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A colloquio con la scrittrice Laura Binello: credo fermamente nella terapia delle parole

ASTI. Laura Binello nasce ad Asti il 22 giugno 1964 sotto il segno del cancro. Oltre a esercitare la professione d’infermiera da un trentennio (lavora presso la Soc Diabetologia dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti, è diventata scrittrice da circa tre anni), è da sempre legata al mondo delle parole e della scrittura creativa. Docente di medicina narrativa e blogger per passione, coniuga l’arte del prendersi cura con la terapia delle parole, promuovendo la cultura della narrazione anche come percorso di consapevolezza nell’esperienza della malattia. Madre felice e innamorata della vita, vive in un piccolo paese, Castagnole delle Lanze, a cavallo tra le Langhe e il Monferrato, insieme alla sua gatta Nunu, musa ispiratrice di molte sue parole. Nel 2016 pubblica il primo libro “Panda rei” (edizioni Bookabook Milano), collocandosi in breve tempo nel panorama letterario vicino alla medicina narrativa, vincendo numerosi concorsi letterari in materia di “medical humanities”. Attualmente collabora con testate giornalistiche  e piattaforme online di salute e medicina, e si occupa di laboratori creativi di nursing narrativo agli studenti dei corsi di Laurea Infermieristica in Italia e all’estero.

Qual è stato il motivo per cui ha sentito la famosa “urgenza” di scrivere?

La mia “urgenza” nasce a sei anni, epoca in cui mi misero la prima penna stilografica in mano e mi chiesero di copiare l’alfabeto in corsivo. Io copiavo benissimo, ma altrettanto bene creavo nuove armonie nelle lettere che dovevo riprodurre all’infinito, certa che la bella scrittura non fosse solo un esercizio di stile ma anche di originalità e fantasia. Poi la parola scritta diventò una vera alleata quando, poco anni dopo, mi ritrovai con un disturbo della parola che m’impediva di parlare fluentemente, mentre la mia penna scorreva libera e senza impedimenti. L’urgenza di parlare correttamente mi aveva portata a comunicare comunque in un altro modo, e la scrittura fu per anni la mia bocca serrata, il mio palato bloccato, la mia anima sconnessa. Quando compresi che comunicare non significava necessariamente parlare usai la mia scrittura per raccontare pezzi della mia vita sovente interrotti più dalle aspettative altrui che dalle mie. Solo da adulta l’urgenza di scrivere diventò, invece, creatività pura e non più sostituzione comunicativa, l’uso della parola stessa quale strumento di cura per me stessa e per gli altri. La parola era diventata la mia salvezza.

L’umanità delle parole, attraverso le parole, cosa rappresenta per lei?

Le parole devono assomigliare a chi le pronuncia, e quando pronuncio parole dure, fredde, asettiche, anche tutto il mio corpo si adegua a quella comunicazione, ed immediatamente solleva un muro tra me ed il mio interlocutore. A volte è necessario, a volte è necessario l’esatto contrario, ovvero sforzarsi di avere parole morbide e accoglienti, soprattutto se ci si occupa di pazienti e delle loro malattie. Dinnanzi a parole gentili anche il mio corpo si adegua, il sorriso arriva spontaneo, la mimica facciale si rilassa, la gestualità si orienta e tende ad accogliere l’altro. Le parole umane oggi sono quelle che creano la relazione di fiducia necessaria per entrare in connessione con l’altro, che sia un ammalato, che sia un figlio, che sia un collega: se vuoi portare a casa un risultato positivo devi esporti prima di tutto tacendo e accogliendo le parole altrui, per poi rielaborare l’ascolto, e offrire spazio alla vera comunicazione.

Cosa tratta la “medicina narrativa”?

È un’arte nuova, ma dal sapore antico, che riprende un modo di esercitare l’arte della cura rifondando il rapporto su una storia, quella del paziente, il quale, nel momento in cui entra nella fase acuta della malattia, vive inevitabilmente in una crisi esistenziale. Nasce così l’esigenza di raccontarsi, di parlare di sé, dei problemi e delle preoccupazioni di un’esistenza resa più fragile da un tale evento, e che richiede qualcuno che abbia competenze e tempo da dedicare al suo ascolto. La medicina narrativa si fonda su questi presupposti, sulla capacità di dialogo, virtù rara e preziosa, che ancora oggi rappresenta la “via maestra”.

Come ha vissuto il rapporto con gli altri fino a prima dei suoi manoscritti, e come si è trasformato in seguito?

Il rapporto con gli altri nella mia vita di bambina e adulta appassionata di scrittura è sempre stato il motore stesso delle narrazioni che sono diventate solo in seguito due esperimenti letterari. Senza gli altri, intesi come protagonisti delle narrazioni, credo che non avrei mai scritto neppure una frase. La scrittura per me è relazione con gli altri, da sempre, da quando raccontavo su un diario le mie storie di ragazzina ribelle, per poi entrare in connessione con il mondo social e le sue interazioni, fino alle narrazioni di cura del primo libro per arrivare ora ad una biografia che racconta esattamente la strada che ho percorso per arrivare alla scoperta che la vera protagonista assoluta della mia vita è stata la parola, non sono io.

“Panda rei” è il titolo del suo primo libro: in che modo la storia qui raccontata corre a bordo di una piccola utilitaria?

Panda rei è quasi un motto ormai, molti colleghi medici e infermieri quando mi’incontrano nei corridoi dell’ospedale, mi salutano con un “Ciao Pandarei”. Panda rei è la mia macchina, la mia utilitaria, utile per arrivare dentro le storie di cura, una piccola autovettura che non ha prestazioni eccezionali, ma va dove deve arrivare, consuma poco, e non teme il maltempo e le avversità. “Panta rei” (aforisma del filosofo greco Eraclito) è anche la frase che mi disse un mio paziente, amico e coetaneo, la sera che mi salutò prima di spegnersi per sempre. “Tutto scorre”, e io correvo tutti i giorni su una Panda cercando di portare sollievo nelle case prima di un farmaco, una flebo, una medicazione. Tutto corre a volte troppo velocemente in un sistema salute che vorrebbe medici e infermieri come soldati in trincea pronti a vincere le malattie. Io preferisco combattere con le parole, quelle buone.

In “In principio fu Demostene”, il suo secondo manoscritto, è una narrazione in terza persona che pone l’autrice nella scomoda posizione di osservarsi con gli occhi di chi smette di giudicare. Ce ne parla?

Demostene era un oratore greco famoso per le sue arti comunicative, le famose filippiche, ma è stato anche un bambino balbuziente, e per arrivare a essere un fine oratore le aveva provate tutte, vincendo il suo disturbo della parola con qualche strategia fisica, e molta consapevolezza delle sue risorse. Anch’io le provai tutte, e quando non funzionavano prendevo carta e penna e tutto tornava a essere chiaro e facile. La mia vita, però, non è stata facile per niente: risolto il problema della parola ne arrivava un altro ben più grande ed affamato della mia attenzione: anoressia, bulimia, obesità. Sono stata soccorsa dalla scrittura: l’esercizio passato della narrazione mi aveva allenata a controllare le mie emozioni, e a tradurle in risorse. Il libro, quindi, racconta la mia vita attraverso la narrazione di una sorta di matriosca delle Langhe, che dà voce a cinque bambole, le quali, una dentro l’altra, escono dal racconto, svelando una vita fatta di grandi fatiche ma anche di meravigliosi cambiamenti.

Quali sono i messaggi che desidera far arrivare al lettore per mezzo dei suoi scritti?

Uno su tutti: abbiate rispetto delle persone che incontrate, soprattutto se sono anziani, perché lo diventeremo tutti, e se avremo insegnato ai giovani ad ascoltare i vecchi , a concedere loro il tempo di una chiacchierata, magari dinnanzi a un caffè, dimenticandoci la fretta e le procedure, avremo fatto del bene a noi stessi.

Dove si possono trovare i suoi libri?

“Panda rei” è disponibile in tutti i circuiti editoriali online, e sul sito dell’editore Bookabook. “In principio fu Demostene (e poi arrivò lei)” è attualmente in campagna di crowdpublishing presso il sito dell’editore Letteratura Alternativa Edizioni.

Progetti futuri?

Il 2019 inizierà con un nuovo progetto aziendale presso l’Azienda sanitaria per cui lavoro, che vedrà la stesura di uno strumento assistenziale chiamato “cartella parallela”, dove la narrazione diventerà il motore di ricerca di nuove ipotesi di cura per pazienti con diagnosi difficili.

 

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Simona Cocola

Giornalista pubblicista torinese, ha iniziato a collaborare per la carta stampata nei primi anni dell'università, continuando a scrivere, fino a oggi, per diverse testate locali. Ha inoltre lavorato in una redazione televisiva, in uffici stampa, ha ideato una rubrica radiofonica, ed è autrice di due romanzi.

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