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Anni ’50 e ’60 del Novecento. Quando si giocava alle “bije” o alle “figu”nei cortili e nelle contrade

Il gioco delle biglie è antico di migliaia di anni. Sicuramente veniva  già praticato dai fanciulli dell’Antico Egitto: le prime biglie erano costituite da piccole pietre tondeggianti, levigate naturalmente dall’acqua, e raccolte sulle sponde del Nilo o sulle rive del mare. Spesso erano gli stessi ragazzini a fabbricarsi pallottoline d’argilla, che lasciavano essiccare al sole fino a che diventavano compatte. Altri, ancor più creativi, le ricavavano limando frammenti di ossa di animali, fino a dare loro una forma sferica. Più tardi, le biglie vennero prodotte in terracotta: ed è stato probabilmente questo, per secoli,  il tipo di biglia più diffuso, fino ai primi decenni del Novecento.  Ma le palline in terracotta erano estremamente fragili: non reggevano gli urti tra loro, e finivano per spaccarsi in due o a sgretolarsi già dopo pochi minuti di gioco. A partire dagli anni Quaranta del Novecento, le biglie in terracotta caddero gradualmente  in disuso e vennero sostituite da quelle di vetro. Finalmente, erano perfettamente tonde, robuste e levigate. E in più, avevano un’anima colorata all’interno, l’una diversa dall’altra, che le rendeva belle a vedersi, ma soprattutto permetteva di distinguerle tra loro (il che costituiva un vantaggio non da poco, soprattutto quando i contendenti coinvolti nel gioco erano numerosi).

Chi è stato ragazzino negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta si ricorderà sicuramente di quanto fosse diffuso negli oratori, nei cortili e per le strade il gioco delle “bije”. Le “bije” erano appunto le biglie (o palline) di vetro. Qualcuno le chiamava “birille”, ma i più le chiamavano “bije”. “Bija” era una parola base del gergo infantile, e il gergo infantile aveva il suo lessico, che tutti dovevano osservare, senza sgarrare. Quel gergo era composto da parole italiane ma anche da molti termini piemontesi, retaggio della parlata regionale delle generazioni infantili precedenti. A quei tempi, le vetture in transito sulle vie di quartiere erano piuttosto rare, e poche erano quelle parcheggiate ai lati dei marciapiedi. Per cui le mamme non si facevano troppi scrupoli nel lasciare giocare i propri pargoli in strada, limitandosi a controllarli a distanza, affacciandosi di tanto in tanto alla finestra.

La domanda di rito che si ponevano i ragazzi di quegli anni quando scendevano in strada o in cortile per giocare tra loro (dopo aver fatto ovviamente i compiti),  era questa: “Giochiamo a bije?”. Domanda assolutamente retorica, che faceva tuttavia parte di un rituale. Giacché tutti avevano le tasche piene di bije, e non vedevano l’ora di giocarci (magari dopo aver tirato due calci al pallone, così, tanto per scaldare un po’ i muscoli), e spesso scendevano le scale di corsa per farlo. Le bije  di vetro rimbalzavano nelle tasche dei pantaloncini corti dei ragazzi, e ad ogni scalino disceso, davano vita a tintinnii armoniosi: una melodia inconfondibile, dal suono cristallino e gioioso. L’alternativa più comune al gioco delle bije era quello delle “figiu”, o “figu”, ossia le figurine  (quelle dei calciatori, per intenderci: Toro e Juve soprattutto). Il gioco con le figurine più diffuso (lasciatemi aprire un piccolo inciso) era  “lo schiaffo”. Ogni giocatore (i giocatori potevano essere due, tre, quatto, o anche di più) puntava le sue figurine (tre o quattro a partita, a seconda della “posta” convenuta). Le figurine in palio venivano incolonnate una sull’altra come un mazzo di carte e poi riposte su uno scalino di pietra o di marmo. Poi, a turno, ogni giocatore doveva sferzare violente manate (gli schiaffi) – a mano nuda – alla base del mazzetto delle “figu”, in modo da creare un’onda d’aria d’urto tale da far ribaltare le figurine ammonticchiate. Più se ne ribaltavano e più se ne vincevano. Peccato che dopo un po’ i palmi delle mani diventavano roventi. E così si tornava al sacro gioco delle bije.

Ne esistevano di tre dimensioni: i “bijon” (cioè i biglioni), di diametro compreso tra i 2 cm e i 3 cm. In genere, i biglioni erano di vetro. Solo raramente erano d’acciaio (in tal caso erano sfere tratte dai cuscinetti di dismessi camion e furgoni). Nella dotazione di base di ogni giocatore, di bijon ne bastava uno solo e veniva utilizzato solo in certi tipi di gioco. Poi c’erano le bije standard, di diametro medio di 1 cm: avevano all’interno una lacrima colorata (gialla, verde, rossa o blu), come una goccia, una mandorla di ambra, ma dai riflessi magnifici. In ogni biglia, l’effetto specchio era straordinario, quasi magico: in una sola bija ci si poteva veder riflesso il proprio volto (deformato, quasi grottesco, buffo e caricaturizzato), oppure vi si poteva vedere rispecchiata, con stupefacenti effetti grandangolari, una stanza intera, con tutti i mobili, i libri, il lampadario, con la luminosa finestra compresa. Infine c’erano le “mìgnole”, che erano le biglie più piccole della dotazione base, di diametro di circa mezzo centimetro:  anch’esse avevano una policroma lacrima affusolata all’interno, negli stessi colori di quelle standard, ma in miniatura. In certi casi avevano un valore pari a quello delle sorelle maggiori; in altri casi, si stabiliva che valessero la metà esatta delle biglie standard.

Quando due giovani giocatori di bije decidevano di sfidarsi tra loro, dopo essersi reciprocamente formulati la pleonastica domanda di rito “Giochiamo a bije?”, ciascuno infilava la mano destra nella propria tasca, e accarezzava le biglie in dotazione, facendosele scivolare tra le dita, accelerando e amplificando ad arte il tintinnio naturale che esse producevano mescolandosi tra loro. Era un gesto propiziatorio, per assicurarsi il favore della dea del gioco e garantirsi la vittoria, ciascuno a danno del proprio rivale. Un po’ come del resto  facevano gli sfidanti dei duelli western, quando i pistoleri – uno contrapposto all’altro – accarezzavano la propria Colt prima di spararsi a vicenda.

Ma quali erano i giochi con le bije? Erano moltissimi, ed erano veramente geniali per l’essenzialità e la chiarezza delle regole. La scelta del tipo di gioco era in funzione della maggior adattabilità di ciascuno di essi a certe particolari caratteristiche morfologiche del terreno di gioco (terra battuta, cemento, asfalto, selciato, presenza o meno di terriccio tra il sedime della strada e il cordolo del marciapiedi, vicinanza con eventuali canaline di scolo, tombini, ecc. ecc.). Il più popolare era il “cerchio”; seguiva il “pàpalo”, ma diffusissimo era pure il “truch e branca”, da giocarsi coi biglioni, meglio se d’acciaio. Si giocava anche “a muro” e “a canala”. Non è il caso, qui, di descrivere i dettagli del regolamento di ogni variante di gioco. Ognuna di essa aveva i suoi rituali, i suoi schemi e le sue strategie.

“Inquadrado” brevemente il profilo psicologico-tecnico di ogni avversario, ci si apprestava ad adottare le tattiche, le mosse e le contromosse più idonee in ogni partita. Il gioco delle bije era infatti anche un modo divertente per socializzare con i coetanei, per  imparare a relazionarsi con il prossimo, scoprendo le diversità caratteriali, sociali e culturali di ognuno, e per confrontare le proprie esperienze con quelle altrui. In breve: un’opportunità continua di esperienze, di scambi e di crescita intellettuale.

Tempi lontani: tempi passati che non torneranno mai più. Di quell’epoca, è rimasta però un’espressione, che ancor oggi qualche anziano autentico piemontese ogni tanto si lascia scappare per sottolineare le difficoltà incontrate in un particolare momento, in cui tutto sembra andare storto oppure irrimediabilmente perduto. Quella locuzione è “Ciàu bije!”, retaggio del linguaggio infantile di chi aveva perso al gioco tutte le biglie in dotazione che si era portato da casa.

Visto con gli occhi di oggi, il gioco delle “bije” non era che un’innocua, innocente “ludopatia” di spensierati ragazzini nati in anni lontani. Forse è per questo che quel romantico gioco di strada e di cortile un poco ci manca.

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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