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A Costigliole d’Asti, tra vigneti di Barbera e Moscato, rinasce l’Uvalino

Costigliole d’Asti, il comune con la più estesa superficie vitata del Piemonte, regno del Moscato e della Barbera, che qui assume un caratteristico accento di viola, custodisce una delle rarità ampelografiche dell’Astesana, l’Uvalino, vitigno a bacca nera oggi in fase di riscoperta.

Attestata sin da fine Ottocento nell’area collinare tra Costigliole, Canelli e Montaldo Scarampi, dove ogni famiglia ne possedeva almeno un paio di filari, quest’uva veniva di rado vinificata in purezza, ma in genere utilizzata, come la maggior parte delle varietà minori, o per irrobustire i vini ricavati da uve diverse, migliorandone la qualità, oppure per produrre la quetta, una bevanda estiva moderatamente alcolica.

La vendemmia di uve Uvalino a due passi dal castello di Costigliole

Una volta era usanza che nel piantare una vigna si mettesse di tutto un po’, tutto alla rinfusa, ed erano tante le varietà piantate che non era raro il caso che lo stesso proprietario di qualcuna ne ignorasse persino il nome. Ora però si va nel difetto opposto, e si vedono abbandonate certe varietà che per i loro pregi non lo meritano”: così nel 1881 l’enologo Federico Martinotti, direttore dell’istituto sperimentale per l’Enologia di Asti, divenuto famoso per il metodo di spumantizzazione da lui inventato, detto metodo Martinotti (o Charmat), descriveva con un certo disappunto i rivolgimenti in atto nella geografia del vigneto piemontese.

Dalla coesistenza all’interno della stessa vigna di vitigni dominanti o prevalenti e varietà ritenute minori, in senso quantitativo o qualitativo, chiamate in piemontese uvari (da cui l’espressione vin d’uvari, vino prodotto dalla miscela di uve minori), si passò a una fase di specializzazione che relegò i secondi in terreni marginali e meno vocati per la coltivazione della vite. Infine nel primo quarto del Novecento, con la ricostruzione del vigneto a seguito della fillossera, questo fenomeno, già registrato dal Martinotti, si aggravò, determinando la sopravvivenza delle sole varietà minori che i contadini, per le particolari proprietà organolettiche o per caratteristiche di volta in volta valutate positivamente (produttività del grappolo, resistenza alle malattie), scelsero di conservare.

Come annota lo studioso Gianluigi Bera nelle sue ricerche, tra queste varietà c’era l’Uvarino o Uvalino, nome che nell’Astesana ottocentesca designava, all’interno della vasta famiglia degli uvari, cioè delle varietà ritenute minori e talvolta giudicate scadenti, un vitigno di maggior pregio, del cui nome originario cui s’era persa memoria (forse identificabile con il Neirano piccolo, documentato agli inizi dell’Ottocento). Tale varietà, dal nome ignoto, venne ribattezzata Uvarin (Uvarino), mettendone in evidenza con questo diminutivo la maggior finezza rispetto ad altri uvari.

Tra i caratteri apprezzati dell’Uvalino, che ne motivarono la salvaguardia, vi è l’elevato tenore di resveratrolo nelle bucce e la resistenza alla Botrytis Cinerea (fungo parassita), qualità che lo rendeadatto alle vendemmie tardive e alla produzione di vini da uve appassite. 

In tempi recenti l’Uvalino è stato valorizzato dalla famiglia Borio, proprietaria dell’azienda Cascina Castlèt di Costigliole d’Asti, che vi ricava un vino, battezzato Uceline, con colore rosso granato, sentori di piccoli frutti, liquirizia e spezie all’olfatto e un’equilibrata struttura tannica. 

La scelta onomastica, Uceline, è motivata dal recupero di un nome utilizzato già nel Seicento per designare un gruppo varietale, composto da uve a bacca nera o bianca, caratterizzato dalla maturazione tardiva e quindi dalla maggiore esposizione dei grappoli all’attacco degli uccelli (da cui il nome), attirati dal contenuto zuccherino degli acini. Girolamo Molon nella sua Ampelografia del 1906 cita questo gruppo di uve, cui appartiene anche ad esempio l’Ucelut, varietà friulana a bacca bianca, indicandole come “uve uccelline” e descrivendole come molto gradite ai volatili e tendenti a crescere ai margini dei boschi nelle Tre Venezie e in Piemonte. 

Costigliole d’Asti non è solo sinonimo di viticoltura di qualità: mentre infatti sui versanti collinari, meglio esposti, impera la vite, nei fondovalle, oltre ai noccioleti, si coltivano ortaggi e verdure, come l’ormai raro Peperone Quadrato della Motta che, tra le varietà tradizionali del Piemonte, risalta per la forma massiccia, le scanalature pronunciate, la polpa gialla o rossa, spessa e carnosa, il sentore piccante.

Sul mosaico di vigne, noccioleti e boschetti che modellano il paesaggio di Costigliole, svetta poi l’imponente castello che domina l’abitato d’impianto medievale. Fondato nel suo nucleo originario nell’XI secolo, il castrum viene citato nel 1041 in un diploma dell’imperatore Enrico III che riconosceva alla Chiesa astese i diritti su una fortificazione posta su una costa o costale, da cui deriva il toponimo Costigliole.

Il paese sorse però più tardi, alla fine del XII secolo, quando, nell’ambito della politica insediativa promossa dal comune di Asti nelle aree di maggiore conflittualità con i poteri concorrenti, presero forma una serie di nuovi abitati chiamati villenove. Tra le prime ad essere fondate vi fu appunto Costigliole, ai cui abitanti fu riconosciuta nel 1198 la cittadinanza astese, consolidando in tal modo il potere comunale in un’area, quella dell’antico comitato di Loreto, oggetto di contesa tra Asti e il marchese di Busca.

La fortezza acquisì la veste architettonica attuale a seguito di lavori di ammodernamento che, avviati nel primo trentennio del Settecento quando il castello era posseduto in condominio dagli Asinari di San Marzano e dai Verasis, vennero ripresi nell’Ottocento interessando la parte dell’edificio di pertinenza dei secondi. La proprietà Verasis, corrispondente all’ala meridionale, fu riplasmata secondo i criteri del revival neo-gotico, particolarmente in voga nel Piemonte del tempo, dove l’ispirazione a modelli architettonici medievali si manifestava sia nel rifacimento di strutture esistenti, riportate ad un’unitarietà stilistica antistorica, come nel caso di Costigliole, sia nella realizzazione ex novo di ville patrizie che si richiamavano all’idea di castello.

Contestualmente alla passione romantica per il Medioevo si diffuse il giardino all’inglese o paesaggistico, cui è ispirato il parco di Costigliole, che doveva riprodurre la spontaneità della natura suscitando sentimenti con segni ben individuati, come tempietti, obelischi, urne, statue, fabriques goticheggianti, con un intreccio di esotismo, storicismo, neo-medievalismo.

Nel castello dimorò per un certo periodo Virginia Oldoini, nota come contessa di Castiglione, sino a che il dissesto finanziario del marito, Francesco Verasis, non lo costrinse nel 1859 a cedere la quota del maniero al principe polacco Giuseppe Poniatowski.   

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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