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Considerazioni sulla lingua piemontese: un idioma comune per farsi capire da tutti

(SECONDA PARTE)

TORINO. Nella prima parte di queste pagine si è cercato di spiegare i motivi per cui il piemontese debba essere considerato una lingua a tutti gli effetti e non un mero dialetto locale. E non solo perché ciò è riconosciuto universalmente dai glottologi: la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie ‒ che all’art. 1 stabilisce che debbano essere considerate tali “… quelle lingue […] che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato” ‒ annovera infatti, a pieno titolo, il piemontese tra le lingue regionali di minoranza. Il piemontese, inoltre, è riconosciuto fra le lingue minoritarie europee fin dal 1981 (rapporto 4745 del Consiglio d’Europa) ed è altresì censito dall’Unesco nell’Atlante delle lingue che nel mondo sono in pericolo di estinzione, e dunque tra le lingue meritevoli di tutela.

Un’altra frequente obiezione sollevata da coloro che si chiedono se il piemontese debba essere considerato un dialetto piuttosto che una lingua è la seguente: “Come codificare il piemontese come lingua se spesso certi vocaboli, così come la loro pronuncia e alcuni modi di dire si differenziano da un paese all’altro, anche se confinanti?”. Spero di replicare in modo esaustivo anche a questa osservazione.

Mappa di diffusione della lingua piemontese | Fonte: Wikipedia

Tutte le lingue hanno le loro varianti da zona a zona, e persino da borgata a borgata. Talvolta piccole comunità chiuse creano a proprio uso esclusivo una sorta di lessico circoscritto (es: vocaboli specifici del linguaggio infantile o giovanile, o caratteristici di certi ambienti di fabbrica, di officina, di ufficio, o scolastici, ecc.) e financo dei termini destinati al solo ambito famigliare, per renderli incomprensibili a coloro che della famiglia non fanno parte. Oppure, si pensi ai vocaboli gergali malavitosi (che costituiscono una sorta di linguaggio in codice indecifrabile per i non adepti).

Ciò succede anche per l’italiano. Del resto, si sa: c’è una bella differenza tra l’italiano parlato da un triestino e quello di un catanese, oppure tra quello parlato da un pisano e quello di un foggiano o di un sardo. Eppure tutti si capiscono, e rispondono a tono, ognuno usando la lingua di koiné, sia pur con un personale accento zonale, e magari pure con l’aggiunta di tipiche e colorite locuzioni verbali regionali che possono far sorridere  l’interlocutore.  

Modi di dire piemontesi di Piero Abrate e Pino Perrone, Ligurpress

Chi si sente di appartenere a una stessa comunità culturale sa che usando l’idioma comune (che raggruppa e identifica come una bandiera una stessa comunità storico-culturale) può farsi capire perfettamente dagli altri appartenenti a quella comunità, nonostante le varianti della lingua o le sfumature di pronuncia differenti da luogo a luogo. Un fiorentino si sente forse meno o più italiano di un milanese solo perché parla la lingua nazionale con un accento diverso? Oppure: un piemontese di Fossano si sente forse meno o più piemontese di un benese solo perché pronuncia alcune parole in un altro modo? O ancora: un piemontese di Cigliano si sente forse meno o più piemontese di un abitante di Vische o di Villareggia per il solo fatto che il piemontese di ognuno differisce in alcuni vocaboli? Una lingua è tale se è veicolo di comunicazione di idee, intenzioni e informazioni. Così un braidese che parla il “suo” piemontese potrà farsi capire da un astigiano, da un torinese, o da un cuneese. Il “dialogo” (lingua parlata) e la veicolazione della lingua scritta potranno risultare ancora più facilitati se esiste o se si è creata una parlata comune e convenzionale di riferimento (koiné), con tanto di grammatica e lessico comune, con l’uso di una grafia uniforme e standardizzata.

Cartello trilingue in spagnolo, italiano e piemontese a San Francisco, Córdoba, Pampa gringa (Argentina)

Anche il piemontese ha le sue varianti (albese, astigiano, vercellese ecc.):  sono i suoi dialetti. Ma esiste un piemontese di riferimento comune per tutti. È quello codificato sui vocabolari, che riporta tutti i termini e le varianti locali. Il piemontese “torinese” è stato considerato quello di riferimento (la più volte citata lingua di koiné), cioè quel piemontese “esperanto” compreso da tutti i piemontesi, di valle o di pianura, di campagna o di città, in Italia come in Argentina.

Concludo ed integro quanto esposto in queste considerazioni sulla lingua piemontese, citando una pregnante osservazione del piemontesista e cantautore Beppe Novajra:

“Le varianti locali della lingua letteraria piemontese si possono chiamare dialetti locali, così come il romanesco o il toscano sono da considerare come dialetti dell’italiano. Supponiamo che fra alcuni decenni la lingua parlata in un mondo globalizzato sia l’inglese, e che gli italiani nella vita quotidiana parlino e scrivano solo più in inglese, riservando l’italiano a qualche lettura o a manifestazioni folcloristiche. Chiameremo allora l’italiano un dialetto? Definire lingua solo quella dei prevalenti (vincitori politici o militari o economici) e degradare a dialetti le lingue dei perdenti è evento che si ripete nella storia e che impoverisce l’umanità, così come la coltivazione di un solo tipo di mela (la più produttiva, bella e redditizia) impoverisce la diversità biologica”.

Sergio Donna

Chi volesse leggere la prima parte dell’articolo, clicchi QUI.

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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