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Medioevo in Piemonte: il ricetto di Candelo, magazzino agricolo e cantina comunitaria

BIELLA. Il ricetto di Candelo, adagiato su un rialzo del terreno a destra dell’alveo del torrente Cervo, alle porte di Biella, rappresenta un unicum a livello europeo, sia per la singolarità della struttura che, pur assomigliando a un villaggio medievale fortificato, assolveva in realtà a una funzione diversa, non abitativa ma legata principalmente alla conservazione di vino e derrate alimentari, sia per la situazione di integrità architettonica, che suscita sorpresa nel visitatore.

Con i termini “recetum”, “rizetum” o “reductum”, ricorrenti nelle fonti medievali e derivati dal latino “receptum” nel significato di “ricovero, rifugio”, si designava, secondo quanto scrive lo storico dell’arte biellese Gianni Carlo Sciolla, una “struttura organizzata autonomamente con un proprio impianto urbanistico e fortificatorio, oppure semplicemente un muro di recinzione e difesa del borgo, ma in alcuni casi del castello signorile, sia in connessione ad esso o in funzione, se pure articolata, di autonomia”.

La varietà di casi classificati dai documenti medievali con questa terminologia, mutuata dal linguaggio militare romano, a suggerire l’idea di un luogo fortificato, ha fatto sorgere un acceso dibattito tra gli storici che hanno individuato due tipologie principali: il ricetto popolare, cui appartiene il caso di Candelo, che sorge ex novo per iniziativa della popolazione coniugando le esigenze legate alle pratiche di trasformazione e conservazione dei prodotti della terra, soprattutto vino e granaglie, con le necessità di difesa militare, e il ricetto signorile, che è sempre di uso popolare, presentandosi però come una sorta di appendice del castello, la residenza del dominus loci, di cui è pertinenza.

Il ricetto di matrice popolare, come quello di Candelo, che le fonti denominano talora “castrum”, avuto riguardo alle caratteristiche fortificatorie, non assolve a funzioni abitative, ma è destinato essenzialmente all’immagazzinamento di viveri, in particolare granaglie, al ricovero del bestiame e alla produzione e conservazione del vino. Solo in circostanze eccezionali, come epidemie e attacchi di banditi e soldataglie, il ricetto poteva fungere da rifugio fortificato per la popolazione, che risiedeva all’esterno, ma vi si poteva temporaneamente trasferire tempore guerrarum. Il ricetto è quindi una struttura fortificata diffusa tra XII e XIV secolo in una fascia territoriale che attraversa le province del Piemonte settentrionale, dal Canavese al Novarese, con qualche esempio sporadicamente rintracciabile al di fuori di quest’area.

Il ricetto di Candelo, definito da Ferdinando Gabotto un “silos fortificato” per le sue funzioni di deposito e di salvaguardia dei prodotti della terra, viene descritto anche con l’immagine della “cantina comunitaria”, adoperata da studiosi che pongono maggiormente l’accento sulla presenza, all’interno delle cellule edilizie, di ambienti dotati delle attrezzature necessarie per la vinificazione, dal grande torchio d’uso collettivo per la spremitura delle vinacce ai tini per la fermentazione del mosto, sino alle botti per la conservazione dei vini. D’altronde la preservazione dell’integrità architettonica originaria del ricetto trova spiegazione nel fatto che si è continuato per secoli, da parte degli abitanti di Candelo, ad utilizzare gli edifici per le stesse funzioni per cui erano stati costruiti nel Medioevo, e principalmente per le operazioni di vinificazione e immagazzinamento del vino.

Sorto tra la fine del XIII secolo e la prima metà del XIV, in un periodo in cui la località, menzionata per la prima volta in un documento del 988, in piena epoca ottoniana, non soggiaceva ancora all’egemonia dei Savoia, che otterranno la dedizione spontanea dei rappresentanti della comunità nel 1374, il ricetto di Candelo venne edificato per iniziativa della popolazione su un terreno di proprietà dei Vialardi, famiglia che vantava diritti sul luogo, in una posizione vantaggiosa dal punto di vista difensivo perché localizzata su un terrazzo naturale dominante il corso del torrente Cervo. Il ricetto, esteso su una superficie di 13.000 metri quadrati, appare ancora oggi racchiuso dentro la sua cinta muraria di forma pseudo-pentagonale, costruita in ciottoli di fiume e scandita agli angoli da quattro torri cilindriche e una quadrangolare, la torre di cortina, tutte aperte verso l’interno per facilitare l’accesso e le manovre dei difensori (solo la torre della gogna, la più slanciata, venne chiusa in epoca successiva per essere adibita a prigione).

L’ingresso al ricetto avviene tramite la torre-porta, un massiccio parallelepipedo situato nel lato sud, in origine aperto verso l’interno e privo di copertura per contrastare gli effetti di crolli e incendi. A poca distanza è visibile un edificio che interrompe la continuità della cinta muraria, alterando l’armonia architettonica dell’insieme: è il municipio neoclassico, realizzato nel 1819. Alcune mensole di sostegno in pietra sono l’unica traccia visibile che ricorda la presenza di un cammino di ronda, che correva tutt’attorno alle mura, e anche la via di lizza, il percorso protetto che seguiva l’andamento della cinta con lo scopo di agevolare il compito dei difensori, si è conservata soltanto in alcuni tratti. Di fronte alla torre-porta, in posizione avanzata come barriera a protezione dell’ingresso contro armi da getto e da fuoco, esisteva un rivellino, in seguito adibito a sede del Consiglio di Credenza, prima d’essere demolito al principio dell’Ottocento per realizzare la piazza antistante.  

Praticità e concretezza: sono queste le due caratteristiche salienti del ricetto che si rispecchiano nelle modalità costruttive, principalmente basate sull’impiego dei ciottoli di fiume, alternati ai mattoni per alcuni elementi decorativi, nell’impostazione viaria a maglie ortogonali e nei criteri con cui sono organizzati gli ambienti interni. Le cellule edilizie, disposte a schiera continua, sono raggruppate in nove isolati a doppia manica, separate tra loro da strette intercapedini, chiamate “riane”, “rittane” o “chintane”, congegnate per consentire il riscontro dell’aria, per lo scolo delle acque, come misura anti-incendio e per realizzare i tetti a doppia falda, più leggeri.

Ciascun edificio si compone di due piani, in qualche caso sopraelevati in epoche successive: il pian terreno ospita la “caneva”, la cantina, ambiente con pavimento in terra battuta e temperatura costante, oscillante tra i 12 e i 15 gradi, utilizzato sia per la vinificazione che per conservare il vino nelle botti. Al piano superiore, non collegato direttamente alla cantina per evitare scambi di umidità, si trova invece il magazzino, detto “solarium”, per lo stoccaggio delle granaglie: vi si accedeva tramite scale rimuovibili che consentivano di raggiungere una balconata in legno, detta “lòbia” in piemontese, di cui non si conservano esempi originali. Le lòbie dovevano essere molto ampie, come s’intuisce sia dal forte aggetto dei tetti, che sporgono per più di un metro, sia dalla sezione delle mensole in legno, in molti casi segate a filo muro.

L’impianto viario del ricetto, con le strade chiamate “rue”, si articola in cinque assi longitudinali, paralleli tra loro, di cui quello centrale è più largo, essendo calibrato per il passaggio dei carri, e due trasversali. Le strade con andamento da sud-est a nord-ovest mostrano una lieve pendenza, studiata per far defluire acque e liquami in direzione della torre di cortina che, preceduta da uno spiazzo a “imbuto”, presenta alla base un’apertura realizzata per convogliarli verso l’esterno.   

L’eccezione più vistosa alla preminente destinazione agricola del ricetto, come luogo di stoccaggio di generi alimentari, è rappresentata dalla “casa del Principe”, che aveva una funzione residenziale, trattandosi della dimora signorile costruita per Sebastiano Ferrero, esponente d’una ricca famiglia biellese (da cui trassero origine i rami dei Ferrero-Fieschi principi di Masserano e dei Ferrero marchesi della Marmora) che nel 1469 era stato investito dai Savoia del feudo di Candelo e che fu coinvolto in una lunga controversia legale con la popolazione del luogo, decisa a difendere i propri diritti sul borgo. L’abitazione, affacciata sullo spiazzo appena aldilà della torre-porta, venne costruita tra fine Quattrocento e primo Cinquecento aggregando, rimaneggiando e sopraelevando più cellule edilizie già esistenti.  

La viticoltura, un tempo molto praticata, sopravvive oggi in pochi appezzamenti, però s’infittisce verso l’area collinare dove si coltivano ancora vitigni tradizionali (Nebbiolo, Croatina, Erbaluce, Vespolina), da cui si ricava la Doc Coste della Sesia, che abbraccia una serie di comuni tra le province di Biella e Vercelli inclusi nel bacino del fiume Sesia. Nelle terre a sud di Biella era diffuso l’alteno biellese, sistema di allevamento della vite “maritata” (appoggiata) a tutori vivi come l’acero campestre o il ciliegio selvatico.

Il territorio comunale di Candelo è poi in parte ricompreso nell’ambiente naturale tipico della cosiddetta “Baraggia”, una vasta area inclusa tra Biellese, Novarese e Vercellese che presenta lineamenti geomorfologici e vegetazionali analoghi alle Vaude del Canavese e che appare divisa in una fascia settentrionale, ai piedi delle colline, con ampi altipiani argillosi attraversati da profondi solchi scavati dai torrenti, e una porzione meridionale, più adatta allo sfruttamento agricolo, in particolare alla risicoltura. La Baraggia, soprattutto nella parte più preservata dall’azione antropica, è anche nota come la “savana piemontese” per la particolare conformazione del manto vegetale, caratterizzato da distese di brughiere, in cui predomina la Molinia, accanto a brugo e felce aquilina, con isolati alberi di alto fusto, in prevalenza querce (farnie, roveri).

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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