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Torino e l’Egizio: storia di uno dei più importanti musei presenti nel nostro Paese

Il direttore Christian Greco: «Il nostro approccio al passato deve derivare dalla consapevolezza che tutti condividiamo una comune coscienza»

TORINO. Tra i tanti luoghi di interesse della Città, impossibile non nominare il museo egizio della città. È proprio in centro, in via Accademia delle Scienze, poco di fronte al ristorante del Cambio. Da queste parti, quando si è alle scuole elementari o alle medie, almeno una volta ci si è andati in gita – alle volte anche due – e spesso è il primo incontro dei più piccoli col tema del “passato”, quello antico e “magico”, fatto di mummie, antiche spade, profumi e scritture dal significato ormai perso nel tempo. E, perché no, anche di foto di eroici archeologi, che, mi ricordo, a vederle mi sembravano riprese dei film di Indiana Jones, all’epoca in cui, ancora ingenuo, pensavo che l’archeologia partisse dall’innato intuito dell’esploratore, piuttosto che dal faticoso genio dello studioso.

E anche quando si cresce, il museo ha sempre qualcosa da offrire, anche fosse nell’intermezzo di una visita alla città. La maestra ce lo diceva spesso, di quanto fossero importanti i musei di Torino, l’Egizio tra tutti, e spesso mi sono chiesto, quando ero più piccolo, la storia di quel luogo così strano, così imponente, vivo e misterioso, dimora di chissà quali magici segreti e tesori di mondi lontani.

La storia del Museo Egizio è tutt’altro che giovane e arriva ben lontana nel tempo; pensate, la sua fondazione è da far risalire addirittura al 1824, quando, costruito sul disegno di Michelangelo Garove, presero sede nel palazzo denominato “Collegio dei Nobili” le prime antichità della collezione Drovetti acquistate dal re Carlo Felice. Parliamo di una collezione già allora di dimensioni impressionanti: ben 5.628 reperti riuniti da Bernardino Drovetti, console di Francia durante l’occupazione in Egitto, e non solo di quelli, ma anche delle collezioni private di Donati e delle stesse reliquie di Casa Savoia, all’epoca vero e proprio gioiello nella collezione reale. Nasce così il primo Museo Egizio del mondo, prima ancora di quello del Cairo che, se sicuramente è il più importante oggi esistente, non ha il primato dell’anzianità; entro certi versi, possiamo dire che Torino è stata, per l’epoca, la patria dei natali per gli studi di egittologia.

Già nel 1832, dopo gli interventi di ampliamento di Giuseppe Maria Talucchi e Alessandro Mazzucchetti, il Museo aprì al pubblico, sconvolgendo Torino e i suoi ospiti per una varietà per l’epoca impressionante: oltre alle antichità egiziane, fiore all’occhiello della mostra, erano presenti anche reperti romani, preromani e preistorici, insieme ad una non irrilevante sezione di storia naturale; d’altronde, l’edificio era, ed è tutt’ora, condiviso con l’Accademia delle Scienze! Una collezione, quella del museo, destinata ad espandersi sul finire del secolo, con aggiunte e ristrutturazioni che segneranno profondamente il futuro dell’esposizione.

La ricostruzione del tempietto rupestre di Ellesiya

Se negli anni ‘30 stupirà l’installazione della pinacoteca e alla fine degli anni ‘80 ci sarà la sistemazione dell’Ala Schiapparelli, particolarmente importante sarà l’opera di ricomposizione del tempietto rupestre di Ellesiya, donato dal Governo egiziano in riconoscimento dell’aiuto italiano nel salvataggio dei templi nubiani minacciati dalle acque della diga di Assuan. Un’opera mastodontica, che sia nel salvataggio, sia nel trasporto, vide impegnati non soltanto due governi, ma anche i fondi e le menti di alcuni importantissimi uomini dell’epoca, tra cui è impossibile non ricordare Battista Farina e Silvio Curto, Celeste Rinaldi e Vito Maragioglio, ai quali oggi nel museo è dedicata una targa commemorativa.

Ed il numero di visitatori, nel tempo, è aumentato; proprio per questo motivo, a partire dagli anni ’80, si è reso necessario programmare un nuovo percorso di visita che ha determinato nuovi spazi espositivi in ampie sale sotterrante dedicate all’attività archeologica ad Assiut, Qau el-Kebir e Gebelein. E così fino ad oggi, il museo egizio di Torino ha sempre proseguito evolvendosi, modificandosi e ripensando a sé stesso. Ne sono un esempio i Giochi Olimpici di Torino, nel 2006, così come le numerosissime mostre temporanee che, nel tempo, hanno avvicinato il pubblico non solo alla materia, la storia antica, ma anche agli studiosi che quella disciplina l’hanno creata. «Lo scopo dell’allestimento è illustrare principi, strumenti, esempi e risultati della meticolosa opera di ricomposizione di informazioni, dati e nozioni resa oggi possibile dall’applicazione delle scienze alla propria disciplina e, in particolare, allo studio dei reperti», come mostra l’introduzione a “Archeologia invisibile”, esposizione temporanea conclusasi il 9 gennaio 2022. Lo stesso vale per le tecnologie e chi ha visitato il museo nell’ultimo periodo se ne sarà sicuramente accorto; anche qui, lo studio della biografia degli oggetti, in grado di fare da ponte fra epoche e culture diverse, si muove verso nuovi campi. A tal proposito, per esempio, le collaborazioni con il Politecnico di Milano, che hanno reso possibili le riproduzioni digitali in 3D e l’esposizione di numerosi reperti di grandissimo valore.

Una storia, insomma, che si muove sempre avanti, e che merita di essere conosciuta. Anche solo per essere un po’ più partecipi degli sforzi e delle menti che, quel museo così vicino al cuore del Piemonte, l’hanno reso possibile.

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Mirco Spadaro

Classe '98, rivolese di nascita, frequenta il corso di Lettere Antiche a Torino, sotto il simbolo della città. Tra viaggi e libri, è innamorato della tecnologia e della scrittura e cerca, tra articoli e post su siti e giornali online, di congiungere queste due passioni, ora nella sua "carriera" come scrittore, ora con il "popolo di internet".

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