ovvero l’Arthemisia Absinthum, mentre la seconda si riferisce al nome italiano “Americano”, che deriva dal piemontese “vin amaricà” (vino reso amaro). La storia di questa bevanda alcolica inizia proprio a Torino nel 1786, quando Antonio Benedetto Carpano mise a punto il procedimento produttivo da cui ottenne il primo Vermut, tuttora uno dei simboli della nostra enologia. A testimonianza di questo avvenimento, venne posta una targa all’angolo di Via Viotti con Piazza Castello. Se passate da quelle parti, dateci un’occhiata!

ARQUEBUSE. Liquore dalle origini d’oltralpe, l’inizio della produzione cominciò sicuramente in Francia e poi si diffuse in Piemonte e nelle regioni montane vicine, diventando una delle bevande alcoliche di punta della tradizione piemontese. Le prime fonti storiche risalgono alla fine del secolo XVII. Il termine Arquebuse cela più di un significato, uno dei quali risale all’uso curativo che aveva il liquore proprio sulle ferite da archibugio, ma anche alla sensazione di bruciore che si prova nello stomaco dopo averlo bevuto (la gradazione alcolica è comunque alta). Infatti, l’invenzione di questo liquore aveva prima di tutto scopi officinali, piuttosto che edonistici. L’ingrediente base della sua ricetta sono le foglie di tanaceto mischiate insieme ad un mix di erbe, come menta, salvia, iperico e camomilla. Le proprietà del tanaceto sono innumerevoli e molto benefiche, le foglie sono ricche di sostanze antidolorifiche e antibatteriche e apportano un buon contenuto in Vitamina C, manganese, tannini e polisaccaridi. Insomma, per il prossimo inverno una buona scorta di Arquebuse vi preserverà dai vari malanni di stagione!

GENEPI’. Tipico liquore di montagna, compagno di sciate e ciaspolate degli amanti della neve, il Genepì ha origini antiche. Siamo verso la fine dell’Ottocento, quando la pianta aromatica inizia ad essere trasformata in liquore, anche in questo caso come medicamento per patologie infiammatorie. La pianta aromatica utilizzata per la preparazione del liquore cresce proprio tra i monti di Piemonte, Valle d’Aosta e valli Occitane delle province di Cuneo e Torino. Appartiene al genere Artemisia e conta circa 200 specie, anche se quelle utilizzate per produrre il Genepì sono solo tre: Artemisia Spicata, Mutellina e Glacialis. Il Genepì oggi è utilizzato in tanti modi, sia come aperitivo o cocktail, dove sprigiona le sue caratteristiche dissetanti, ma anche come bevanda calda, ideale come drink energetico e confortante.

La pianta del genepì dai caratteristici fiori gialli

RATAFIA’. Lo strano nome di questo liquore ha una storia tutta sua molto curiosa. In passato i contratti venivano conclusi con una particolare dicitura latina “et sic res rata fiat”, che significa: “che la cosa sia valida”. Questa era la modalità con cui i notai validavano gli atti con la propria firma. Nel dialetto piemontese si è poi perso il collegamento con la lingua latina e il liquore ha assunto il termine “rata fià”, che letteralmente vuol dire “il gratta fiato”. Il ratafià è un liquore aromatizzato alla frutta prodotto in tutta Italia, ma con una diffusione maggiore soprattutto in Piemonte, Valle d’Aosta e Abruzzo. I ratafià piemontesi e valdostani hanno inoltre ricevuto il riconoscimento come PAT (Prodotto Agroalimentare Tradizionale). Esistono due tipologie di ratafià: una ricetta ha come base di partenza il vino (come ad esempio il tipico ratafià abruzzese), mentre la ricetta piemontese un infuso di frutta, erbe e spezie in alcol puro. Tipico infatti il Ratafià di ciliegie nere del Piemonte.

SЁRPOUL. Questo liquore rappresenta una nicchia di mercato, che si traduce nella produzione caratteristica delle valli sopra Pinerolo. Il suo nome deriva proprio dall’ingrediente principale della ricetta, il timo serpillo. Questa erba cresce spontanea ad elevate altitudini, fino a 2600 metri, è il parente più stretto del timo mediterraneo, utilizzato come erba aromatica in molte preparazioni culinarie. Il Serpoul viene prodotti con i piccoli fiori di color rosa dell’erba, dal profumo molto intenso. Vengono lasciati macerare in acqua, zucchero e alcol, che fa sì che i fiori rilascino poco a poco le loro proprietà aromatiche. Il liquore che si ottiene possiede una gradazione alcolica di 30 gradi, ideale oltre che come fine pasto, anche per cocktail e long drink.

Oltre a questi liquori citati, non possiamo non dimenticarci dell’Amaro San Simone, ottenuto da un mix di circa 34 piante ed erbe selezionate nei territori circostanti a Torino e provincia, il Bicerìn liquore, da non confondersi con la bevanda calda Bicerìn, a base di cioccolato (crema al Gianduja per la precisione) e il Nocciolino di Chivasso, preparato a partire da un infuso di nocciole piemontese. 

Chiara Parella

Classe ’87, torinese di nascita, ma astigiana di adozione, dopo una formazione classica, si è laureata in scienze e tecnologie agroalimentari presso l’Università degli Studi di Torino. Si occupa di marketing e comunicazione e scrive per alcuni blog di settore. Amante da sempre della letteratura latina e della cultura in generale, è in procinto di pubblicare il suo primo libro.

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