Personaggi & Interviste

L’ex arbitro di calcio Alberto Michelotti, da sempre vicino a chi soffre

TORINO. Classe 1930, Alberto Michelotti è stato quello che si può definire un “arbitro d’altri tempi”, proveniente dal gioco calcio di strada, palestra di grande formazione per diventare uomini e veri professionisti. Ma i tempi sono cambiati, e c’é bisogno di una nuova morale: poca diplomazia, forse, ma più onestà intellettuale e grande umanità.

Signor Michelotti, una vita sui campi di calcio in tutto il mondo. Come è nata la sua passione per questa disciplina, e in particolare quella dell’arbitraggio?

Ancora adolescente ho cominciato a giocare a calcio nella giovane Italia, poi nel Parma vecchia e successivamente nel Fidenza. Un breve percorso di qauttro anni, per poi avvicinarmi all’arbitraggio quasi casualmente. Avevo 28 anni, ed ero  stato incoraggiato da un ex arbitro a diventare direttore di gara perché riteneva che fossi idoneo per il mio carattere e così, alla soglia dei 30 anni, ho incominciato ad arbitrare.

Quante partite ha arbitrato in 38 anni di attività?

Sicuramente 180 a livello nazionale e circa una ottantina a livello internazionale. L’ultima risale quando avevo 67 anni, una partita nello Yucatan, in Messico.

A quando risale il debutto in serie A?

Provenivo dalla serie B, e la mia vera e propria carriera ha avuto inzio nel 1968 in Napoli-Varese. In quell’occasione l’accoglienza dei tifosi napoletani fu emozionante tanto che mi dedicarono uno striscione con frasi di affetto.

Quante volte è venuto a Torino per arbitrare i due derby Toro-Juve e Juve-Toro?

Almeno quattro volte negli anni ’70, ai tempi in cui il Torino era Campione d’Italia.

Ricorda qualche episodio particolare in cui ha dovuto ammonire ed mandare fuori campo qualche giocatore di serie A?

In particolare quello di Mario Corso, capitano dell’Inter durante la partita con il Verona giocata a San Siro. All’ennesimo fallo mi si avvicinò Corso e disse. “Lei pensa di andare avanti ancora un po’? Se continua così non mette più piede a San Siro”. E io di rimando: “Vado avanti finché voglio, vai fuori!”. Ed è così che Corso alla fine prese cinque giornate di squalifica. Un altro episodio riguarda un battibecco con Gianni Rivera all’ultima giornata di campionato, in cui il Milan era avanti di un punto sulla Juve e giocava in trasferta a Cagliari. Assegnai un calcio di rigore per il Cagliari all’89° minuto, così il Milan perse il Campionato. E in seguito ad una accusa di “complotto” Rivera venne espulso, scontando poi due mesi e mezzo di squalifica. Negli anni successivi fui avvicinato dall’allenatore Nereo Rocco e mi disse che tra due “numero uno” non ci poteva essere collera. Da quell’anno in poi arbitrai il Milan otto volte.

Ma a parte queste diatribe che ha superato con intelligenza e determinazione, il calcio dei suoi

tempi era diverso, rispetto ad oggi. È così?

In effetti oggi vediamo di tutto e di più. Quello che manca, a mio avviso, è la morale: manca il vero senso della partecipazione, della competizione “leale” e della solidarietà. Insomma, il calcio non è più un gioco come lo si intedeva allora! Si pensi, ad esempio, ai vari scandali come l’epoca di Calciopoli, agli episodi di doping, etc. Il vero calcio viene dalla strada ed è lì che si imparano le regole del gioco.

Michelotti, lei è stato un arbitro tutto d’un pezzo: schietto e spesso irremovibile, ma anche un uomo semplice e particolarmente votato anche alla cultura della sua città. Di che cosa si occupa in particolare?

Oltre alla mia passione per la professione di arbitro (contemporaneamente conducevo anche una officina meccanica) ho sempre avuto molto interesse per la cultura, la musica e l’opera verdiana: sono tra i fondatori del “Club dei 27”, forse la più piccola fra le tante associazioni al mondo dedicate a Giuseppe Verdi (ognuno dei quali rappresenta il titolo di un’opera del grande Maestro, ndr.). Inoltre, ancora oggi insegno il dialetto parmigiano ai ragazzi delle scuole, il cui entusiamo è talmente sincero che sapendo del mio arrivo affermano: “Se c’é Michelotti oggi non ci annoiamo”. È uno spaccato della nostra realtà locale che anela entusiamo ed ottimismo.

Ma lei, diciamolo pure, è sempre stato anche vicino a chi soffre, come negli anni in cui ha frequentato i mutilatini e i poliomielitici dell’Istituto don Gnocchi di Parma. Cosa ci può dire in merito?

Ernesto Bodini premia Alberto Michelotti, ospite d’onore durante la rappresentazione benefica nel 1978 all’Istituto Don Gnocchi di Parma.

Da sempre conosco la “realtà dei ragazzi del don Gnocchi, che in più occasioni mi invitavano ad arbitrare partite di calcio tra stampellati mutilati e poliomielitici, oltre a giocare con loro a pallavolo. Spesso ho presenziato ai loro spettacoli invitato come “ospite d’onore” o magari per consegnare dei premi durante qualche loro manifestazione.

Personalmente nel 1978, come ex allievo sono stato in quell’istituto per un mese di cura riabilitativa, e nel contempo ero riuscito ad organizzare con i ragazzi ospiti uno spettaccolo di svago (“La Corrida benefica”) che ho condotto con un altro presentatore. In quell’occasione ci siamo premiati a vicenda. Si ricorda di questo episodio?

Lo ricordo molto bene, ed anche questa esperienza mi è rimasta nel cuore, come pure conservo un suo scritto che in parte era quasi una invocazione: «Alberto non ci lasciare, non ci abbandonare… abbiamo bisogno del tuo sorriso e della tua bontà…». Questa, come altre testimonianze, ancora oggi mi commuovono: i ragazzi del don Gnocchi sono stati (e sono tuttora) una parte della mia vita. Lei compreso. E per questo ringrazio…

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Ernesto Bodini

Da 30 anni svolge un’intensa attività di free-lance in vari settori: medico-scientifico, socio-sanitario e socio-assistenziale. Come addetto stampa, moderatore e relatore ha preso parte a convegni, congressi, workshop, giornate di studio, master e conferenze in ambito culturale, sociale e soprattutto medico-scientifico. È consulente e punto di riferimento per associazioni e organizzazioni di volontariato.

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