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Cioccolato, anche in fatto di uova Torino è da primato

La tradizione subalpina delle uova pasquali affonda nella storia: da quelle ricoperte di zucchero della De Coster agli ovetti Kinder della Ferrero

Uno dei primati di Torino consiste nella mai doma capacità d’innovazione e di rinnovamento, nonché nell’intuizione e nella genialità dei suoi abitanti, che – dalla tecnologia alla scienza, dall’imprenditoria all’artigianato, dalle primizie culturali alle leccornie alimentari – fanno di questa città un autentico laboratorio d’idee, e una fucina instancabile di novità e di illuminate scoperte.

Sull’onda di questo primato, in taluni casi, c’è il rischio di esagerare un pochino (esageroma nen! direbbe monsù Pautass, il prototipo dei torinesi cauti e guardinghi), e di attribuire ai subalpini paternità non sempre certe e inequivocabili.

C’è chi sostiene, ad esempio, che le prime uova pasquali di cioccolato siano state prodotte proprio a Torino, fin dalla fine del Settecento, o anche prima, se è vero che già nel 1725, la vedova Giambone, titolare di una nota cioccolateria in Contrada Nuova (ora Via Roma), un bel giorno ebbe l’idea geniale di riempire alcuni gusci vuoti di cioccolato liquido. Raffreddato il contenuto, ed eliminato il guscio, avrebbe così creato le prime uova di cioccolato, che furono esposte in vetrina al fianco di una gallina viva e ruspante. Un’attrazione che calamitò subito la curiosità dei passanti: quelle prime uova di cioccolato ottennero un successo davvero strepitoso.

Difficile affermare con obiettività e sicurezza che le uova di cioccolato torinesi siano state in assoluto le prime a venire al mondo. A ben pensarci, però, questa ipotesi potrebbe non essere del tutto infondata.

Ancora sopravvive a Torino, in via Spalato 90 (zona Polo Nord), un’antica “bòita” (officina) fondata nel 1858 (è forse la più antica della città), la Romualdo Ferrero, specializzata nelle lavorazioni dei metalli. Mi direte: cosa c’entrano i metalli con le uova di cioccolato? C’entrano altroché: questa storica officina acquistò nel tempo una sempre più particolare competenza nella produzione di stampi per cioccolatini.

Gli ovetti Kinder sono uno dei successi commerciali della Ferrero

Si sa: Torino è la città per antonomasia delle caramelle, dei confetti, ed anche – appunto – dei cioccolatini di ogni forma e tipo, dalle dragées ai diablotin (diavoletti) e alle praline di cioccolato: a quei tempi erano a decine gli atelier dei maîtres chocolatiers torinesi, noti in tutto il mondo per la raffinatezza dei loro prodotti. Uno di questi maestri dell’arte cioccolatiera, era ad esempio Michele Talmone, cioccolataio torinese di fama crescente in tutto il Paese, e cliente della Romualdo Ferrero, che per lui produceva gli stampi per i cioccolatini. Questi stampi, col tempo, assunsero forme diversificate: cubiche, tondeggianti, antropomorfe o a forma di campana, di coniglietto, di pesciolino, e così via; di lì, a progettare stampi a forma di uovo, il passo fu davvero breve. Naturalmente, a Talmone (tra i pionieri nella produzione delle uova torinesi di cioccolato), si aggiunsero Venchi, Caffarel, Streglio, Baratti, e tanti altri cioccolatieri di grido: fatto sta che l’idea di produrre uova di cioccolato – anno dopo anno – prese sempre più piede, diffondendosi a macchia d’olio da Torino a molte altre città italiane e straniere. Tant’è che ci fu persino chi – come si è detto – si era specializzato nella produzione di stampi per maestri dell’arte cioccolatiera, anche a forma di uovo.

Uova imperiali russe create da Peter-CarlFabergé

La difficoltà consisteva però nel produrre uova di cioccolato vuote all’interno e di maggior dimensione rispetto a quelle piene. Fu solo negli anni Venti del Novecento che le uova di cioccolato divennero un prodotto a larga diffusione, quando alcuni maîtres chocolatiers torinesi iniziarono a utilizzare una macchina brevettata nel 1920 dalla ditta Sartorio, capace di plasmare il cioccolato in forme vuote. Gli stampi, posizionati nella macchina, venivano fatti ruotare e rivoluzionare attorno ad un perno, fino ad essere uniformemente ripieni di cioccolato liquido per effetto della forza centrifuga. Le “sorprese” (piccoli ninnoli e confetti) vennero introdotte all’interno delle uova già a partire dal 1925.

In tema di uova di cioccolato, c’è comunque un primato certo, che Torino può sicuramente vantare: sempre negli Anni Venti del Novecento, la De Coster (casa fondata nel 1880 da un maître chocolatier di origine belga), pensando ai consumatori più giovani, lanciò sul mercato le prime uova di cioccolato ricoperte di zucchero bianco e dipinte a mano. Un’idea geniale che ebbe un successo memorabile. E che probabilmente ha ispirato la Ferrero a produrre gli ovetti Kinder, da tempo famosi in tutto il mondo.

Uova di tipo Matrioska dipinte a mano

I cioccolatieri producevano le uova di cioccolato soprattutto nel periodo pasquale e furono appunto chiamate “uova di Pasqua”. Del resto, l’abitudine di scambiarsi uova Pasqua, o se vogliamo al solstizio di primavera, è antica e si perde nella notte dei tempi. L’uovo è infatti simbolo di vita e di rinnovamento, e donare un uovo ha sempre avuto un marcato significato augurale e simbolico. Già gli antichi Egizi, i Greci e i Cinesi – ad esempio – si regalavano uova allo sbocciare della primavera. Fin dall’epoca medievale, si incominciò poi a decorare le uova e a produrre monili e gioielli a forma di uovo. Una delle creazioni d’oreficeria più preziose di tutti i tempi fu quella che lo zar Alessandro III fece realizzare a fine Ottocento per la consorte Dagmar di Danimarca: era un uovo di platino, al cui interno era custodito un altro uovo d’oro, che a sua volta racchiudeva una piccola corona imperiale.

In molti Paesi del Nord Europa si è soliti scambiarsi per la Pasqua uova sode decorate

Difficile affermare se è nato prima l’uovo o… il cioccolataio: ciò che è certo è che, soprattutto per i bambini, ricevere un uovo di cioccolato a Pasqua è sempre un motivo di gioia. Per ciascuno di essi, la smania di sciogliere l’involucro che racchiude la sorpresa che ogni uovo racchiude è davvero irresistibile: un giocattolino, un oggetto minuto, un dono da nulla, insignificante, ma che per ogni bimbo rappresenta un prezioso tesoro, non meno invitante del cioccolato che lo nasconde.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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