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La bachicoltura e il primato piemontese nel settore della seta

Nel Piemonte settecentesco la produzione di filati di seta costituiva la voce principale delle esportazioni, incidendo per l’80 circa del totale, seguita da riso, bestiame e vino. Gli organzini piemontesi, filati di seta lavorati nei torcitoi e destinati alle tessiture, erano infatti i più ricercati, specialmente sui mercati britannici (i mercanti inglesi giudicavano la seta importata dal Piemonte come “la più bella che si produca in qualsiasi parte del mondo”).

Le origini di questo primato manifatturiero, strettamente legato alla plurisecolare pratica dell’allevamento del baco da seta finalizzato alla produzione dei bozzoli (di cui nel Settecento era vietata l’esportazione), vanno ricercate nei provvedimenti del duca Carlo Emanuele II di Savoia che nella seconda metà del Seicento scommise proprio sulla seta per dare nuovo impulso all’economia degli Stati Sabaudi. Per realizzare l’obiettivo era necessario da un lato modernizzare i procedimenti produttivi, ancora legati alla filatura a mano, adottando le innovazioni tecniche già introdotte altrove, e dall’altro lato dotare il settore di una regolamentazione avanzata e uniforme.

Fu così che nel 1662 alcuni emissari ducali giunsero a Bologna, al tempo all’avanguardia nella produzione serica, per studiare un macchinario complesso, già da tempo in uso, il filatoio idraulico (o torcitoio idraulico da seta), composto da migliaia di pezzi quasi tutti in legno e mosso dalla forza dell’acqua, che consentiva di eseguire la torcitura con l’ausilio di pochi operai specializzati, destinati a sostituire il lavoro di centinaia di filatrici, e di ottenere un filo sottile e regolare chiamato “organzino di seta sovrafine”.

Disposizioni dello Stato Pontificio proteggevano la tecnologia del “mulino da seta alla bolognese”, impedendone l’esportazione, ma i sabaudi aggirarono l’ostacolo reclutando un “mastro filatore” di probabili origini piemontesi, Gian Francesco Galleani, che aveva acquisito esperienza lavorando in loco, e che accettò l’incarico di installare il primo filatoio idraulico in Borgo Dora a Torino, seguito nel 1670 da un setificio a energia idraulica, sempre voluto dal duca, ad Altessano Superiore, dove stava sorgendo il complesso della Venaria Reale. Violando le misure protezionistiche dello Stato Pontificio, il Galleani si espose al rischio della condanna capitale, ma, giunto in Piemonte, perfezionò il macchinario bolognese, mettendo a punto il “torcitoio alla piemontese”, citato alla voce Moulin de Piémont nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert.

Risalgono invece al 1667 le “lettere patenti” promulgate dal Duca di Savoia per disciplinare in modo uniforme l’insieme di operazioni note come trattura, fase precedente la torcitura che consiste nel dipanare e avvolgere in matasse i filamenti del bozzolo (seta greggia), sino a quel momento eseguita con metodi diversi a seconda delle zone del Piemonte. Il provvedimento introdusse varie misure quali l’obbligo di qualificazione professionale per le filatrici, esaminate da una commissione, e un sistema di controlli periodici alle filature, eseguiti da tecnici autorizzati. La “lavorazione alla piemontese”, disciplinata da un corpus normativo volto a garantire la qualità dei filati subalpini, venne protetta severamente, vietando l’espatrio a tecnici e operaie con esperienza di filanda e comminando la pena capitale a chi introducesse in altri Stati tale “ramo di commercio”.

Il sistema messo a punto in Piemonte acquisì tale fama internazionale che il Lombe’s Mill, il primo efficiente mulino per la torsione della seta impiantato in Inghilterra, presso la città di Derby, venne costruito proprio sul modello piemontese per iniziativa dell’imprenditore John Lombe, artefice di una vera e propria azione di “spionaggio industriale” ai danni dei produttori sabaudi. Secondo una prima versione dei fatti nel 1716 o 1717 John Lombe giunse in Piemonte e, camuffato da operaio, trafugò preziose informazioni su macchinari e metodi di produzione. Una seconda ipotesi suggerisce invece che i segreti della lavorazione gli fossero stati rivelati a Londra da tecnici piemontesi. Il setificio multipiano di Derby servì inoltre da modello per i primi opifici cotonieri inglesi.  

L’ingresso del Filatoio Rosso di Caraglio

Seguendo la storia della seta in Piemonte un’altra data importante è il 1676 quando, su iniziativa di Giovanni Girolamo Galleani, figlio di Gian Francesco e futuro conte di Barbaresco e Canelli, si avviò la costruzione del Filatoio Rosso di Caraglio, l’unico filatoio seicentesco conservatosi in Europa, uno dei primi esempi di accorpamento in un unico edificio di impianti produttivi e appartamenti padronali, oggi sede del Museo del Setificio Piemontese. Immaginato come una sorta di reggia in miniatura, il Filatoio di Caraglio comprendeva, oltre agli spazi per la trattura, un’ampia sala di torcitura con quattro torcitoi idraulici alti sei metri, che producevano organzino per le tessiture.

Con il tempo, per facilitare i controlli, si accentrò la produzione in grandi filande, le cosiddette “fabbriche magnifiche”, che accoglievano in un unico fabbricato multipiano le fasi di trattura e di filatura, affidate a personale qualificato. Tra le città piemontesi fu Racconigi, sede dell’Arte della Seta dal 1582, a detenere per lungo tempo il primato per numero di setifici, che giunsero nel corso del Settecento a impiegare 4000 addetti per un totale di 33 filatoi, coprendo circa un terzo della produzione piemontese di organzini.

Oggi il filatoio di Caraglio è sede del Museo del Setificio Piemontese

Tornando al filatoio di Caraglio, la scelta del luogo non fu casuale, ma legata sia alla disponibilità d’acqua, sia alla fornitura di bozzoli prodotti nelle campagne cuneesi, da cui si ricavava la seta greggia destinata ai torcitoi. L’allevamento del baco da seta, bigàt in piemontese, pratica nota come bachicoltura, rappresentò infatti per secoli una voce essenziale per l’integrazione del reddito agricolo, tanto che molti contadini riuscivano a saldare l’affitto della cascina proprio grazie ai proventi della vendita dei bozzoli. Questo sino agli anni Cinquanta del Novecento, quando la produzione di seta cessò per la concorrenza delle fibre artificiali e per l’impennata dei costi (risale al 1958 l’ultimo Mërcà dij cochèt, il mercato stagionale dei bozzoli organizzato dal 1844 a Cuneo).

L’allevamento della larva del bombice del gelso (Bombyx mori), popolarmente detto “baco da seta”, costituisce la prima fase della filiera della seta, fibra tessile ricavata dal bozzolo, l’involucro di sostanza setosa (bava) che la larva secerne per proteggere la crisalide durante la metamorfosi in farfalla, e si affianca alla gelsicoltura, la coltivazione del gelso, le cui foglie rappresentano l’indispensabile nutrimento per i bachi.  

Il baco da seta rappresentò per secoli un’integrazione al reddito agricolo

Nelle campagne piemontesi, sino a metà delle valli, l’allevamento dei bachi divenne pratica diffusa, incidendo sul paesaggio agrario, che era punteggiato dai caratteristici alberi di gelso, divenuti oggi assai rari, messi a dimora ai margini dei campi, anche come segno di confine tra le proprietà, o lungo i canali e le strade vicinali.

L’allevamento dei bachi praticato dall’ultima bachicoltura della valle Maira

La primavera era la stagione in cui si iniziava ad accudire i bachi, dopo la schiusa delle uova, che i parroci usavano benedire con apposite cerimonie. Li si sistemava in ceste rivestite di carta da zucchero, nutrendoli con foglie di gelso tagliate a listarelle. Al principio dell’estate le larve venivano trasferite in ambienti ricavati nel sottotetto delle cascine, dove si allestivano le bigatére, lettiere a castello in cui i bachi proseguivano il ciclo vitale prima di essere fatti salire su rametti di erica per la formazione del bozzolo. Per evitare la metamorfosi in farfalla, che avrebbe bucato l’involucro, si sottoponevano i bozzoli all’essiccazione, utile sia a soffocare la crisalide, sia a permetterne la conservazione. Una volta selezionati per forma, colore, dimensione, i bozzoli erano pronti per la vendita oppure, in caso di produzione domestica, immersi per la trattura in grandi bacinelle ricolme d’acqua molto calda, al fine di agevolare le operazioni di srotolamento e avvolgimento del filo contenuto nel bozzolo (seta greggia).

(le foto sono di Roberto Beltramo)

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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