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Arandora Star, 80 anni fa il naufragio: perirono 446 italiani, 26 erano canavesani

Tra le grandi tragedie del mare dimenticate, c’è anche il naufragio del transatlantico Arandora Star, avvenuto il 2 luglio 1940. La nave, silurata da un U-boot nazista, trasportava 800 italiani, che al momento della dichiarazione di guerra di Mussolini lavoravano in Inghilterra. Nove vittime erano originarie di Bollengo di Mazzè

Abbiamo già avuto occasione di ricordare, su questa stessa testata, i drammatici naufragi del Titanic (per rileggere l’articolo, cliccare QUI) e del Principessa Mafalda (cliccare QUI), in cui perirono, tra gli altri, moltissimi italiani ed emigranti piemontesi. Vogliamo ora rispolverare dall’oblio un’altra catastrofica tragedia del mare, che ancora una volta vide coinvolti decine di emigranti piemontesi, soprattutto canavesani: il naufragio dell’Arandora Star.

Fin dal giorno stesso in cui Mussolini consegnò agli ambasciatori di Francia e Inghilterra la dichiarazione di guerra (era il 10 giugno del 1940), gli Inglesi considerarono gli Italiani che lavoravano sul suolo britannico dei nemici a tutti gli effetti e potenziali spie a servizio del regime fascista. In realtà, tra i lavoratori italiani sul suolo inglese, i più erano oppositori del fascismo, ebrei fuggiti dall’Italia per le leggi razziali, emigrati in terra d’Albione per motivi politici o per pura necessità di trovare oltre Manica un lavoro sicuro e ben retribuito.

Ma tant’è. Centinaia di civili italiani (cuochi, camerieri, gelatai, commercianti, piccoli imprenditori, onesti e pacifici lavoratori) vennero improvvisamente sospettati di spionaggio, o comunque accusati di portar via un posto di lavoro agli Inglesi di nascita. Quattromila italiani vennero così arrestati già il primo giorno di guerra e di lì a poco imbarcati su piroscafi diversi per essere dirottati oltreoceano, lontani dall’Inghilterra.

L’Arandora Star, una nave da crociera adibita a questi trasbordi transoceanici, salpò da Liverpool il 1° luglio 1940, con destinazione Canada. Nel secondo giorno di viaggio, venne però silurata da un U-boot nazista. Le vittime, tra prigionieri ed uomini di equipaggio, furono complessivamente 800, di cui 446 italiani (tra questi, molti erano piemontesi: almeno 26 i canavesani e 9, in particolare, di Bollengo, un ridente borgo non distante da Ivrea e attraversato dalla storica Via Francigena).

Questo l’elenco dei caduti bollenghini:

✪ Italo Avignone-Rossa, classe 1907
✪ Francesco Bravo, classe 1892
✪ Antonio Ceresa, classe 1889
✪ Edoardo Ceresa, classe 1890
✪ Stefano Ceresa, classe 1900
✪ Ferdinando Rossetto, classe 1888
✪ Giacomo Stratta, classe 1894
✪ Luigi Tapparo, classe 1898
✪ Giuseppe Tempia, classe 1896.

Edoardo Ceresa, farmacista da poco in pensione e residente a Glasgow (Scozia) – nipote di quell’Edoardo Ceresa, di professione chef, citato tra le vittime del naufragio, di cui porta con fierezza lo stesso nome e lo stesso cognome – ha a suo tempo proposto al Comune di Bollengo la realizzazione di un monumento a ricordo dei nove naufraghi bollenghini scomparsi in mare ottant’anni orsono, impegnandosi a finanziare in gran parte l’opera.

A destra, lo chef originario di Bollengo Edoardo Ceresa

Il monumento è stato realizzato e già posizionato all’ingresso del Parco Giochi Gabriele Ruffino: l’inaugurazione ufficiale è prevista per il 2 luglio 2020. Peccato che il signor Edoardo Ceresa, per contingenti motivi legati alla pandemia di Covid, non possa essere presente alla cerimonia. Ma sicuramente sarà ospite di Luigi Sergio Ricca, sindaco di Bollengo, in un’altra occasione. E sarà per lui sicuramente un momento di forte commozione.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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