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Bellezia, il giurista divenuto sindaco che affrontò la peste torinese del 1630

TORINO. “A peste, bello et fame liberet nos Deus omnipotens”: così scriveva nel 1630 sul libro municipale dei Consigli Giovanni Francesco Bellezia, al tempo sindaco di Torino, invocando la cessazione dei flagelli, peste, guerra e carestie, che in quell’anno avevano funestato la città e molte zone del Piemonte.

Bellezia, appartenente a una famiglia originaria di Lanzo, giurista e magistrato, dal 1625 membro del Corpo decurionale, aveva ricevuto la nomina a “sindaco” di Torino (il mandato dei sindaci, che erano due, aveva durata annuale) nel giorno di San Michele, il 29 settembre 1629, come da antiche consuetudini, che prevedevano anche il giuramento, secondo la formula del libro della Catena, nelle mani del vicario e sulla tavoletta dei santi protettori di Torino, Solutore, Avventore e Ottavio. Il sindaco Bellezia, appena ventottenne, svolse quindi il suo incarico amministrativo nell’annus horribilis, il 1630, passato alla storia per l’epidemia di peste bubbonica che si abbatté su gran parte d’Europa investendo anche Torino e il Piemonte.  

Una miniatura con santi protettori di Torino, Solutore, Avventore e Ottavio

Il contagioso morbo, che si propagò a ondate tra il 1629 e il 1633, accanendosi in modo particolare nei territori del Ducato di Milano, dove nel 1630, l’anno di massima diffusione, perse la vita all’incirca la metà della popolazione (si calcolano 160.000 morti), ebbe anche un’eco letteraria, entrando così nell’immaginario collettivo. Oltre al popolare romanzo “I Promessi Sposi”, che l’autore Alessandro Manzoni ambientò nel pieno infuriare della peste milanese, risale al 1840 la “Storia della colonna infame”, saggio storico in cui lo stesso Manzoni ripercorre la vicenda processuale di due presunti “untori”, un commissario di sanità e un barbiere, ritenuti responsabili di aver propagato il contagio ricorrendo a misteriose sostanze.  

Come si evince dall’opera storiografica del barone Gaudenzio Claretta, “Il municipio torinese ai tempi della pestilenza del 1630”, pubblicata nel 1868, i primi segni del morbo s’erano già manifestati nel corso del 1629, in concomitanza con il passaggio di truppe francesi, spagnole e alemanne che in quel periodo imperversavano in Piemonte, teatro della seconda guerra di successione del Monferrato, apertasi nel 1628 all’indomani della morte senza eredi di Vincenzo II Gonzaga duca di Mantova. Si provvide quindi, da parte delle autorità municipali, che si riunivano periodicamente in adunanze chiamate “congreghe” o “consigli” a seconda dell’importanza della materia trattata, ad adottare le prime misure, volte ad evitare la propagazione del contagio.

Tra i provvedimenti messi in campo v’era il rafforzamento della guardiania armata alle porte della città, il divieto di ingresso per le merci provenienti da territori già colpiti dall’infezione, essendo queste ritenute veicolo di diffusione del morbo, l’obbligo di esibizione per i forestieri della cosiddetta “bolletta di sanità”, un certificato attestante la “buona salute” del portatore e la sua provenienza da luoghi esenti dalla malattia, la chiusura di tutte le osterie site fuori città, nel Borgo di Po, in città nuova e “per tutto il finaggio”, e l’allestimento dei lazzaretti, destinati ad accogliere in apposite capanne di legno sia i malati, sia i semplici “sospetti”, e che vennero approntati, secondo quanto ci testimonia il Claretta basandosi sugli Ordinati municipali, alla cascina Maddalena e all’ospedale di San Lazzaro, entrambi situati nella “regione delle Maddalene, al di là del Ponte Dora”.

Piazza delle Erbe a Torino

Circa la disposizione dei lazzaretti non c’è però concordia tra le fonti consultate: l’antropologo Massimo Centini in un suo articolo sul tema li localizza infatti in Levaldocho, Valdocco, e in Vialbre e Rivagagliarda, luoghi non identificati, lo studioso Milo Julini menziona il “Chiabotto delle Merle” (Ciabòt dle Merle), situato nell’odierna via Cuneo (Barriera di Milano), mentre il protomedico Fiochetto nei suoi scritti parla dell’erezione di “nuovi Lazzeretti nella Città nuova posta a mezzo giorno” in aggiunta ai “Lazzeretti vecchi di là da Dora”, di capienza insufficiente.

La peste nera in una miniatura del XV secolo

Nelle cronache del contagio che afflisse Torino ci viene in soccorso la testimonianza diretta del medico Giovanni Francesco Fiochetto di Vigone, archiatra di casa Savoia, impegnato nell’assistenza sanitaria alla popolazione.  Mentre altri consiglieri e notabili, contravvenendo agli ordini ducali, s’erano allontanati dalla città nella speranza, rivelatasi in tanti casi illusoria, di scampare alla morte (“in tutti i tempi e in tutte le circostanze i pusillanimi, alla salvezza pubblica antepongono la propria”, commenta il Claretta), il medico ducale rimase al fianco del sindaco Bellezia e nel 1631, sulla scorta dell’esperienza acquisita, pubblicò a spese del Comune il “Trattato della peste, et pestifero contagio di Torino”, ristampato nel 1720 durante la peste nera di Marsiglia con il nuovo titolo di “Trattato della Peste o sia contagio di Torino dell’anno 1630”.

Dagli scritti del Fiochetto si apprende che il 14 gennaio 1630 il sindaco Bellezia annunciava alla congrega il ritrovamento in casa della prima vittima conclamata di peste sul suolo cittadino, identificata in un calzolaio, tale Guglielmino o Franceschino Lupo. Su disposizione del magistrato di sanità, intenzionato ad accertarsi delle reali cause del decesso, fu proprio il Fiochetto, assistito dal medico Bezzequi, a ispezionare il cadavere, trovandovi i segni rivelatori del morbo, “un carbone di colore cinericcio nella schiena” e un “bubone nella coscia”. Si ebbe quindi la certezza che la peste aveva fatto breccia nelle mura cittadine e si adottarono così misure ancora più stringenti, che non trascurarono né l’aspetto spirituale, con le implorazioni rivolte alla SS. Vergine e ai santi protettori, né l’esigenza di garantire il sostentamento economico ai più poveri e ai mendicanti, questi ultimi destinatari di specifici provvedimenti di espulsione suggeriti dal Magistrato di sanità per non diffondere il contagio.

Carlo Emanuele I di Savoia

Anche il duca di Savoia, Carlo Emanuele I, era rimasto a Torino sino al mese di giugno, ma poi, costretto dall’evolversi del conflitto in corso, che vedeva coinvolte su fronti contrapposti la Francia di re Luigi XIII e la Spagna di Filippo IV, lasciò la capitale dirigendosi alla testa delle truppe verso Saluzzo per fronteggiare gli invasori francesi. Giunto nei pressi di Savigliano, dovette però fermarsi in città, colpito da febbri violente, forse imputabili a pleurite, e la mattina del 26 luglio 1630 incontrò la morte, più volte schivata sui campi di battaglia, in una stanza al piano terreno di palazzo Muratori Cravetta.  

Uno scorcio della piazza centrale di Savigliano

Tornando al contagio che tormentava Torino e gran parte del Piemonte, c’è da considerare che la scienza medica rimase all’oscuro delle reali cause delle malattie pestilenziali susseguitesi a ondate nell’Europa del XVI e XVII secolo fino alla scoperta compiuta dal medico d’origine svizzera Alexandre Yersin, che nel 1894 identificò il batterio responsabile del morbo, battezzato in suo onore “Yersinia pestis”. I trattati spiegavano quindi l’origine della peste individuando segni premonitori, che prefiguravano l’imminente manifestarsi del morbo, e fattori condizionanti in grado di innescarne la diffusione. Tra questi si distinguevano cause di ordine superiore, identificate nelle congiunzioni degli astri e in fenomeni celesti, come le eclissi del sole e della luna o l’aspetto di certe “stelle fisse e erranti”, e cause di ordine inferiore, ricondotte alla corruzione dell’aria e all’eccessivo accumulo di umidità. Si osservava poi come le pestilenze fossero spesso precedute da carestie, con le conseguenti carenze nel regime alimentare, e accompagnate da guerre, con l’aggirarsi per campagne e città di eserciti che potevano propagare l’infezione.  

Oltre a questo, era però radicato il convincimento che operasse un’altra causa, l’azione degli untori, persone scellerate che, legate da patti con il demonio, ungevano porte e serrature delle case con sostanze ritenute in grado di diffondere il contagio. Il Fiochetto li chiama “ongitori delle porte”, giudicandoli capaci di far tanto danno da lasciare in tutta la città soltanto “dieci o dodici case intatte dal morbo”. Il Claretta riporta il caso d’una ragazza “semplice e semifatua”, di nome Margherita Torselina, che, secondo l’accusa, aveva agito come untrice al soldo di una guardia del duca, tale Francesco Giugulier, poi sottoposto a processo e “archibugiato ed abbruciato” in piazza Castello.

I metodi utilizzati per prevenire l’infezione si rivelavano spesso poco efficaci: cospargere di aceto lettere e monete, disinfettare gli ambienti con zolfo e profumi acri, accendere falò purificatori agli angoli delle strade, somministrare preparati a base di pietre preziose, incidere e bruciare i bubboni. Per preservarsi dal morbo il medico Fiochetto consiglia svariati accorgimenti, dalla purificazione dell’aria con fuochi di “legna odorate”, come rosmarino, cipresso, pino, all’areazione costante della casa, da tener “netta da ogni immondizie”, sino all’enunciazione di regole riguardanti il modo di bere e di alimentarsi. Ai medici e cirugici incaricati di visitare le persone infette era fatto obbligo, secondo quanto annota il Claretta, di “portare per loro segnale una bacchetta di sei palmi con crocetta in cima” e di indossare sempre abiti di seta, con maniche strette. Il Fiochetto prescrive ai medici di lavarsi le mani con “aceto rosato” e di portare sempre con sé palle odorifere o spugne imbevute d’aceto.  

Il cortile di Palazzo Muratori Cravetta a Savigliano

Il sindaco Bellezia, sebbene “infermato egli pure, e giacente in un letto della sua casa”, operò in questo difficile contesto, sorretto da una fede incrollabile in Dio e da un alto senso del dovere, che gli diedero forza sufficiente per adempiere al proprio ufficio. Le qualità morali dimostrate dal Bellezia, considerato vicino alla fazione filo-francese e di simpatie madamiste, unitamente alle doti di brillante giureconsulto, favorirono la sua carriera nelle magistrature sabaude culminata nel 1660 con l’ascesa alla carica di primo presidente del Senato di Piemonte. Per omaggiare la memoria del Bellezia, sepolto nella chiesa dei Santi Martiri in via Dora Grossa, il Municipio, su proposta di Prospero Balbo, deliberò nel 1805 l’intitolazione d’una via dietro il Palazzo Civico, dove nel 1866 venne anche posta una lapide commemorativa. Tra i luoghi legati al Bellezia ricordiamo la splendida villa d’Agliè, sulla collina di Torino, che per tutto il Seicento fu residenza della famiglia, per poi passare ad altri proprietari nel secolo successivo, quando assunse l’aspetto attuale, e la cascina Bellezia, dal nome del suo costruttore, elegante complesso di edifici agricoli situato in strada del Portone al confine con il comune di Orbassano.

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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