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C’era una volta il carcere torinese delle “Nuove”…

TORINO. Il carcere delle “Nuove” fu così ribattezzato nella seconda metà dell’Ottocento, in quanto la struttura edificata tra il 1857 e il 1869 in corso Vittorio Emanuele II (a quei tempi corso San Avventore) andava di fatto a sostituire i vari reclusori cittadini: il carcere criminale di via San Domenico, il correzionale di via Stampatori, il carcere delle forzate di via S. Domenico e il reclusorio per le condannate delle Torri Palatine. “Le Nuove” hanno resistito per circa 120 anni, sino a quando agli Anni Ottanta dello scorso secolo è stato progressivamente sostituito dal nuovo penitenziario nella zona più periferica delle “Vallette”. E’ stato un “passaggio” lento che si è concluso soltanto nel 2003 quando anche i detenuti in regime di semilibertà sono stati trasferiti alla casa circondariale Lorusso e Cutugno. Con l’inizio del nuovo millennio il complesso di corso Vittorio è stato oggetto di restauro diventando sede di iniziative culturali e di un museo.

A firmare il progetto dell’edificio fu Giuseppe Polani che seguì le indicazioni relative al carcere ad isolamento totale, introdotte dal Regio decreto del 27 giugno 1857 che prevedeva l’utilizzo di una cella singola per ogni detenuto, affinché si garantisse l’effettivo isolamento diurno e notturno. Complessivamente la struttura si componeva di 648 celle (4 metri di lunghezza per 2,30 di larghezza e 3 di altezza), ognuna dotata di una finestra a “bocca di lupo” per vedere soltanto il cielo. La superficie complessivamente occupata era di 37.634 metri quadri, perimetrata da due muri di cinta alti cinque metri, con quattro torricelle, tredici bracci, sei cortili per il passeggio e due cappelle, una per gli uomini e l’altra per donne.

Dalle “Nuove” sono passati alcuni dei personaggi che, nel bene o nel male, hanno avuto una parte nella storia della città, un archivio di vicende difficili, dolenti e terribili, spesso poco conosciute. Qui, ad esempio, hanno passato le ultime ore i tre banditi autori della strage di Villarbasse (1945) gli ultimi a subire la pena di morte (nel 1947) in Italia. E fu proprio alle “Nuove” che Cesare Lombroso trovò i primi soggetti per avviare lo studio della criminologia, scienza che mosse i primi passi proprio fra queste mura.

Nel corso di oltre un secolo di storia, oltre al reclusorio per la criminalità comune, ha custodito soldati disertori della guerra 1915-18, mentre nel ventennio fascista vi furono rinchiusi numerosi oppositori del regime, partigiani ed ebrei. Le “Nuove” divennero luogo di detenzione e tortura di migliaia di uomini e donne, in qualche caso anche di bambini. Il 7 aprile 1944 vi morì, dopo inumane torture, Emanuele Artom, giovane partigiano ebreo, commissario politico della V Divisione Giustizia e Libertà.

Il bombardamento notturno del 1942 ad opera della RAF, con bombe di grosso e grossissimo calibro, colpì le carceri causando gravi danni: distruzione di parte del fabbricato, grave sinistramento di una manica e danni agli interni, causati da bomba dirompente. Le opere di ripristino durarono sino al novembre 1945. All’interno del carcere si trova anche un bunker antiaereo che è stato casualmente ritrovato nel 2010 e che oggi, dopo diversi lavori di manutenzione, è possibile visitare.

Più recentemente vi sono stati rinchiusi mafiosi, terroristi, tangentisti.



Piero Abrate

Giornalista professionista, è direttore responsabile di Piemonte Top News. In passato ha lavorato per quasi 20 anni nelle redazioni di Stampa Sera e La Stampa, dirigendo successivamente un mensile nazionale di auto e il quotidiano locale Torino Sera. E’ stato docente di giornalismo all’Università popolare di Torino.

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