Lingua & tradizioni piemontesi

Il fascino degli Armanach in lingua regionale, sintesi di storia, tradizioni e cultura locale

Ogni calendario ci parla, ci indirizza, ci consiglia: la storia curiosa e millenaria di questo strumento indispensabile per organizzare le nostre giornate

Dicembre è il mese in cui ‒ consultando almanacchi, lunari e calendari ‒ ci si rende davvero conto  che l’anno in corso sta volgendo al termine e che dovremmo al più presto rimpiazzare il nostro calendario con quello dell’anno seguente.

Che sia un calendario a muro tradizionale, con le foto patinate di cani, gatti o cavalli, o che sia un calendario più spartano, essenziale, uno di quelli in cui annotiamo le date salienti, gli impegni personali e le spese domestiche;  oppure che sia un Armanach piemontese, o anche un Lunario con le fasi lunari e i proverbi del giorno, il nostro Almanacco è complice della nostra vita quotidiana. E non c’è giorno in cui non ci comunichi qualcosa di curioso e di importante: se si sta facendo la Luna nuova, se ci sono festività infrasettimanali, quale  Santo festeggiamo, quanti giorni mancano a fine mese, ed altro ancora.

Il Calendario è un accessorio essenziale di ogni famiglia. Un diario che quotidianamente ci parla e ci consiglia, un bollettino che ci informa e ci indirizza.  Se poi si tratta di un Armanach in Lingua o dialetto regionale, allora quel Calendario ‒ con i suoi proverbi, le sue notizie, i suoi Santi Patroni, le sue fotografie, il suo stretto legame con il territorio ‒  ci trasmette l’essenza della cultura locale, l’orgoglio di appartenere a una comunità, e ci fa sentire più legati alle comuni radici.

Ma chi ha avuto l’idea geniale di inventare il Calendario, proprio quello che – più o meno consciamente ‒ ogni giorno consultiamo?  In questo articolo vediamo di scorrerne la storia ultramillenaria.

Con il termine di Calendario romano, detto anche Calendario di Romolo (o Calendario pre-giuliano) s’intende il sistema convenzionale di suddivisione e misurazione del tempo basato sull’anno solare e l’avvicendarsi delle stagioni adottato nella Roma antica dalla sua fondazione fino all’anno 46 a.C. quando entrò in uso il Calendario giuliano.

Secondo la tradizione, il Calendario romano fu istituito nel 753 a.C. da Romolo, fondatore di Roma: subì diverse modifiche nel corso dei secoli, per essere poi sostituito dopo circa 700 anni di onorevole carriera da Gaio Giulio Cesare, per rimediare agli scompensi accumulati nella misura del tempo in tanti secoli.

Il calendario pre-giuliano era suddiviso in dieci mesi: Martius (31 giorni), dedicato al dio Marte, Aprilis (di 30 giorni), Maius (31 giorni), dedicato a Maia, dea della fertilità, Iunius (30 giorni), dedicato alla dea Giunone, Quintilis (31 giorni), Sextilis (30 giorni), September (30 giorni), October (31 giorni), November (30 giorni)  e December (30 giorni).

La durata dei singoli mesi (di 30 o 31 giorni ciascuno) venne spesso corretta o modificata. Ogni mese iniziava con le Kalendae. Le Nonae, cadevano tra il quinto e il settimo giorno di ciascun mese; le Idi cadevano il giorno 15.

In origine il calendario era composto di 304 giorni, cui seguivano altri 61 giorni invernali, di fatto senza nome: il periodo tra fine Dicembre e inizio Marzo rappresentava una sorta di limbo, in preparazione e in attesa delle Kalendae di Marzo, che costituivano il vero inizio del nuovo anno.  Fu Numa Pompilio ad aggiungere i mesi di Ianuarius (29) e Februarius  (28 giorni).

Questo metodo di misurazione del tempo, per quanto soggetto in momenti diversi a interventi di rettifica, finì per fare accumulare, di fatto, scompensi ed anticipi di oltre due mesi rispetto al contestuale ed effettivo periodo stagionale. Veniva così a mancare un riferimento chiaro allo svolgimento delle attività agricole di semina e raccolto legate alle fasi lunari, nonché ai consueti ritmi di vita sociale e amministrativa; e in più si generava non poca confusione nella scelta del preciso momento in cui dovevano essere celebrate le festività religiose legate a particolari periodi dell’anno . All’epoca di Giulio Cesare (I secolo a.C.) i mesi invernali cadevano di fatto in autunno. Cesare, in qualità di pontefice massimo, nel 47 a.C. incaricò un astronomo alessandrino, Sosigene, di riformare il Calendario romano fino ad allora utilizzato. Sosigene, per rimediare allo sfasamento di ben 67 giorni creatosi nel corso dei secoli (anche a causa dell’arbitrio con cui alcuni pontefici massimi avevano modificate le date dei calendari), propose di aggiungere un’intercalazione straordinaria di 23 giorni, più due ulteriori mesi in coda all’anno 46 a.C., che ebbe così l’eccezionale durata di ben 15 mesi (corrispondenti a 456 giorni). Un record di lunghezza mai battuto!

Dunque anche il Calendario giuliano aveva le sue pecche, eccome! Però dovettero passare più di 1600 anni prima che si ponesse rimedio (peraltro solo parzialmente, come vedremo) alle lacune del Calendario di Cesare.

Tra il 325, anno in cui il Concilio di Nicea stabilì i criteri per il calcolo della Pasqua Cristiana, e il 1582 si era accumulata una differenza di quasi 10 giorni. Questo significava, ad esempio, che la primavera, in base alle osservazioni astronomiche, non risultava più cominciare il 21 Marzo, ma dieci giorni prima. Tutto il calendario liturgico era ormai andato a pallino: la Pasqua, che sarebbe dovuta cadere nella prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera, da tempo veniva celebrata in date non convenzionali, e così pure tutte le altre feste mobili religiose legate a questa ricorrenza. Il papa che all’epoca sedeva sul soglio di San Pietro, Gregorio XIII, pensò fosse giunto il momento di riallineare la data del Calendario a quella astronomica reale.

Per riformare il Calendario giuliano, papa Gregorio XIII nominò un’apposita e qualificata Commissione presieduta dal cardinale Guglielmo Sirleto (1514-1585):  Il 4 Ottobre 1582, con la bolla papale Inter gravissimas, promulgata a Villa Mondragone (in Monte Porzio Catone, nei pressi di Roma) venne istituito il nuovo calendario, che da papa Gregorio prese il nome.

Il Calendario gregoriano entrò in vigore già il giorno successivo alla pubblicazione della bolla papale. Per recuperare i dieci giorni di scompenso, si passò direttamente dal 4 Ottobre 1582 (giovedì) al 15 Ottobre, “depennando” i giorni intermedi e si convenne che il 15 Ottobre fosse un venerdì.

Questo calendario, basato sull’anno solare, cioè sul ciclo delle stagioni, è più o meno quello che ancor oggi utilizziamo. L’anno è composto da 12 mesi con durate diverse (da 28 a 31 giorni) per un totale di 365 o 366 giorni: l’anno di 366 giorni è detto anno bisestile, e si ripropone ogni quattro anni, sia pure con alcune eccezioni. L’anno zero, da cui si è ricominciato a datare gli eventi umani, coincide con la presunta Natività di Cristo: l’anno “1”, o se si vuole il primo secolo, inizia al momento della Nascita del Salvatore. Gli anni successivi alla Natività sono facoltativamente indicati con l’abbreviazione d.C. (che sta per “dopo Cristo”); quelli che la precedono, vengono indicati con l’abbreviazione a.C. (“avanti Cristo”). Per le date storiche antecedenti al 1582 vengono normalmente utilizzate le date del precedente Calendario giuliano.

Quando il Calendario ce lo portava il portalettere, anno 1896. Collezione privata

Il nuovo Calendario venne subito adottato in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, in Belgio, nei Paesi Bassi e in Lussemburgo. L’Austria lo adottò a fine 1583, la Boemia, la Moravia e i Cantoni cattolici della Svizzera, dall’inizio 1584.

I Paesi di religione protestante si dimostrarono reazionari e si opposero al nuovo calendario proposto dal capo della Chiesa cattolica, ma finirono per adeguarsi, sia pure in epoche successive: gli Stati di tradizione luterana e calvinista lo adottarono nel 1700, quelli anglicani nel 1752. La Chiesa ortodossa continuò a seguire il Calendario giuliano: ciò spiega perché la data in cui si celebra la Pasqua Ortodossa differisce da quella cristiana. Per quanto riguarda i paesi non cristiani, in Giappone fu adottato nel 1873, in Egitto nel 1875, in Cina nel 1912 e in Turchia nel 1924. Di fatto, il Calendario gregoriano è oggi il calendario ufficiale di quasi tutti i Paesi del mondo.

Un antico calendario francese da tavolo, 1893. Collezione privata

L’anno gregoriano dura mediamente 365 giorni e 6 ore (di qui la necessità, già ricordata, ogni quattro anni, di aggiungere un giorno al Calendario per far quadrare i conti: questo giorno, per convenzione viene aggiunto in coda al mese di Febbraio). Secondo il Calendario gregoriano, sono bisestili gli anni la cui numerazione è multipla di 4. La durata dell’anno solare medio che però si ricava dalle osservazioni astronomiche risulta differire di 11 minuti e 14 secondi rispetto alle stime adottate dal Calendario gregoriano. Così, anche il Calendario gregoriano finisce per accumulare ritardi, anche se si tratta appena di un giorno ogni 128 anni. Il che dimostra che non esiste il calendario perfetto, e che – prima o poi – ci sarà sempre bisogno di qualche ritocco, anche perché i tempi di rotazione della Terra sono irregolari e il nostro pianeta tende a rallentare la sua rivoluzione intorno al Sole, sia pur in modo infinitesimale.

Non sempre gli algoritmi matematici consentono di prevedere le piccole irregolarità dell’orbita terrestre: si tende allora a ritoccare il computo del tempo trascorso mediante l’aggiunta di uno o più secondi, quando ciò si renda necessario. Del resto se perdoniamo qualche minuto di ritardo ai treni in arrivo, a maggior ragione possiamo perdonare qualche frazione di secondo di ritardo al nostro pianeta nel compiere la rotazione su se stesso e la sua rivoluzione attorno al Sole, nel suo costante, reiterato e instancabile viaggio che dura da oltre 4 miliardi e mezzo di anni.

Sergio Donna

L’Armanach Piemontèis a spirale, a cura di Monginevro Cultura.
Info: segreteria@monginevrocultura.net

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino", "Giardini di Torino", "Fontane di Torino" e "Statue di Torino". Come giornalista, collabora da alcuni anni con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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