Personaggi & IntervisteTorino

MASSIMO TALLONE

TORINO. Viaggia con l’ironia in tasca Massimo Tallone, scrittore e saggista torinese, che celebra Torino nei suoi scritti. Autore di circa una ventina di libri, non disdegna l’arte del “cazzeggiare”, cioè di conversare con la sola finalità di sfiorare gli argomenti fior da fiore, come le api, strappando nettare e profumi alle parole. Su questa scia, pur preferendo il genere noir, ha scritto il saggio umoristico A bottega dal maestro di cazzeggio, e i corsi di scrittura che cura offrono, tra le altre, l’opportunità di scrivere divertendosi. Tra i suoi scritti, La curva delle cento lire, Il postino di Superga, Il fantasma di piazza Statuto, la saga di Lola.

Cosa rappresentano per lei il “distacco” e la “leggerezza”, di cui ha accennato in una recente intervista, nella scrittura e nella vita?

Distacco e leggerezza sono parole chiave della mia vita. Il distacco è fondamentale, dato che mi permette di non farmi assorbire in modo troppo acceso dal turbine del presente e dalle emozioni. «Vivi come se fossi già morto» dico spesso a me stesso. Da quella dorata posizione ogni fatto prende una prospettiva diversa, non più personale, ottima per essere descritta. Questa condizione di distacco, per me, è perfetta ai fini della scrittura, poiché favorisce la precisione lessicale, la proprietà espressiva, la varietà sintattica e la vastità argomentativa.
La leggerezza è una sorella del distacco. Intanto impedisce di prendersi troppo sul serio, e questo è già fondamentale. Poi, nella scrittura, la leggerezza evita i toni altisonanti, la sentenziosità da tromboni, i pacchiani eccessi virtuosistici. Nella vita quotidiana, invece, la leggerezza aiuta a vivere con serenità e tiene a distanza ridicoli comportamenti di autocompiacimento.

Lei è direttore artistico della scuola di comunicazione e scrittura “Facciamo la Lingua”. A tal proposito le chiedo: scrivere è un dono, o si può imparare attraverso i corsi di scrittura?

Non credo che scrivere sia un dono. Penso che si ottenga una discreta capacità di governare la lingua a patto di metterci molta costanza, molta attenzione, molta concentrazione e molta umilità. Con queste solide compagne di viaggio credo ci si possa avventurare nel desertico sentiero della scrittura, migliorando di un poco a ogni nuovo testo. Le scuole di scrittura, o meglio, ciò che io intendo per scuola di scrittura, non insegnano a scrivere, e dove accade tutti finiscono per scrivere allo stesso modo. Esse devono trasmettere la passione del gesto atletico di scrivere, mostrare snodi e malizie della composizione per evitare gli errori più comuni, aiutare a trovare un proprio metodo, incoraggiare alla costanza del lavoro e scoraggiare l’idea divisitica del successo facile, spingere a credere in ciò che si scrive purché si scriva con l’onestà di chi ricerca la propria inclinazione, regalare, infine, la gioia di bastare a se stessi e a non dipendere dagli altri, nella ricerca della felicità.

Leggere libri di autori del passato, ma anche contemporanei, è un valore aggiunto alla capacità di costruire intrecci?

Leggere è indispensabile. Bisogna leggere e rileggere i classici, soprattutto, ma anche i contemporanei se si è in grado di separare l’effimero dal duraturo. Proprio per segnalare l’importanza dei classici, del resto, ho scritto il saggio “Bartleby mi ha salvato la vita”, che uscirà il 21 settembre 2018 per la nuova casa editrice Buendia Books di Francesca Mogavero. Attenzione, però: leggere non aiuta a scrivere, sebbene questa bizzarra leggenda circoli da sempre. La scrittura viene favorita soltanto dalla scrittura, proprio come lo sport. Non puoi correre la maratona solo perché ne hai viste cento in televisione. Leggere è comunque indispensabile, perché la scrittura è un fiume unico, immenso, in cui tutti coloro che scrivono e che leggono si fondono e si amalgamano, sebbene forse ogni autore si reputi infantilmente irripetibile e originale. Inoltre, credo sia vero che l’idea di scrivere nasca dopo essere stati contagiati dalla lettura. A me capitò così, con Simenon e con “L’idiota, di Dostoevskij. Insomma, occorre leggere, sempre, farsi aiutare dal grande fiume dela letteratura.
La costruzione di un intreccio, per venire alla risposta, è infatti la sfida ricorrente e terribile per ogni narratore di storie. Oltre allo stile e al tono, l’autore, e parlo per me, s’intende, si dibatte per mesi nella preparazione del lavoro, va a caccia di una struttura, di un modo di sviluppare la storia. E di solito si arriva a una scelta che deve qualche cosa, anche di inconsapevole, ai grandi del passato. Poca cosa, certo, in forma di suggestione o di ambientazione o di architettura narrativa, magari pensando a Dumas, o a Kubrick, o a Jane Austen, tanto per dire. Insomma, tutti dobbiamo qualcosa a tutti, tutti siamo intrecciati. Tutti, scrittori e lettori, siamo attraversati da una immensa e indivisibile elica di Dna letteraria, dove piccole porzioni di espressione genica passano da un organismo all’altro per garantire la continuità dell’arte.

È importante, a parer suo, comunicare un messaggio nelle storie che scrive?

Il cosiddetto “messaggio” è ciò che temo di più in letteratura. Se devo trasmettere un messaggio scrivo un saggio. Da anni, ogni anno, scrivo sulla mia nuova agenda la frase di Giorgio Manganelli, dove dice di temere “la minaccia pedagogica”. Il compito della letteratura, a mio parere, è quello di rendere visibile la realtà invisibile, in senso pratico, concreto. Le parole dei bravi scrittori rendono visibili a noi stessi porzioni di noi; le parole precise che narrano un’esperienza portano a galla cose che avevamo intuito e che non sapevamo esprimere; la chiarezza con cui sono descritti fenomeni e ambienti rende più chiara la nostra visione del mondo; conflitti e dialoghi sono forme anticipate di esperienza grazie alle quali il lettore potrà muoversi nel mondo; vedere scritto in modo preciso, sulla carta, ciò che era nebuloso in noi vuol dire dare i nomi alle cose, e questo è già un superamento, una crescita. Insomma, la letteratura, si avvale della precisione, della proprietà e dello stile per trasmettere, arricchendola, l’esperienza sensoriale del vivere. In ciò è racchiusa la bellezza. E la bellezza è tutto.

Le rivolgo una delle prime domande che, chi si appresta a scrivere, dovrebbe porsi: per quale motivo scrivere questa/e storia/e?

Posso parlare soltanto per me, naturalmente. Le mie storie nascono da spunti esili, inizialmente: un dialogo, una confidenza ricevuta, un racconto bizzarro sentito tra amici. Poi quel seme comincia quasi da solo a muoversi, a crescere. Intorno a quel fatterello vedo apparire ombre, figure, motivazioni, spinte, passioni, guerre, ardori, mascheramenti, trappole. Spesso tutto finisce lì: ecco perché ho sempre la testa fra le nuvole, vorrei dire a chi suona il clacson, dietro di me, ai semafori. Altre volte, invece, da quel caos di visioni prende corpo anche una forma, una struttura, un’architettura narrativa. E allora non è più possibile scegliere, per me. O la scrivo, quella storia, e me ne libero, oppure mi trovo ostaggio della vicenda, comincio ad avere idee fisse, a vedere le scene del racconto, a ripetere frasi, spesso sempre le stesse, che pronunciano i personaggi. Quando succede così, so che devo scrivere, per evitare che qualcuno telefoni a qualche psichiatra.

Come si scende nell’intimità di un personaggio per delinearlo al meglio?

A dire il vero, la mia inesausta passione per i tipi umani, tutti, senza distinzioni e senza giudizi, mi costringe da sempre a ficcarmi con forza nella testa e nella mentalità di chiunque incontri. Dopo poche parole comincio a immaginare la vita di questa persona, gli arredi di casa, i sentimenti, e a poco a poco mi metto nei suoi panni, belli o brutti che siano. A volte provo addirittura a gesticolare o a muovermi come lui o lei per “sentire” con maggior precisione il suo modo di essere. In questo modo la mia mappa mentale dei tipi umani continua a crescere. E quando un personaggio prende forma nel romanzo, mi basta cercare dentro di me le porzioni di questa o quella persona reale, e con quella materia dare forma e spessore al personaggio. La fortuna, per me, è che quelle tipologie umane, assorbite nel tempo, se ne stanno conservate dentro una sorta di memoria olfattiva, quasi istintiva, come quella dei cani.

Il suo rapporto tra Torino e la scrittura è fondamentale e continuerà?

Il mio rapporto con la città è fondamentale perché è lo sfondo della mia vita fisica e interiore. Del resto è noto che la geografia informa il modo di essere. Inolte, Torino è importante perché buona parte della mia produzione editoriale si è saldata alla città, ma non è un tratto specifico, una scelta assoluta. Con i luoghi mi capita ciò che mi accade con gli esseri umani: mi attraggono, mi spingono a una sorta di fusione. È avvenuto con la Sicilia, alla quale ho dedicato molte pagine, nel romanzo “Le vite anteriori”, con la Toscana, e avverrà con la Sardegna.

A settembre si svolgerà il “Festival Montagne in Noir” a Bardonecchia, a cui “Torinoir”, di cui lei è socio fondatore, si affiancherà. Quale rilevanza dà ai festival letterari?

Montagne in Noir è un festival ideato proprio da noi di Torinoir ed è un’occasione, come dovrebbero essere in genere i festival letterari, per far circolare idee, autori, libri. Sono opportunità per immergersi un poco in quel fiume della letteratura di cui parlavo all’inizio e per sentire fisicamente la contiguità genetica fra tutti, scrittori, lettori, libri, parole. A patto, ovviamente, che non prevalgano le miserie umane, gli sterili antagonismi, le civetterie, i personalismi, le manie di grandezza. Per fortuna, noi di Torinoir continuiamo a essere esenti da quei vizi: ci diamo consigli a vicenda e ci sosteniamo con affetto. Forse questo è dovuto al fatto che nessuno di noi è astemio.

La sua opinione sull’editoria a pagamento, e sull’autopubblicazione, oggi conosciuta come self publishing?

L’editoria a pagamento non è editoria. Va detto, sempre e a tutti. La reale definizione di quel fenomeno dovrebbe escludere la paorla “editoria” e articolarsi come “Pubblicazione a proprie spese”; del resto, lo stesso Proust ha pubblicato il primo volume della “Recherche” a proprie spese. Sul self publishing so poco e non mi avventuro. La mia idea, comunque, è che un editore serio rappresenta una forma di garanzia, per il lettore, dato che le scelte editoriali avvengono sulla base di un filtro che screma e seleziona.

Negli ultimi anni collabora attivamente con Biagio Fabrizio Carillo nella stesura dei romanzi noir che hanno come protagonista “Lola”. Com’è organizzato il vostro lavoro? E come superate eventuali divergenze?

La serie di Lola ha superato le nostre previsioni, con sei romanzi in tre anni. Il lavoro è per così dire quello del vasaio, con un testo che circola e si affina via via. Le divergenze le superiamo con l’ironia, in genere.

Può elencare ai nostri lettori, e a eventuali scrittori, cinque regole per scrivere un buon noir?

Ci provo, e come sempre parlo solo per me. Primo: una buona storia, potente, con elevati contenuti umani quali passione, follia, odio, ambizione, vendetta. Secondo: un duro lavoro di preparazione della traccia narrativa, a partire dall’architettura dell’intreccio fino alla definizione dei personaggi, agli snodi della trama, alle location. Terzo: governare le attese, affinché al lettore resti sempre qualche cosa d’ignoto che lo costringa a girare pagina. Quarto: curare lo stile, dato che anche la storia più robusta risulta noiosa se è narrata in forma sciatta. Quinto: lavorare ogni giorno, senza tregua, senza mai distrarsi, ignorando ogni altra cosa e alzandosi presto, la mattina: per scrivere un noir ci vuole il fisico e bisogna essere morti, rispetto al resto del mondo…

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Simona Cocola

Giornalista pubblicista torinese, ha iniziato a collaborare per la carta stampata nei primi anni dell'università, continuando a scrivere, fino a oggi, per diverse testate locali. Ha inoltre lavorato in una redazione televisiva, in uffici stampa, ha ideato una rubrica radiofonica, ed è autrice di due romanzi.

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