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Quando a Torino le case chiuse erano aperte: un po’ di storia

Allo scoccare della mezzanotte tra il 19 e il 20 settembre 1958, tutti i bordelli dovevano essere sbaraccati, poiché entrava in vigore la “Legge Merlin”, approvata sette mesi prima in Parlamento: per l’occasione furono organizzati falsi funerali per la morte della prostituzione di stato e il traffico davanti ai casini raggiunse in alcuni casi livelli mai visti, tanto che le signorine, tra baci, abbracci, pianti, addii e tutto il resto, furono impegnate da un superlavoro…

 

La senatrice Lina Merlin

TORINO. In fatto di bordelli, Torino non si è fatta mancare nulla. Abbiamo notizie sul meretricio in qualche modo organizzato già dai tempi di Amedo VIII. È però soprattutto a partire da Cavour che le questioni in fatto di casini assunsero connotazioni atte a strutturarle sulla base di leggi, controlli e tasse da pagare allo Stato. Dal Quadro statistico dei locali adibiti al meretricio, che corrisponde al primo censimento nazionale delle case d’appuntamento attive sul territorio nazionale (1892), apprendiamo che le “case di meretricio” sul suolo italiano – alla data in cui fu effettuata la statistica – erano 5780 e le prostitute schedate  335817: più o meno la popolazione torinese in quel periodo!  È suggestivo constatare che la provincia di Torino risultava quella con il maggior numero di bordelli in rapporto agli abitanti.

Va considerato che allora Torino era una città con numerose caserme, fonderie e fabbriche che avrebbero fatto della città subalpina un polo industriale di rilevanza internazionale. Quando fu effettuato il censimento, nella nostra città il numero degli uomini era circa il doppio di quello delle donne: rapporto 1,9 (maschio) a 1 (femmina). In genere, a Torino, ogni casa chiusa disponeva di saloni per l’attesa che potevano contenere un numero variabile di persone: da una decina a una cinquantina. Nelle ore di punta però quegli spazi non erano sufficienti per contenere l’afflusso e così si formavano code sulle scale e davanti all’ingresso, in questo modo vi era il rischio di disturbare la quiete pubblica: non erano infatti rare le lamentele da parte di coloro che abitavano nei pressi della casa chiusa.

In città le case chiuse si strutturavano sostanzialmente in tre livelli: basso, medio e alto. Al primo appartenevano quelle che avevano la loro espressione più vivida nel bordello di via Conte Verde (ubicato in vari stabili); nella media si collocavano le attigue case di via Calandra (ai numeri civici 13 e 15) e di via Principe Amedeo (ai numeri civici 42 e 43); mentre al livello più alto vi erano le case di via Michelangelo, corso Raffaello e via Massena, per giungere al top di via Cellini: la casa chiusa più esclusiva di Torino.

Le case di livello più alto offrivano una serie di optional che ne accrescevano il prestigio: per esempio, in quella di corso Raffaello vi era un “salotto cinese” che con la sua cornice esotica enfatizzava l’atmosfera, inoltre offriva il “servizio libero”: cioè una cameriera guardava che non ci fosse nessuno sulla strada mentre il cliente usciva, così da escludere possibili incontri compromettenti!

In alcune vi erano “pensionanti” disponibili solo in fasce orarie definite: ma erano professioniste di un certo livello, che in ragione delle loro qualità potevano imporre l’andamento del mercato. Potevano anche concedersi giorni di festa, a differenza delle altre che invece lavoravano anche nelle festività comandate, solo Natale era escluso. Spesso qualcuna delle ragazze operanti soprattutto nelle case di livello alto, diceva di aver clienti “vip”: politici, campioni sportivi, industriali, ecc. Ma quasi sempre era difficile comprendere dove effettivamente fosse la linea di demarcazione tra verità, fantasia e autopromozione.

Prima dell’accesso al bordello erano controllati i documenti dei “maggiorenni sospetti”, per evitare che tra le maglie della rete di controllo stesa dalla maîtresse potesse passare qualche minorenne: malgrado la cura c’era sempre qualcuno che riusciva a farla franca. Giorgio, uno dei nostri informatori, ci racconta che lui aveva documenti taroccati appositamente sfruttati per il casino, a diciassette anni riusciva così a superare il cordone di controllo e ad accedere alle delizie della marchetta.

I giovani erano quasi sempre in gruppo, mentre i più anziani “erano soli e raramente parlavano. Comunque, per tutti, soprattutto per i giovani e i vecchi, l’importante era non fare flanella: se la signora si accorgeva che si era lì per girare a vuoto e guardare le ragazze, prima ci incitava ad andare in camera, poi passava agli insulti e alle minacce: la principale era quella del flit!”.

Dopo le minacce (uomo avvisato mezzo salvato), la maîtresse passava infatti all’azione: i flanellisti sapevano che presto la luce sarebbe stata spenta e avrebbe fatto la sua apparizione il tenuto flit…   Quando le luci venivano riaccese – nel frattempo c’era stato un fuggi fuggi generale – flanellisti e perditempo si erano dileguati; purtroppo però si erano allontanati anche quei clienti che non volevano farsi impregnare del tipico profumo asperso con il vaporizzatore detto appunto flit. Profumo tipico delle case d’appuntamento. Infatti, chi si portava dietro quell’aroma aveva addosso la prova olfattiva che incontestabilmente dimostrava la sua recente frequentazione di una casa chiusa.

Una buona professionista operante nelle case chiuse di Torino – quelle “serie” – ma l’identico discorso è valido anche per le altre città di estensione analoga, era richiesta una media di ventiquattro marchette al giorno; comunque i numeri potevano anche aumentare, soprattutto nei periodi in cui la richiesta era maggiore. Basti ricordare che nei bordelli di retrovia, durante la Grande guerra, le prostitute erano impegnate in un vero e proprio tour de force consacrato alla Patria facendo salire la media fino a sessanta marchette al giorno!

In genere una buona “pensionante” di una normale casa chiusa, era comunque nella condizione di fare dalle trenta alle quaranta marchette al giorno; anche se dobbiamo dire che non sappiamo se si tratta di verità o di un mito metropolitano (saremmo però orientati verso questa seconda ipotesi), si dice che nella nostra città vi fossero autentiche “sorelle di Fregoli” che potevano giungere a 120 (!) prestazioni al giorno. Nel 1958, quando ormai era prossima l’applicazione della Legge Merlin, una buona professionista poteva guadagnare fino a seicentomila lire per quindicina! Consideriamo che le ragazze di fatto erano delle lavoratrici a cottimo: più marchette più soldi.

Massimo Centini

Classe 1955, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Tra le attività più recenti: al Museo di Scienze Naturali di Bergamo; ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di design di Bolzano. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino e al MUA (Movimento Universitario Altoatesino) di Bolzano. Numerosi i suoi libri pubblicati in italiano e in varie lingue.

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