Storie piemontesiTorino

Quando in Borgo San Paolo si producevano trattori e macchine per uso agricolo

TORINO. Ai Torinesi di nascita o di adozione, il Novecento, il cosiddetto secolo “breve” – che si è chiuso meno di due decenni fa – sembra lontano. Lontanissimo. Nel Millennio dell’economia globalizzata, dominata dal web e dagli acquisti in rete su Amazon, quel piccolo mondo antico, fatto di botteghe di vicinato, di contrade in cui risuonavano i dialetti, e di un’industria altamente specializzata, articolata in una miriade di fabbriche grandi e piccole, che pullulavano di operai e capi squadra, è solo più un ricordo. Eppure quello stile di vita, basato sul lavoro quotidiano in fabbrica, nelle bòite e nelle botteghe, e fondato sul sacrificio, sulla rinuncia, sui valori umani, ma anche sulla consapevolezza del valore reale del denaro, guadagnato con il sudore e con la fatica, ha ancora molto da insegnarci. Quei salari erano appena sufficienti a sbarcare il lunario, eppure, chi li percepiva, mese per mese, sapeva trattenerne una parte come risparmio, per affrontare ipotetiche situazioni future di difficoltà e miseria. O per affrontare la vecchiaia. Un fatto di cultura, anche. Quegli operai, coscienti dei loro diritti e del loro ruolo sociale ed economico, lottarono con fermezza per il riscatto e l’emancipazione sociale ed economica delle classi lavoratrici e per garantire una vita migliore ai loro figli e a tutti gli Italiani. Durante l’ultimo conflitto, molti di loro si distinsero per l’eroico contributo alla causa della Resistenza e della Liberazione, spesso pagando quegli ideali di democrazia e di libertà, in cui fortemente aveva creduto, con la deportazione e con la vita.

L’immagine, così come quelle sopra, risalgono ai primi anni Cinquanta e ci sono state fornite da Franco Zampicinini, che ringraziamo

Chi ha vissuto il Novecento ed ha lavorato nelle fabbriche della città, oggi è come smarrito, giacché di quei paesaggi urbani e di quello stile di vita non è rimasta quasi più traccia: le fabbriche torinesi, dapprima fagocitate dalla crescita urbanistica, e successivamente trasferite nella prima e seconda cintura, sono state poi definitivamente strozzate dalla crisi economica degli Anni Ottanta e Novanta. Eppure quelle fabbriche lavoravano a pieno ritmo, con tecnologie meccaniche d’avanguardia, che consentivano di realizzare componenti o prodotti finiti d’altissimo livello qualitativo e di lunghissima durata, e con diversificazioni produttive sorprendenti. Credo che pochi torinesi oggi ricordino che in Borgo San Paolo esistesse una florida fabbrica che produceva trattrici, macchine da traino e trattori per l’agricoltura.

Era la S.p.A. Meroni Industrie Metallurgiche, che aveva sede in via Monginevro 121, all’angolo con Corso Trapani. Altri stabilimenti collegati a quello di Borgo San Paolo erano insediati a Milano, Erba, e Settimo. La famiglia Meroni, di origini lombarde, fin dalla metà dell’Ottocento, commerciava in metalli ferrosi a Lambrugo (Como). Capostipite di quest’attività era Ambrogio Meroni, il cui figlio Luigi, a inizio Novecento, estese la vendita di metalli ferrosi e lamiere anche nel Torinese. Negli anni Trenta, l’ing. Aldo Meroni, nipote di Ambrogio, sviluppò ulteriormente l’attività industriale, incentrata nello stabilimento torinese di Via Monginevro. Alla Meroni di Borgo San Paolo si producevano veicoli per traini e trasporti agricoli ed industriali, su strada e fuori strada, ma anche trattori. Proprio in Via Monginevro, la Meroni costruì, a partire dal 1950, un piccolo trattore, maneggevole, estremamente moderno e tecnologico: si chiamava Eron. L’Eron aveva 4 ruote motrici e motorizzazioni da 10 a 37 cavalli. Ne produsse circa 1500 esemplari. Gli Eron ottennero un buon successo anche all’estero, dimostrandosi trattori molto robusti, particolarmente adatti, grazie alla trazione integrale e al ridotto ingombro, all’impiego in viticoltura, tra i filari dei vigneti delle Langhe e del Monferrato, così come in ambito forestale.

Nel periodo bellico, i bombardamenti danneggiarono violentemente la Meroni, come si può vedere nella fotografia a lato, che testimonia i danni subiti dallo stabilimento dopo l’incursione aerea del 18-19 Novembre 1942 (Fondo UPA, 1611d, per gentile concessione dell’Archivio Storico della Città di Torino e dell’EUT 3). Nel periodo dell’occupazione nazista, la Meroni era considerata un’azienda “antifascista”: tra le maestranze si contavano in effetti numerosi attivisti. Gli operai della Meroni svolsero un ruolo determinante e coraggioso nella lotta per la Liberazione della città. Nel largo isolato già occupato dalla Meroni, negli ultimi anni Novanta, sono stati costruiti moderni palazzi, dove si è insediato anche un Supermercato.

Le tre immagini di quest’articolo sono tratte dalla gallery fotografica del libro Le Antiche Fabbriche di Borgo San Paolo (Ël Torèt, Monginevro Cultura).

 

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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