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Nati il 3 maggio: Giuseppe Cottolengo, il santo dei sofferenti

Come ci ricorda Fabio Ardunio, “la parola ‘Cottolengo’ è solita evocare nell’immaginario collettivo più una struttura gestita da suore ospitante ammalati gravi, piuttosto che rimandare alla figura del santo fondatore, la cui vicenda terrena cade spesso in secondo piano…”.

Giuseppe Agostino Benedetto Cottolengo nasce a Bra (Cn) il 3 maggio 1786, primogenito di dodici fratelli, da un modesto esattore del pubblico erario. Dalla mamma eredita quel tenero amore per i poveri e i malati che lo contraddistinguerà per l’intera vita. Quando il figlio ha cinque anni la donna lo sorprende a misurare le pareti di una stanza, che egli già sogna di poter riempire di letti per i sofferenti non appena ne avrebbe avute le possibilità. Giuseppe cresce con una corporatura assai gracile e a scuola, dove assolutamente non eccelle, solo dopo una novena a San Tommaso d’Aquino può divenire uno dei primi della classe. All’età di soli dieci anni si propone di vivere alla presenza di Dio e di farsi santo. Trasportato da un innato fervore religioso, di giorno è solito animare la casa con i canti imparati in parrocchia e alla sera, al suono di un ferro di cucina, richiama i familiari a pregare dinanzi al quadro della Vergine Maria.

Terziario francescano, il 2 ottobre 1802 il Cottolengo riceve la veste talare dalle mani del parroco. Nel 1805 entrò nel seminario di Asti, che però dopo due anni viene chiuso e Giuseppe è costretto a continuare in famiglia gli studi sino all’ordinazione presbiterale che gli è conferita l’8 giugno 1811. Rendendosi conto della deficienza degli studi teologici condotti, in particolare in occasione delle confessioni a Bra e a Corneliano d’Alba, dove è stato inviato come vicecurato, chiede con insistenza di poter integrare i suoi studi a Torino. Nel 1816 finalmente consegue così il dottorato in teologia. Dopo aver svolto ancora per due anni il suo ministero nella terra natia, nel 1818 ricevette la nomina a canonico della basilica torinese del Corpus Domini, dove per nove anni profonde instancabilmente le sue forze. Diviene così ben presto l’apostolo della confessione, il consolatore dei malati ed il soccorritore dei poveri. A questi ultimi dona tutto quanto gli fosse possibile: i compensi delle predicazioni, le elemosine delle Messe, i regali ricevuti dalla famiglia e le elargizioni dei bottegai. Per sollevare dalla miseria il più grande numero possibile di indigenti il Cottolengo persino d’inverno fa economia nel proprio abbigliamento e nel riscaldamento. I torinesi del tempo prendono a chiamarlo il “canonico buono”, ma Giuseppe preferisce continuare a considerarsi un contadino di Bra incapace di tutto se non che di piantare cavoli.

Il 2 settembre 1827 viene chiamato a Torino al capezzale di una donna francese al sesto mese di gravidanza, tale Giovanna Maria Gonnet, affetta da tubercolosi e morente. La donna è stata portata dal marito in più ospedali torinesi, ma in nessuno era stata accettata per il ricovero perché le inevitabili perdite di sangue potrebbero innescare un’epidemia tra le altre madri e i neonati. Di fronte alla tremenda agonia della giovane, lasciata morire in una misera stalla circondata dal dolore dei suoi figli piangenti, il Cottolengo sente l’urgenza interiore di creare un ricovero dove possano essere accolti e soddisfatti i bisogni assistenziali che non trovano risposta altrove. Con l’aiuto di alcune donne, il 17 gennaio 1828 apre nel centro di Torino il “Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini”.

Dopo tre anni, in seguito ai timori di un’epidemia di colera, il governo gli ordina di chiudere il ricovero. Sì trasferisce in Borgo Dora, dove il 27 aprile 1832 fonda, con l’aiuto del dottor Lorenzo Granetti, quella grande realtà tuttora esistente: la “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, più comunemente conosciuta con il nome del suo fondatore: il Cottolengo. Dà inoltre vita ad alcune famiglie religiose: l’Istituto religioso delle suore, i fratelli e la società dei sacerdoti a lui intitolati. Giuseppe Cottolengo trascorre gli ultimi giorni della sua vita a Chieri nella casa del fratello Luigi, anch’egli prete, dove muore di tifo il 30 aprile 1842. Non ha ancora 40 anni. E’ sepolto a Torino nella Piccola Casa, in una cappella della chiesa principale, dove riposa ancora oggi.

In seguito ai numerosi miracoli verificatisi per sua intercessione, il pontefice Benedetto XV lo beatifica il 28 aprile 1917 e Pio XI infine lo canonizza il 19 marzo 1934. Oltre alla commemorazione nel Martyrologium Romanum, calendario ufficiale della Chiesa Cattolica, il santo Cottolengo per le sue peculiari opere caritatevoli viene citato nella prima lettera enciclica del papa Benedetto XVI Deus caritas est.

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