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Torino riaccende il “farò”: la tradizionale pira di San Giovanni torna in piazza Castello

TORINO. Per i torinesi doc (non sono più molti, a dire il vero) il “farò” non è mai stata una voce verbale, ma un sostantivo.  Il farò per loro è ancora il “falò”, ovvero la pira che da secoli viene accesa in una piazza centrale della città la sera della vigilia del Santo Patrono, San Giovanni. A seconda dal lato in cui si accascia il cumolo di fascine divorato dalle fiamme, rispettivamente verso Sud o verso Nord, i torinesi traggono lusinghieri auspici o preoccupanti presagi per il futuro. Se poi il farò, consumandosi, tende a piegarsi verso Ovest (cioè verso le montagne della Val di Susa) oppure verso Est (in direzione della Collina), allora le interpretazioni restano vaghe, ma sempre, sia pur più moderatamente, improntate all’ottimismo.

Una sorta di rito pagano, da cui ci si attende segnali di speranza e di incoraggiamento, innestato in una festa religiosa: un mix di fede e di scaramanzia. Ma anche una tradizione secolare, se si pensa che San Giovanni è il patrono di Torino fin dagli albori del VII secolo, quando – era il 602 d.C. – il turingio Agilulfo, già duca della città, e di religione ariana, e che poi divenne sposo della regina longobarda Teodolinda, vi fece costruire una chiesa dedicata al Battista.

Un immagine del Battista sul Giordano

A Torino, le prime spettacolari celebrazioni del Santo Patrono risalgono, almeno, al Medioevo: i festeggiamenti – diciamo così, pagani – oltre che con l’accensione del farò, si esprimevano con musiche, danze e canti, che coinvolgevano tutta la popolazione, e si protraevano dalla vigilia della festa fino alla mezzanotte del 24 giugno: due giorni interi di “baleuria”, ovvero di spensierata baldoria. Un’altra coinvolgente attrazione, sia pur più recente, era la corsa dei buoi per le contrade di Borgo Dora.

I festeggiamenti religiosi prevedevano invece la solenne e storica processione con l’ostensione delle reliquie del Santo, proveniente dalla chiesa di St. Jean de Maurienne, in Savoia. In coda al Vescovo e al clero si protraeva uno lunghissimo stuolo di fedeli.

La Sindaca Chiara Appendino con Gianduja e Giacometta della Famija Turinèisa poco prima dell’accensione del “farò” in piazza Castello. Festeggiamenti di San Giovanni, edizione 2021

Storicamente il farò è stato posizionato soprattutto in piazza Castello, all’imboccatura di via Dora Grossa (l’attuale via Garibaldi), ed era il figlio cadetto del duca regnante ad appiccare il fuoco all’imponente catasta piramidale. Ma non sono mancate edizioni in cui il farò si è tenuto in piazza San Carlo o in altri spazi urbani.

Quest’anno, dopo l’interruzione dell’edizione 2020 a causa del Covid, il farò è stato nuovalmente accolto in piazza Castello. L’accensione è avvenuta attorno alle 22.00 di mercoledì 23 giugno. Hanno fatto corona alla pira la Banda del Corpo di Polizia Municipale, il Gruppo Storico della Famija Turineisa e il Gruppo Storico Pietro Micca.

I figuranti del Gruppo Storico Pietro Micca, schierati davanti a Palazzo Madama, ricevono il saluto della sindaca Chiara Appendino
in occasione dell’accensione del “farò” di San Giovanni, 23 giugno 2021

Il pubblico, monitorato e contingentato, per motivi legati alla pandemia, ha potuto assistere – ma solo a distanza – all’evento. A partire dalle ore 21.00 circa, è stato possibile seguire il rito del farò in diretta streaming sulla pagina Facebook della Città di Torino.

Quest’anno, la sagoma del toro, simbolo della città di Torino, sorretta da un sostegno infilato nella catasta ardente, è caduta dalla parte giusta, verso Porta Nuova, all’insegna dei migliori auspici. Era quello che tutti i torinesi si attendevano.

Un’immagine del “farò”, posizionato di fronte al Palazzo della Regione, in piazza Castello, a Torino,
in occasione dei festeggiamenti di San Giovanni, edizione 2021
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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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