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Storia di Carouge, la piccola Torino alle porte di Ginevra

Sulle rive del fiume Arve, alle porte di Ginevra, sorge la città di Carouge, che oggi appare come un’appendice della metropoli svizzera, ma che per secoli ha avuto una sua autonoma identità e fisionomia, legata agli Stati Sabaudi e a Torino, cui faceva riferimento come capitale e sede della corte.   

La prosperità commerciale di Carouge ha motivazioni connesse alla posizione strategica, già evidenti nel nome con cui la località era citata sin dall’Alto Medioevo, Quadruvium, che significa crocevia, incrocio tra strade, via obbligata di transito per mercanti, soldati e viandanti che, provenienti da sud, affluivano nell’area ginevrina diretti verso i territori elvetici, attraversando il ponte sull’Arve. La centrale Rue Ancienne, che con il suo andamento irregolare si discosta dalla maglia ortogonale dell’impianto viario, di matrice sabauda, ricalca infatti l’antico asse stradale su cui transitavano i flussi commerciali in direzione di Ginevra.

Con la fine nel 1401 della dinastia dei conti di Ginevra, vassalli dei conti di Savoia che avevano governato per secoli sul Genevese, territorio corrispondente al contado ginevrino (esclusa la città), il borgo di Carouge passò sotto l’autorità diretta dei conti, poi duchi, di Savoia, che ne mantennero il controllo sino all’autunno del 1792 quando il territorio venne incorporato nella Francia rivoluzionaria, che lo assegnò nel 1798 al distretto del Lemano, di cui era capitale la rivale Ginevra. In precedenza, nel 1754, il trattato di Torino, sancendo la fine del regime di “potere condiviso” sui territori contesi tra la Repubblica di Ginevra e il Regno di Sardegna, aveva tracciato un nuovo confine tra i rispettivi Stati confermando l’assegnazione di Carouge ai sovrani sabaudi.

Nonostante la vicinanza a Ginevra, il punto di riferimento dell’antica e vitale comunità di Carouge fu quindi per secoli la capitale dei Savoia, Torino, che, soprattutto sotto il regno di Vittorio Amedeo III, ormai vanificati i propositi di riconquistare Ginevra, concentrò le proprie attenzioni sull’industrioso borgo sito sull’altra riva dell’Arve, promuovendone lo sviluppo economico e sognando di farne una rivale della città lemanica.   

Fu così che, per volere dei sovrani sabaudi, a partire dal 1760/70 la crescita di Carouge divenne tumultuosa, tanto da trasformare un villaggio di poche centinaia di anime in un centro importante, capace di accogliere commercianti e artigiani, in particolare fabbricanti di orologi e conciatori, attratti da un’accorta politica di incentivi fiscali, sino alla consacrazione al rango di “Città Reale” decretata nel 1786.

Come annota Renato Rizzo «gli architetti che nel 1772 (piano Garella) ricevettero da re Vittorio Amedeo III l’incarico di inventare una città a ridosso della severa Ginevra, non dimenticarono la propria» elaborando un disegno progettuale che, sotto il coordinamento del successivo piano Robilant del 1781, costituiva la proiezione in piccolo della capitale sabauda, Torino, la cui impronta è tuttora percepibile in vari aspetti caratterizzanti Carouge: nella scacchiera regolare di isolati su cui è impostato lo spazio urbano, nell’armonia architettonica, nell’importanza dei cortili e giardini ricavati al centro degli isolati, nell’apertura di piazze ariose, nel disegno delle chiese, nel romantico affaccio sul fiume che la separa da Ginevra.      

Andrè Corboz, letterato e storico dell’architettura nato a Ginevra nel 1928, annovera tra le sue opere più importanti lo studio su “L’invention de Carouge 1772-1792” che descrive il modello urbanistico realizzato dai sovrani sabaudi a Carouge, città senza fortificazioni né mura, con strade parallele e grandi piazze, ad imitazione di Torino e in contrasto con la rivale Ginevra che conservava il tortuoso impianto medioevale: un nucleo urbano storico che risulta tutelato sin dalla prima legge di protezione varata nel 1950.

Dalla volontà del sovrano sabaudo prese così forma una “piccola Torino”, concepita da architetti di corte come Domenico Elia, Giuseppe Viana e Lorenzo Giardino, alle porte di quella Ginevra che s’era sottratta all’orbita sabauda, affermandosi da metà Cinquecento come centro propulsore dell’ideologia calvinista. L’ambizioso disegno sabaudo mirava allo sviluppo di Carouge applicando i criteri del realismo politico e consentendo, a ridosso del centro irradiatore dell’intransigentismo calvinista, Ginevra, la convivenza di fedi diverse, cattolici (in maggioranza), ebrei e protestanti, e un mix di nazionalità, che emerge dai censimenti dell’epoca, da cui risulta la presenza di francesi, sabaudi (di Piemonte e Savoia), ginevrini, elvetici e tedeschi. Molti protestanti ginevrini, sottoposti alla rigida supervisione del “Concistoro”, organismo creato da Calvino per il controllo non solo della disciplina ecclesiastica, ma anche della moralità pubblica e della condotta dei fedeli, presero così l’abitudine di attraversare il ponte sull’Arve per recarsi nella vivace Carouge sabauda, a bere e danzare nei tanti locali e cabaret di cui la città si stava popolando.

L’idea di elevare Carouge a Ville Royale, capace di competere con la potente vicina, richiama alla mente radici storiche che legano le vicende di casa Savoia ai cantoni della Svizzera francofona, tra Ginevra, Vaud e Vallese. Ogni anno l’11 e 12 dicembre si commemora a Ginevra la battaglia dell’Escalade combattuta nel 1602 tra il duca Carlo Emanuele I di Savoia, paladino della Cattolicità, e i Ginevrini (il nome Escalade si riferisce alle scale smontabili costruite dai Sabaudi per arrampicarsi sulle mura della città assediata). L’esito dello scontro, infausto per la parte sabauda, segnò la definitiva rinuncia dei Savoia, che in passato avevano esercitato notevole influenza su Ginevra accarezzando il disegno di farne la loro capitale a nord delle Alpi, a riconquistare l’egemonia sulla città. Con la pace di Saint-Julien, siglata nel marzo 1603, i Ginevrini ottennero l’esenzione dai pedaggi nei territori sabaudi mentre il duca di Savoia s’impegnò a non mantenere truppe né costruire fortificazioni a meno di quattro leghe dalla città di Ginevra, riconoscendone così l’indipendenza. 

Il plurisecolare rapporto tra casa Savoia e Carouge, già interrotto dall’avvento della Francia rivoluzionaria, si spezzò definitivamente con la Restaurazione: dopo un breve ristabilimento dell’autorità sabauda (settembre 1814), nel 1816 venne stipulato il trattato di Torino che, in adempimento di disposizioni convenute nel Congresso di Vienna, stabilì la cessione di venti comuni sabaudi, detti “communes réunies”, di fede cattolica, al cantone protestante di Ginevra, che nel 1814 aveva formalizzato l’adesione alla Confederazione Elvetica.  Fu così che, per decisioni non condivise dalla popolazione, si infranse il sogno della piccola Torino cresciuta alle porte di Ginevra e Carouge entrò a far parte del territorio svizzero. Il disappunto degli abitanti della “Ville Royale”, che non avevano approvato l’idea di diventare ginevrini rompendo i legami con il sovrano sabaudo, si manifestò per molti anni con il gesto di simbolica protesta di tener chiuse le imposte delle abitazioni nel giorno della festa nazionale svizzera.  

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Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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