Vercelli

Riapre nel Vercellese la dimora prediletta di Jolanda di Francia

Il castello di Moncrivello, punto di riferimento per itinerari tra Vercellese e Canavese, si può nuovamente visitare: tra gli elementi architettonici di maggior pregio spiccano il torrione d’accesso e il doppio giro di mura. Ricco di spunti interessanti è anche il territorio circostante

MONCRIVELLO. Gli itinerari turistici del Vercellese si arricchiscono di nuovo tassello con l’apertura al pubblico, nei pomeriggi della prima e terza domenica di ogni mese, del castello di Moncrivello, legato alla storia sabauda.  La rilevanza strategica del sito si evidenzia raggiungendo la sommità dell’altura su cui sorge il castello: da qui, nelle giornate terse, lo sguardo abbraccia una larga fetta di Piemonte, spaziando da Superga, il Canavese, l’imboccatura della Valle d’Aosta sino alle pianure vercellesi e novaresi e le propaggini monferrine.

La storica dimora si trova sull’unica collina dei dintorni, in cima al paese di Moncrivello, il cui toponimo pare derivare da Monscravellum o Monscaprarum, monte delle capre. Il borgo, adagiato sui rilievi dell’orlo sud-orientale dell’anfiteatro morenico, appartiene geologicamente al Canavese, ma le vicende storiche lo hanno legato sin dall’Alto Medioevo al Vercellese.

L’edificio rispecchia i tratti tipici del castello quattrocentesco piemontese, con prevalenza di lavorazioni in cotto e mattoni rossi, ma frammiste a pietre. La costruzione attuale risale infatti al periodo compreso tra la fine del Trecento e il primo Quattrocento, pur innestandosi su una fortezza più antica di probabile origine altomedioevale. L’importanza strategica del luogo suscitò sin dall’inizio le mire di forze rivali, Vercelli, Ivrea, i marchesi del Monferrato e i Savoia, ma sino a fine XV secolo dipese dal vescovo di Vercelli, salvo una parentesi monferrina al tempo di Bonifacio II.

Nel 1394 passò ai Fieschi, conti di Lavagna. Malgoverno e angherie resero ben presto i nuovi signori invisi alla popolazione di Moncrivello, che si ribellò cercando protezione nel duca di Savoia Amedeo VIII e legandosi a lui con patto di dedizione nel 1399.

Il passaggio diretto sotto i Savoia, avvenuto dopo una breve ricomparsa dei Fieschi, segnò l’inizio dell’età dell’oro del castello che, pur mantenendo l’aspetto esterno di fortezza, venne aggiornato secondo un gusto più moderno, con ampie sale, soffitti a cassettoni e raffinate decorazioni in cotto. Nella seconda metà del XV secolo divenne la dimora prediletta della consorte di Amedeo IX, Yolant o Jolanda di Valois, figlia del re di Francia Carlo VII, che negli atti ufficiali si definiva “primogenita e sorella dei cristianissimi re di Francia”, ponendo l’accento sul rango reale. Data la debolezza del marito, affetto da epilessia, Yolant assunse su di sé la responsabilità di governo, come attestato dai documenti del tempo che, pur riferendo formalmente le decisioni al duca, le imputano di fatto alla volontà di Jolanda.

Tra gli elementi architettonici di maggior pregio spiccano il torrione d’accesso, quadrato, con apparato a sporgere e fila di beccatelli e caditoie, e il doppio giro di mura che conservano in parte l’originaria merlatura a coda di rondine voluta da Yolanda. La raffinatezza della “civiltà del cotto” piemontese si mostra nell’elegante finestrella sopra l’ingresso, decorata con motivo a tralci di vite, tema che si ripete anche all’interno, nel monumentale camino fatto erigere dalla duchessa.

Della capacità di governo di Jolanda rimane testimonianza nel Naviglio d’Ivrea, scavato a fini irrigui tra Ivrea e Vercelli, opera di canalizzazione idraulica talmente avanzata da meritare l’inserimento nel Codice Atlantico di Leonardo. Dopo Jolanda, che vi morì nel 1478, il castello fu dimora di altre due duchesse sabaude: Bianca di Monferrato, che proprio qui vide per la prima volta il marito, sposato per procura, Carlo I di Savoia, e Beatrice del Portogallo, moglie di Carlo II. In seguito, nel 1565, venne assegnato in feudo da Emanuele Filiberto di Savoia al capitano d’artiglieria napoletano Cesare Maggi o De Mayo, a titolo di ricompensa per i servigi resi e elevando Moncrivello al rango di marchesato. Maggi promosse la costruzione dell’elegante rotonda rinascimentale che ancor oggi fa parte del vicino Santuario del Trompone, imponente complesso eretto secondo la tradizione nel luogo preciso indicato dalla Vergine a una donna muta, cui apparve nel 1559.

Nel 1692 il castello passò ai marchesi Del Carretto di Gorzegno, di stirpe aleramica, che lo abitarono sino a che, tra 1817 e 1825, per un incendio, il maniero andò in rovina e l’allora proprietario fece costruire a breve distanza una nuova dimora in veste neogotica. Dopo decenni di abbandono la rinascita del castello cominciò nel 1972 quando la nuova proprietà avviò la lunga opera di recupero di cui oggi possiamo ammirare i risultati.

Voce importante dell’economia agricola di Moncrivello era un tempo la viticoltura, oggi meno praticata, ma il comune è compreso nell’area della Docg Erbaluce di Caluso o Caluso. La qualità dei vini locali è testimoniata dai documenti che attestano la fornitura di botti alla mensa di Papa Pio IV da parte del capitano Cesare Maggi.

Ricco di spunti interessanti è poi il territorio attorno a Moncrivello, mosso da dolci rilievi morenici e punto d’incontro tra Canavese e Vercellese. Tra i comuni vicini, facilmente raggiungibili, Maglione è celebre per la coltivazione delle pesche, che rende unico il paesaggio in primavera con la fioritura, e per il Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto, mentre Borgomasino, che rivela nel nome la plurisecolare dipendenza dai conti Valperga di Masino, deve la sua fama al ritrovamento di un’importante necropoli, risalente al VII sec d.C., con tombe di epoca longobarda, ma riferibili a uno stanziamento di Bulgari, giunti al seguito dei Longobardi, da cui l’antica denominazione del paese come “Bulgarum” o “Castrum Bulgari”.

Infine meritano una sosta Villareggia, con la chiesa romanica di San Martino, unica sopravvivenza dell’antico villaggio abbandonato di Uliaco, che domina il paese dalla collina, e Vische, dove per tre anni dal 1765 al 1768 operò la Fabbrica di porcellane fondata dal marchese Ludovico Birago, conte di Vische, che riportava come marchio un trifoglio turchino e d’oro, dall’arme della casata, e la W di Vische, dall’originario nome germanico della località.

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Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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