CuriositàModi di dire piemontesi

Modi di dire piemontesi: quando si andava alla “maròda”

Il vero significato e tutte le possibili etimologie di questa espressione rimasta in auge fino agli anni Cinquanta del Novecento

Fino ad almeno tutti gli anni Cinquanta del Novecento, tra le bravate dei ragazzini che abitavano nei quartieri più periferici della città, c’era sicuramente quella di suonare i campanelli degli stabili per poi scappare in tutta fretta e nascondersi da qualche parte per osservare da lontano quante persone si sarebbero affacciate dal balcone o dalle finestre (allora i citofoni non erano ancora diffusi) per capire se per caso a suonare fosse stato il postino.

Un’altra birbonata spesso messa a segno dai ragazzini dei quartieri di periferia nella Torino degli anni Cinquanta e Sessanta consisteva nel disporre lungo le rotaie del tram una serie di capsuline detonanti, ovvero le innocue e minuscole “munizioni” esplosive delle pistole giocattolo. Quando una vettura tranviaria le schiacciava con le ruote di acciaio, era per quelle giocose masnade una festa ascoltare il susseguirsi delle mini esplosioni che riproducevano in tonalità ridotta il frastuono dei fuochi artificiali.

Capsule detonanti per pistole giocattolo, prodotte dalla ditta Martignoni di Genova negli Anni Sessanta

C’era poi un’altra birichinata che andava per la maggiore, soprattutto tra i ragazzini più grandi, diciamo in età di scuola media: quella di avventurarsi al di là dei confini della città tra gli orti suburbani per andé a la maròda come si diceva allora.

Ma cosa significava questa frase idiomatica? Per comprenderne appieno il significato, partiamo dalla parola “maròda” e dal verbo “marodé”, che significano rispettivamente piccola razzia e rubare la frutta dagli alberi o appropriarsi (in minute quantità) di vari prodotti agricoli pendenti.

Questi due termini piemontesi richiamano due corrispondenti vocaboli della parlata ligure (dove il verbo marudà significa rubare prodotti agricoli), della parlata francoprovenzale (dove marôd significa ladrocinio), e francese (dove marauder significa predare, saccheggiare; e dove il maraud è la canaglia, ma anche il mendicante: anche nella parlata parmigiana, in effetti, andar a la maroda significa più esattamente ‘elemosinare’).  

Ma in Piemonte, marodé, più che elemosinare, significa appropriarsi di qualcosa. E in un modo non proprio legale, anzi. Ecco dunque svelato il senso di questa espressione tipica della lingua piemontese, oggi andata in disuso, ma rimasta in auge almeno fino a metà del Novecento. Quella della maròda era sicuramente, già a quei tempi, una marachella assolutamente perdonabile, persino dai contadini più burberi e severi, purché ovviamente la frutta razziata rimanesse in quantità contenute e i razziatori non avessero arrecato gravi danni alle piante o ai raccolti.

Più difficile è risalire all’etimologia di questo termine. Secondo alcuni il termine “maraud”, nel senso più diffuso di canaglia, o se vogliamo anche di ladro, deriverebbe dal nome proprio Marald o Maraldo, di origine longobarda (personaggio, questo, evidentemente poco onesto e leale) . Secondo altri “maraud” deriverebbe dal termine semitico “marram”, che significa scure, accetta: nel XIV secolo, in Francia, venivano chiamati marault gli artigiani ambulanti fabbricanti di cofani e cofanetti, maestri d’ascia itineranti, stipettai che si spostavano da un borgo ad un altro in cerca di clienti, e che venivano spesso visti con sospetto perché forestieri.

Un mini raccolto di fragole: la razione di una fanciullesca “maròda”

Non c’era malizia tuttavia in quei ragazzini che si avventavano nei frutteti suburbani per rubare una pesca o una mela. Solo il piacere di commettere una birichinata originata dalla voglia irrefrenabile di un frutto appena raccolto. Del resto, a loro discolpa c’è anche un vecchio proverbio che all’epoca ricordava: “La fruta an campagna a l’é ‘d magna”.  Come dire: se è di zia, è un poco anche mia.

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, ha pubblicato, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio, le monografie "Torèt, le fontanelle verdi di Torino", "Portoni torinesi", "Chiese, Campanili & Campane di Torino" e "Giardini di Torino". Come giornalista, collabora con la rivista "Torino Storia". Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo per Monginevro Cultura le edizioni annuali dell'“Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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