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Alla scoperta del “Pastiss”, avamposto sotterraneo del Mastio della Cittadella

La massiccia fortificazione militare, voluta da Emanuele Filiberto, venne costruita tra il 1572 e il 1574. Il suo nome si deve all’intricato e dedalico reticolo di gallerie e di collegamenti, che percorrono il Forte in lungo e in largo

TORINO. Era il 1536 quando Enrico I, re di Francia, occupava militarmente quasi tutti i territori del Ducato sabaudo, costringendo Carlo II di Savoia, detto Il Buono, ad arroccarsi in Vercelli, una delle poche piazzeforti ancora in mano al duca. Ci sarebbero voluti più di vent’anni prima che Emanuele Filiberto, figlio di Carlo, infliggesse ai Francesi una sconfitta epocale: era il 10 Agosto del 1557, a San Quintino, in Piccardia. Il giovane valoroso ed ambizioso duca, formatosi alla corte e nell’esercito dello zio Carlo V, capo del Sacro Romano Impero, con quella vittoria riscattava finalmente le terre che i Francesi avevano strappato con la forza a suo padre, tenendole per oltre vent’anni.

Il disegno originale del Pastiss attribuito a Francesco Paciotti

Nel 1563, a distanza di soli sei anni da quella squillante vittoria, Emanuele Filiberto decide di trasferire la capitale del Ducato da Chambéry a Torino. La città è ancora ingessata tra le mura dell’esiguo castrum della romana Julia Augusta Taurinorum: un quadrato di poco più di 700 metri di lato, un fazzoletto di neppure 50 ettari di superficie.

Appena insediatosi a Torino, più che pensare a rendere più accogliente il Palazzo Ducale, Emanuele Filiberto bada alla concretezza. Non gli interessano certo gli agi della corte. Sa piuttosto che il suo piccolo stato da sempre fa gola ai Francesi e sa pure che i territori subalpini, per la loro posizione strategica di “porta d’Italia”, possono costituire un bocconcino prelibato anche per gli Spagnoli, o per qualsiasi altra potenza militare dell’epoca. Decide allora di rafforzare le mura della città, per renderle più resistenti, più robuste e più alte: tali da costituire un’adeguata difesa, in grado di reggere alla minacciosa potenza delle moderne e dirompenti armi in dotazione degli eserciti più potenti dell’epoca.

Ma rafforzare le mura non basta. Emanuele Filiberto, valente generale formatosi sui campi di tante battaglie, ed esperto di strategia militare, sa quanto importante sia, nella difesa di una città, la presenza di un forte Mastio difensivo. E così, ordina all’ingegnere militare urbinate Francesco Paciotti (detto Paciotto) di costruire una Cittadella forte e solida: gli commissiona cioè una fortificazione militare che possa costituire un baluardo sicuro, un deterrente temibile anche per il più potente e arrogante degli invasori.

In pochi anni, nasce così la Cittadella di Torino: un avamposto a difesa delle mura della capitale sabauda, una costruzione che lascia meravigliati tutti gli strateghi militari dei principali eserciti europei, che la invidiano, la ammirano e la temono. E sotto, invisibile all’occhio del nemico, un reticolo di gallerie ipogee, di passaggi segreti che possano permettere gli spostamenti delle truppe da un lato all’altro della città, con avamposti e cunicoli che spesso si spingono ben al di là delle mura.

Tra le fortificazioni aggiuntive, volute da Emanuele Filiberto, c’è anche il Pastiss, edificato tra il 1572 e il 1574, con funzioni di baluardo e di avamposto difensivo.

Il Mastio della Cittadella

Il forte è stato riscoperto nel 1958 da Guido Amoretti e da Cesare Volante. Vi si accede da una botola delimitata da una griglia alta un paio di metri, aperta sul sedime stradale di via Papacino, all’angolo con corso Matteotti. Si tratta di un fortino, o meglio di una casamatta di difesa, con una muratura corazzata a prova di bomba.

Sicuramente, quanto resta del Forte del Pastiss dopo i lavori di ampliamento urbanistico avvenuti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, non rappresenta che una piccola parte di un più grandioso disegno di opere di fortificazione; ma è assai probabile che il progetto originario non sia comunque mai stato completato nella sua interezza. In ogni caso, quasi sicuramente, quella parte di fortificazioni avanzate della Cittadella, chiamate Pastiss, non furono mai teatro di azioni belliche.

Il Forte è protetto da una muraglia esterna di 2,80 metri di spessore, sotto la quale si trova una galleria di contromina che serviva a disperdere, in caso esplosione di mine nemiche, l’onda d’urto e ad espellere i gas prodottisi attraverso 15 pozzi aperti nella volta a botte.

L’interno della fortezza si sviluppa su due livelli, coperti con volte trilobate a botte. Su ciascuno dei due livelli sono posizionate feritoie e cannoniere. All’interno del Pastiss, si dirama un’ampia rete di gallerie, camere sotterranee, pozzi per il ricambio d’aria e per l’illuminazione, con scale in muratura per la comunicazione interna tra i due livelli. Proprio da questo intenso e labirintico reticolo di passaggi e di collegamenti sotterranei, è nato il nome di Pastiss, che identifica la particolare fortificazione.

Una ricostruzione in tridimensionale del Pastiss

Il restauro dell’opera, realizzato dal Gruppo Scavi e Ricerche dell’Associazione Amici del Museo Pietro Micca, si è protratto per lunghissimi anni, ed è stato completato nel 2014: quanto è rimasto di questo gioiello della Torino fortificata sotterranea è stato finalmente recuperato.

Su un pannello a copertura di uno dei quattro lati della botola di accesso al Pastiss sta ora scritto: “Grazie ai lavori di restauro e di recupero conclusisi nel 2014, il Pastiss è oggi visitabile attraverso il Museo Pietro Micca e dell’Assedio di Torino del 1706. Se ne consiglia la visita dopo quella del Museo, sito in Via Guicciardini 7a”.

Questa è davvero una bella notizia, visto che la visita fino a pochi anni fa non era consentita, se non in casi eccezionali, ed era retaggio di pochi fortunati studiosi e appassionati ricercatori.

Un altro fulgido gioiello dei tesori sotterranei di Torino tornato alla luce.

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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