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Le origini alessandrine del “marocchino”, bevanda che tanto piace ai piemontesi

Caldo e a base di caffè, latte montato a crema, cioccolato in polvere, ha tra i suoi lontani progenitori il torinese bicerin. Una storia legata a doppio filo con quella del cappellificio Borsalino

ALESSANDRIA. Non è né un figlio di un dio minore, né una banale variante di un anonimo caffè. È un vero e proprio must, con le sue credenziali, la sua identità, il suo aspetto preciso, e oggi non c’è un locale italiano che non lo abbia inserito nella lista delle consumazioni di caffetteria, accanto all’espresso tradizionale, al caffè con panna, e al ginseng.

Stiamo parlando del marocchino, bevanda di caffetteria oggi diffusa in tutto lo stivale, che ormai da alcuni decenni ha assunto una posizione di primo piano tra le richieste dei frequentatori dei bar e dei caffè d’ogni centro urbano, grande o piccolo che sia.

Ci sono delle volte, chissà perché, soprattutto nei mesi più freddi, che lo preferiamo al caffè, e se ce ne prende la voglia, non c’è caffè cremoso, macchiato o schiumato che tenga: la ghiottoneria del marocchino, quando ti prende, è irresistibile. Ciò che non tutti conoscono, però, sono le innegabili origini piemontesi di questo prodotto di caffetteria: a pensarci bene, è ovvio che sia così, in quanto il suo aspetto organolettico, come i suoi stessi ingredienti, ricordano vagamente (sia pur in miniatura come dose) il nobile, incomparabile, sublime bicerin.

Il primo marocchino della storia pare sia stato servito ad una cappellaia della Borsalino in un caffè di Alessandria, il Caffè Carpano, posizionato proprio difronte allo storico stabilimento della più glamour e gloriosa fabbrica di cappelli al mondo.  

In verità, la donna avrebbe ordinato un caffè macchiato, ma con l’aggiunta di una spruzzata di cioccolato in polvere, perché quel mix di latte, caffè e cacao, le avrebbe fornito l’energia giusta per affrontare una nuova intensa giornata di lavoro. Ne aveva ben donde: quell’operaia restava almeno otto ore alle prese con una macchina a getto di vapore per la stiratura del feltro di coniglio, e doveva seguire tutte le fasi di lavorazione che culminavano con la cucitura finale del marocchino su ogni cappello finito.

Sì, il marocchino: ma non quello da bere, quello non era ancora stato inventato! Sto parlando invece di quei profili di pelle leggera, sfoderata, generalmente di color marrone scuro (o testa di moro, come si diceva allora) utilizzati per cingere le cupole dei cappelli, alla base, dove si diparte la tesa: una sorta di cinturino sottile, su cui veniva annodata la gassa di seta, che rappresentava il tocco finale di impeccabile perfezione che sanciva il completamento di ogni cappello di feltro.

La cappellaia di Alessandria aveva gradito molto quella bevanda tonificante: ma subito dopo, sarebbe corsa in fabbrica, esclamando: “Il marocchino mi aspetta!”, riferendosi appunto alla rifinitura dei suoi cappelli. Ordinò quella stessa bevanda calda anche la mattina seguente, e quella dopo ancora, finché divenne un’abitudine.

In una storica cartolina, il bar alessandrino dov’è nato il marocchino

Il titolare del caffè finì, dapprima, per rivolgersi a lei dicendo: “Il solito marocchino?”, ma poi non glielo chiese neppure più, perché l’ordinazione era diventata per lei una irrinunciabile abitudine.

Comunque, era fatta. Senza saperlo, il titolare del locale aveva creato il nome giusto per quello che sarebbe diventato un richiestissimo nuovo prodotto di caffetteria, sempre più popolare, non solo in quel locale, ma un po’ alla volta in tutto il Piemonte, e più tardi, in ogni caffè dell’Italia intera.

Oggi c’è persino chi il marocchino se lo prepara in casa. Gli ingredienti? Di per sé sono semplicissimi. Il vero segreto sta però, come sempre, nelle dosi e nella combinazione. E quelle, essendo un segreto, nessuno le svela a nessuno: neppure noi agli affezionati lettori di Piemonte Top News. Semplicemente perché non le conosciamo.

Perciò dovrete accontentarvi degli ingredienti:  preparate una dose di caffè (con la napoletana, per chi ancora ce l’ha, oppure con la moka; ma va benissimo anche quello fatto con le capsule dell’apposita macchinetta di famiglia), e poi versatelo in una tazzina, o meglio ancora in un bicchierino di vetro con il manico, da punch per intenderci, preventivamente cosparso di cioccolato fondente in polvere; poi aggiungete del buon latte intero, montato a crema.

Vi aspettavate di meglio? Provate a cambiare le dosi. Oppure rivolgetevi al bar sotto casa. Ma non rinunciate mai, quando vi vien la voglia, a un buon marocchino.

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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