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Las Barbòiras, l’antico Carnevale in Valle Maira e i suoi riti ancestrali

ACCEGLIO. Tra i Carnevali storici del Piemonte vi era, sino a qualche tempo fa, quello del Villaro di Acceglio in valle Maira, chiamato Las Barbòiras del Vilar per le folte barbe esibite dai personaggi che vi prendevano parte. L’ultima edizione di questo Carnevale, oggi non più organizzato, risale al 1991. Ci rimane, come testimonianza d’una festa che intrecciava elementi cristiani a rituali contadini e sopravvivenze pagane, una corposa documentazione fotografica e gli studi condotti da Piercarlo Grimaldi, antropologo, già rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo/Bra.  

Maschere di legno con barbe fluenti (barbòiras), divise bianche con nastri e coccarde variopinte, sonagliere, finte spade, ghirlande, spighe e altri simboli di fertilità: così travestiti, i partecipanti sfilavano lungo le strade della borgata mettendo in scena brevi momenti di recitazione e interpretando ruoli precisi. I festeggiamenti, che avevano luogo l’ultima domenica che precede la Quaresima e il martedì grasso, si concludevano con la lettura del testamento, il processo e la condanna a morte del Carnevale, accusato di aver traviato la gioventù e turbato la quiete del villaggio.

Le Barbòiras, come gli altri Carnevali della tradizione alpina e contadina del Piemonte, sovrappongono significati cristiani a rituali di matrice pagana e pratiche proprie del magismo contadino. Come spiega lo storico francese Jean-Claude Schmitt, malgrado le analogie con festeggiamenti celebrati nell’antichità, tra cui i Saturnali romani, l’origine del Carnevale nella sua accezione moderna va ricercata nel Medioevo cristiano in opposizione alla Quaresima, il periodo della penitenza, che venne istituita dalla Chiesa già nel VI secolo, ma che assunse contorni più definiti nei secoli successivi quando si giunse a prescrivere il digiuno ininterrotto per quaranta giorni, limitando la possibilità di mangiare grasso ai primi quattro giorni del periodo quaresimale.

Fu nel XII secolo che s’impose però con nettezza la contrapposizione tra periodi di magro e periodi di grasso, determinando la nascita del Carnevale, concepito come il periodo della trasgressione che precede la Quaresima, istituita per evocare i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto. Ciò favorì l’insorgere nell’immaginario collettivo della rappresentazione d’un conflitto tra Carnevale e Quaresima, percepiti come due tempi nemici e contrastanti, all’origine della tradizione letteraria de La Bataille de Caresme et Charnage, in cui la personificazione del Carnevale, ridanciano e godereccio, s’impegna in estenuanti quanto effimere lotte contro una vecchia austera e stizzosa, che impersona la Quaresima.

I festeggiamenti carnevaleschi si caratterizzano dunque sin dal Medioevo per il godimento sregolato di cibi e bevande e per lo scambio dei ruoli sociali, con il travisamento dell’identità dietro una maschera, quasi a voler sovvertire l’ordine costituito, come nei Saturnali romani. Tutto questo avveniva in contrasto con i precetti ecclesiastici, che guardavano con diffidenza maschere e travestimenti: l’atto di mascherarsi, infatti, che nel Medioevo si compiva annerendo o imbrattando il viso, era considerato sacrilego, perché trasforma e altera la natura dell’uomo, creato a immagine di Dio.

Nelle Barbòiras del Villaro e negli altri Carnevali della tradizione alpina si ravvisa quest’idea di trasgressione, con le persone che indossano maschere (vocabolo con risvolti negativi, legato al termine “masca”, che in Piemonte designa la strega, come nel Midi francese), che assumono ruoli diversi da quelli consueti e che pongono in essere comportamenti proibiti durante il tempo normale.

L’avvicendamento e la lotta tra Carnevale e Quaresima veniva rappresentata in scene ritualizzate. A Salbertrand nel “Carnavà du Gueini”, dopo la lettura del testamento, si usa tutt’oggi bruciare un fantoccio di fieno, paglia e juta, personificazione del Carnevale, la cui fine è sancita dall’entrata in scena della Careìma, la Quaresima, malinconica e vestita di bianco, mentre a Champlas du Col, frazione di Sestriere, si celebrava al termine delle baldorie il “Processo al Carnevale” con la condanna a morte di quest’ultimo, poi resuscitato grazie a un infuso magico, e l’assoluzione della Quaresima.

Durante il corteo per le strade del Villaro comparivano personaggi ricchi di richiami simbolici, come gli Arlecchini, provvisti di coccarde, nastri multicolori e campanellini appesi alla cintura, che compivano più volte salti ritmati, impugnando una sciabola di legno con un limone infilato nella punta. Il rituale ricorda la “danza armata”, perno di alcune feste tradizionali delle Alpi piemontesi di cui rimane traccia a Venaus, Giaglione e San Giorio in valle di Susa dove si mette in scena, in periodi diversi dell’anno, la Danza degli Spadonari con personaggi in costume, dai caratteristici copricapi ornati di fiori di stoffa, che si esibiscono in danze rituali con le spade. La Festa degli Spadonari, spesso presentata come evocazione delle lotte contro i Saraceni, appare imbevuta di elementi di matrice pagana, pur inseriti all’interno di una cornice cristiana. Si tende infatti a intrepretare il movimento dello Spadonaro-sciamano, che colpisce il suolo con la spada, come gesto propiziatorio, volto a trasmettere alla terra l’energia necessaria per la ripresa della stagione agricola.

Nelle Barbòiras del Villaro entrava in scena anche l’Orso, impersonato da un uomo vestito di pelli, che nella finzione scenica veniva inseguito e ucciso dal Cacciatore e poi trasportato in paese dai Carabinieri, rappresentanti dell’autorità. Questa scena ricorda la festa tipica di Urbiano di Mompantero in Valle di Susa, chiamata Fora l’Ours o Ballo dell’Orso, che si tiene ogni anno a inizio febbraio nel giorno di Santa Brigida di Svezia. L’orso, interpretato da un abitante, percorre le vie del paese, subendo percosse e ingurgitando vino tramite un imbuto: alla fine l’animale, ammansito, danza con la ragazza più bella del paese prima di tornare nei boschi.

Alcuni vedono nel rituale della “Caccia all’orso” il carnevale sconfitto e esiliato, altri vi leggono l’annuncio della fine dell’inverno, che cede lo scettro all’incipiente primavera, ma è anche plausibile leggervi la sottomissione delle credenze pagane, rappresentate dal culto ancestrale dell’orso, proprio dei popoli celtici e germanici, alla fede cristiana vittoriosa. L’orso, un tempo temuto e rispettato, appare dunque demonizzato, soggiogato alla volontà dell’uomo (addomesticato) e infine messo in ridicolo (nel Medioevo lo si faceva esibire di fiera in fiera, legato a una catena e con museruola).  

Talvolta i festeggiamenti del Carnevale si prolungavano oltre il martedì grasso, sconfinando nel mercoledì delle Ceneri, cioè il giorno che inaugurava secondo le disposizioni ecclesiastiche il periodo quaresimale di digiuno e penitenza. Tale consuetudine diede luogo in alcuni paesi del Piemonte, come Borgosesia, alla festa del Merco Scuròt, mercoledì delle Ceneri, con il funerale del Carnevale, ma in certi casi la baldoria si protraeva ancora, disobbedendo ai precetti della Chiesa. A Bellino in alta Valle Varaita alcuni personaggi detti Picounier, nell’ottavo giorno dopo il martedì grasso rievocavano il Carnevale, agitando campanacci in giro per il paese e infrangendo così il silenzio delle Quaresima.

Le foto sono di Roberto Beltramo

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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