Lingua piemontese

Quei curiosi termini in piemontese nei romanzi di Cesare Pavese

Non rappresentano solo un vezzo, ma rispondono all’esigenza di esprimere con la lingua locale l’autentica identità culturale dei personaggi e dello stesso Autore

«Lui era venuto a cercare un ferro per suo padre e mi vide davanti alla ‘censa’ che guardavo le cartoline…»
Chi scrive è niente meno che Cesare Pavese, e la citazione è tratta dal noto romanzo “La Luna e i falò”, uno dei capolavori del grande scrittore nato a Santo Stefano Belbo nel 1908 e prematuramente scomparso a Torino, a soli quarantadue anni il 27 Agosto del 1950.

L’uso di espressioni o di termini tipicamente piemontesi e langaroli, risponde per Pavese (ma anche per Beppe Fenoglio, per Primo Levi e per lo stesso Guido Gozzano: in questi due ultimi casi, si tratta di termini attinti soprattutto dalla parlata canavesana e torinese) ad una precisa esigenza letteraria. Pavese (come molti altri autori regionali) vi ricorrono perché della lingua piemontese sentono impregnati i dialoghi dei loro personaggi e della cultura piemontese si è nutrito il background della loro vita ed esperienza personale.

Foto-ritratto di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, Cn, 1908 | Torino, 1950)

In questo modo, il piemontese può essere l’unica lingua per esprimere appieno ciò che uno scrittore sente dentro di sé, ma anche  per esprimere al meglio ciò che sentono e ciò che provano i personaggi che si muovono sulla scena del romanzo.

Nella frase citata in apertura di questo articolo, Cesare Pavese cita la “censa”.

Il termine, che non compare nei dizionari di Lingua italiana (ma neppure in tutti i dizionari di Lingua piemontese), era molto diffuso nel Novecento in molte aree del Piemonte, dalle Langhe al Canavese, e dal Monregalese al Roero, sia pure con varianti locali: censia, ciànsia, e così via. La “censa” era l’attributaria (non necessariamente una donna) della licenza di vendere (in esclusiva) i prodotti di monopolio, o di privativa fiscale. Con lo stesso termine si intendeva anche il locale in cui la vendita di tali prodotti si esercitava, indipendentemente dal sesso del gestore. Di fatto, esisteva una sola “censa” nei borghi più decentrati e di più piccola dimensione. Funzionava come piccolo bazar, dove oltre al tabacco da pipa, ai sigari toscani, ai cerini e ai fiammiferi da cucina, alle sigarette Nazionali, si potevano trovare anche francobolli, cartoline postali, liquirizia in bastoncini, pastigliaggio (boton da prèive e sukaj), chinino di stato, tabacco da pipa e da fiuto, ecc. ecc. E sicuramente anche le cartoline illustrate, ma rigorosamente in bianco e nero, davanti all’espositore delle quali era stato colto il protagonista del romanzo pavesiano.


Attenzione a non confondere il termine “censa” (o una delle sue varianti dialettali locali) con il termine “ciansa”, che ha tutto un altro significato: sta per “opportunità”, occasione, fortuna. “Chanse”, direbbero i Francesi: ma si sa, loro attingono spesso e volentieri dal piemontese… appropriandosi di vocaboli concepiti altrove. Scherzi a parte, piemontese, francoprovenzale, occitano sono lingue sorelle ed è normale che di tanto in tanto emergano tracce del family look di appartenenza comune.

Un’immagine di Cesare Pavese dietro ad alcuni passi di scrittura autografa

Un altro termine regionale più volte usato da Pavese è “tampa”.

La voce può avere più di un significato: può indicare una buca (più o meno grande: dalle dimensioni di una fossa a quelle di una tana), ma può indicare anche un locale in cui si somministrano vino e bevande (un equivalente di òsto, piòla, bétola, ma anche di cròta) e dove si trascorra qualche ora di tempo libero.

Il lemma “tampa” non si trova sui dizionari di Lingua italiana, ma è presente su quelli di Lingua piemontese: Pavese amava concedere momenti di relax in una “tampa” di Langa ai suoi personaggi. Qui i langaroli si rifocillavano, deliziando il palato con merende e bicchieri di Arnèis e giocando a carte con gli amici, magari accompagnati dal suono di una froja (chitarra), non sempre allegra, in verità.

Sergio Donna

Un’antica “censa” in un borgo di campagna
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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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