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Il “miracolo” del Monte dei Cappuccini durante l’Assedio di Torino del 1640

La fiammata che uscì dal tabernacolo della Chiesa di Santa Maria al Monte e colpì un soldato francese che voleva razziare il ciborio dell’altare maggiore forse non ebbe una causa soprannaturale. In quell’evento straordinario, mai riconosciuto come miracolo dalla Chiesa, il popolo torinese riconobbe tuttavia un segno premonitore dell’indipendenza dello Stato sabaudo dalle pretese spagnole da un lato e dalle aspirazioni di Richelieu dall’altro

Cristina di Borbone Francia aveva appena 13 anni quando giunse a Torino per unirsi in matrimonio con il duca Vittorio Amedeo I. Era il 1619, e il duca, nato nel 1587, di anni ne aveva già compiuti trentadue. Figlia di Enrico IV e di Maria de’ Medici, e sorella del futuro re di Francia Luigi XIII, nelle vene della sposa giovinetta scorreva un mix di sangue francese e italiano, ma la sua educazione era invece tutta improntata ai rigidi dettami della vita di corte transalpina. È facile immaginare il disagio di quella regale fanciulla ad adattarsi allo stile di vita subalpino: Torino cominciava a darsi un tono di città elegante e raffinata, ma restava ancora una piccola e provinciale capitale, con uno stile di vita sicuramente meno frizzante di quello che caratterizzava le giornate nei castelli lungo la Loira e nelle residenze di corte transalpine. La giovane duchessa dimostrò tuttavia di saper reagire con grande carattere al repentino cambiamento di abitudini e di sapersi ambientare piuttosto in fretta alla vita di corte sabauda, dandole anzi via via un’impronta di rinnovamento e di mondanità di stampo transalpino.

Nel 1637 Vittorio Amedeo morì, lasciandola vedova e con due fanciulli da crescere: Francesco Giacinto e Carlo Emanuele. Francesco Giacinto, che era il primogenito, successe così al padre sul trono del ducato, ma il ruolo di reggente in nome del figlioletto fu esercitato dalla madre. Non passò un anno che anche Francesco Giacinto morì, all’età di sei anni. Il diritto di successione passò così a Carlo Emanuele, che di anni ne aveva appena quattro, in nome e per conto del quale Cristina continuò a reggere lo Stato. Ma i cognati di Cristina, fratelli del defunto duca, il cardinal Maurizio (1593 | 1657) e Tommaso Francesco di Savoia, principe di Carignano (1596 | 1656), cominciarono a rivendicare il diritto al trono.

Le cose iniziarono presto a complicarsi. Le due principali potenze continentali europee dell’epoca, la Spagna e la Francia, erano sul chi va là, pronte a cogliere il minimo pretesto per sfidarsi sul campo di battaglia. La questione della successione al trono del ducato sabaudo sembrava confezionata su misura per uno scontro. La Spagna sosteneva le rivendicazioni di Tommaso e Maurizio. Richelieu sosteneva invece la causa della duchessa, sorella del suo re  e ‒ sotto sotto ‒ forse s’illudeva di poter trasformare un giorno il Piemonte in una sorta di protettorato francese. Madama Cristina stava sulle spine e si opponeva alle pressioni dei cognati, non tanto per timore di perdere il suo ruolo di duchessa reggente, ma al fine di non abbandonare lo Stato sabaudo all’ingerenza della Casa di Spagna.

Ne nacque una vera e propria guerra civile tra chi sosteneva la causa spagnola (i Principisti) e chi invece sosteneva la causa francese (i Madamisti). In base ad un accordo dei due principi sabaudi con il Governo spagnolo, in caso di loro vittoria, il Piemonte sarebbe stato suddiviso in tre parti: una di queste sarebbe andata al principe Tommaso, un’altra al cardinal Maurizio e una terza parte (quella più orientale, fino a Vercelli) alla Spagna, affidandone l’amministrazione al Governatore di Milano.

Il principe Tommaso, forte del sostegno spagnolo, cominciò ad alzare la cresta, e ponendosi al comando di un esercito di mercenari (spagnoli, piemontesi e svizzeri) iniziò a muoversi verso alcune piazzeforti piemontesi, alcune delle quali si concessero alle sue truppe senza colpo ferire. Nei primi mesi del 1639, Tommaso entrò infatti in Piemonte partendo da Milano: le città di  Chieri, Moncalieri, Ivrea e Verrua gli aprirono spontaneamente le porte, e dopo aver sottoposta Chivasso a un breve assedio, mosse verso Torino, con il supporto del Governatore del Ducato di Milano, il marchese di Leganés.

Madama Cristina, messa alle strette dalle conquiste militari di Tommaso, fu costretta a trovare temporaneo rifugio in Savoia, portandosi con sé con il giovane duca, ma restando ben intenzionata a tornare a Torino non appena possibile.

In Torino, intanto, si erano asserragliate le truppe francesi ed era molto difficile costringerle alla resa. Tra il 19 e il 20 Novembre 1639, gli Spagnoli e l’esercito di Tommaso vennero duramente sconfitti presso Chieri dalla retroguardia del comandante francese Enrico di Lorena-Harcourt, detto Cadet la Perle, per quello sfizioso orecchino di perle che portava all’orecchio. Ma questo episodio militare non fu risolutivo. Tommaso subì un’altra pesante sconfitta nella primavera del 1640, a Casale Monferrato. Poi ripiegò verso Torino, cercando di sopraffare il contingente francese, arroccato nella Cittadella, con un assedio. Ma a sua volta venne attaccato alle spalle dalle truppe di Lorena-Harcourt accampate fuori dalla città e fu costretto a recedere.

Cristina di Borbone, moglie di Vittorio Amedeo I, la prima Madama Reale

Fu in questa occasione, e precisamente il 12 Maggio del 1640, che a Torino avvenne un fatto prodigioso che molti considerarono un miracolo, per quanto come tale non sia mai stato riconosciuto dalla Chiesa.

Il conte d’Harcourt, che comandava l’Esercito francese, aveva dato ordine a un comando di uomini di prendere possesso del Monte dei Cappuccini, dove già sorgeva il Convento di Santa Maria al Monte, un punto cospicuo e strategico, ideale per controllare dall’alto la città, i movimenti delle truppe nemiche e lo scenario degli scontri. Raggiunto il Monte, alcuni soldati francesi entrarono nella chiesa con l’intenzione di razziare arredi e oggetti sacri, ma vi trovarono asserragliati molti torinesi delle borgate popolari che costeggiavano il Po, che pensavano di trovare rifugio nell’edificio di culto dalla furia dell’assedio. Ma in chiesa era presente anche una batteria di soldati al seguito del principe Tommaso, tra cui alcuni mercenari svizzeri al soldo del Savoia. Ne derivò uno scontro violento, con tanto di sparatoria incrociata: molti civili caddero tra i banchi della chiesa, colpiti dai proiettili o infilzati dalle spade. Ed è qui che accadde il fatto straordinario che i più considerarono un miracolo: nel tentativo di forzare il tabernacolo che custodiva la pisside con le ostie consacrate, un soldato francese, probabilmente un ugonotto, venne travolto da una vampata di fuoco: il soldato fece appena in tempo a gridare “Mon Dieu! Mon Dieu!”, poi cadde a terra, con la divisa incenerita, mentre un fitto fumo nero invadeva la chiesa.

Alcuni studiosi sostengono che la fiammata sarebbe stata causata da un colpo di fucile sparato da un soldato nemico, posizionato dietro l’altare, che avrebbe centrato la fiasca contenente la polvere da sparo che il francese sacrilego conservava nel petto. Fatto sta che quell’evento straordinario mise fine alla carneficina che pur aveva causato molte vittime nella Chiesa del Monte dei Cappuccini. Del cosiddetto “Miracolo del Monte”, presso l’archivio del Tribunale di Savigliano si conserva il manoscritto del verbale delle testimonianze dei sopravvissuti. Sullo sportello del tabernacolo sono ancor oggi evidenti i segni della tentata forzatura.

Henry de Lorraine, conte d’Harcourt

Tommaso di Savoia-Carignano, intanto, come già ricordato, fu costretto ad abbandonare l’assedio e a ripiegare verso Ivrea. Non era tuttavia ancora del tutto rassegnato a rinunciare alle proprie aspirazioni: nel Febbraio del 1640, il principe tentò un nuovo accordo militare con gli Spagnoli, e tornò alla carica per riconquistare Chivasso e Cherasco. Ma ancora una volta i Francesi, al comando del solito Lorena-Harcourt, ebbero la meglio: questa volta, però, in modo definitivo.

Nell’autunno del 1641, iniziarono così i primi negoziati tra le parti in lizza: Tommaso e Maurizio rinunciarono ad ogni diritto di successione e Cristina venne riconosciuta come legittima reggente in nome e per conto del figlio Carlo Emanuele. La duchessa aveva salvato lo Stato dalla sottomissione alla Spagna, ma anche da ogni aspirazione più o meno espressa dei vicini Francesi sul Piemonte. I due cognati entrarono comunque a far parte del Consiglio di Reggenza fino al raggiungimento della maggiore età di Carlo Emanuele. Il trattato definitivo venne firmato il 14 giugno 1642, a Torino. Tommaso mantenne  il controllo personale delle fortezze militari di Biella e di Ivrea per l’intera durata della reggenza di Cristina. In quanto all’altro cognato, il cardinal Maurizio, Cristina accettò che prendesse in sposa la propria figlia Luisa Ludovica Cristina (sorella di Carlo Emanuele). Il cardinale chiese ed ottenne di rinunciare alla porpora, sposò la propria nipote, e si ritirò a vita privata, coltivando i suoi interessi culturali, e accontentandosi del titolo di Governatore di Nizza, Principe di Savoia e Oneglia.

Il vero miracolo di quella guerra civile fu il mantenimento dell’indipendenza dello Stato Sabaudo. Ma quel “miracolo” della Chiesa del Monte dei Cappuccini, vero o presunto che fosse, avvenuto nel corso dell’Assedio del 1640, i Torinesi lo ricordano ancora oggi con grande commozione. E forse, per il capoluogo sabaudo, fu davvero un segno premonitore di un destino favorevole della Storia.

Sergio Donna

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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