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La storia di Peñarol, la piccola Pinerolo di Montevideo

Il sobborgo della capitale uruguaiana nacque per volontà di Giovan Battista Crosa, un pinerolese che emigrò in Sudamerica nell’Ottocento. Nel tempo quel quartiere s’ingrandì e venne chiamato Peñarol in suo onore. Nel quartiere è nata anche una delle squadre uruguagie più amate e titolate del Paese e fra le più temute in campo internazionale

Pinerolo, l’elegante cittadina piemontese alla porte della Val Chisone, “vanta” uno strano primato: quello di essere forse la più francese delle città piemontesi. Ma non perché rivendica identità geografiche e culturali francofile, ma per il semplice fatto che – essendo posizionata all’imbocco di una valle strategica di collegamento tra il Piemonte e la Francia, la Val Chisone,  –  è stata spesso contesa tra i Savoia e i cugini d’Oltralpe, e per lunghi decenni (sia pure a fasi alterne) ha subito l’occupazione francese. Ai Francesi Pinerolo faceva davvero gola, per potersi garantire il controllo delle frontiere orientali, e magari per farne una testa di ponte per espansioni territoriali al di qua delle Alpi.

Una vecchia stampa di Pinerolo

Il toponimo Pinarolium (pineta) compare la prima volta nel 981, in una bolla con cui l’esercizio dei diritti e dei privilegi sui borghi che costituivano il primordiale nucleo abitato pinerolese, venivano riconosciuti al Vescovo di Torino. Nel 1295, Pinerolo venne eletta capitale dei possedimenti in Piemonte degli Acaja, e tale rimase fino al 1418, quando – estintosi il ramo Savoia-Acaja – la città passò definitivamente ai duchi sabaudi (fu Amedeo VIII a riunire, in quell’occasione, in un solo Stato tutti i possedimenti cisalpini).

Pinerolo subì di nuovo la dominazione francese dal 1536 al 1574; poi tornò ancora in possesso di Emanuele Filiberto di Savoia; e infine, fu nuovamente occupata dalla Francia in virtù del trattato di Cherasco (1631). Il cardinale Richelieu, per evitare quest’altalena di annessioni e di riconquiste, pensò di fortificare la città con la creazione di un donjon che, nelle intenzioni, doveva essere pressoché inespugnabile, e che fu utilizzato anche come prigione per i nemici del re Sole (secondo la tradizione, a Pinerolo, fu tenuta prigioniera la cosiddetta Maschera di ferro, personaggio misterioso e ispiratore di romanzi e di presunti intrighi mai confermati). Ma a nulla valsero i progetti del cardinale: Pinerolo fu riconquistata da Vittorio Amedeo II di Savoia nel 1696, anche se – prima di andarsene – Luigi XIV volle far saltare in aria la piazzaforte e il castello.

Il vecchio locomotore che ha ispirato i colori della casacca del club uruguagio

Ma le aspirazioni francesi, come ben si sa, non finirono lì: nel 1801 il Piemonte venne annesso alla Francia e Pinerolo fu ancora una volta occupata dall’esercito di Napoleone; poi, con la caduta dell’Impero, la città fu restituita al Piemonte e a re Vittorio Emanuele I. Ma c’è dell’altro da raccontare su Pinerolo. Se la storia assegna a Pinerolo molti decenni di influenza d’Oltralpe, l’anima della città è però sempre rimasta piemontesissima. Del Piemonte, la bella cittadina ai piedi delle Alpi Cozie, ha sempre condiviso la storia, le glorie, le gioie ed anche i momenti più difficili. Molti furono i pinerolesi, che nel corso dell’Ottocento e dei primi del Novecento, furono costretti a prendere la via del mare, per cercare al di là dell’Oceano, soprattutto nell’America Latina (in Argentina, in Venezuela, in Uruguay, ecc.), nuove speranze e nuove fortune.

La squadra di calcio che vinse il titolo nel 1905

Tra le migliaia di emigranti pinerolesi che attraversarono l’Atlantico nella seconda metà dell’Ottocento, per giungere alle sponde dell’Uruguay, ce n’è uno molto particolare. Si chiamava Giovan Battista Crosa: per lunghi anni aveva scelto la vita militare, poi, stanco delle fatiche della caserma e degli scontri in battaglia, si trasferisce a Montevideo. Sceglie un quartiere decentrato, un quartiere operaio, staccato dal centro storico, ma vivace e promettente, con molte fabbriche, pulsante di vita. Lì s’insediò, aprendo una “pulperia”: era una specie di bazar, dove si vendeva di tutto, dai generi alimentari alle spezie, dallo zucchero alle candele. Un po’ drogheria, un po’ piòla, e anche un po’ centro sociale: giacché lì era possibile ritrovarsi tra amici, informarsi sulla vita di quartiere, giocare alle carte, mangiare un panino, e persino cantare e ballare insieme ai gauchos e ai payadores. Uruguagi, i più, ma anche molti liguri, siciliani, calabresi, baschi, galiziani, e – appunto – piemontesi.

Fu proprio questa generazione di migranti che fondò verso la fine del XIX secolo la squadra di calcio del Central Uruguay, identificata dalle famose camisete aurinegre (casacche oro-nere), cioè con i colori dell’oro e del carbone: era la squadra più amata dai “tanos” (così erano chiamati gli emigranti italiani), dai minatori di carbone e dai proletari. Molti gli emigranti europei che giocavano in quella squadra. Tra quei forti campioni in casacca aurinegra, militava ad esempio un tal Carlos Scarone, figlio di migranti savonesi, che nel 1911 vinse lo scudetto. La squadra giallo-oro assunse poi ufficialmente il nome di Atlético Peñarol nel 1913. Nel suo straordinario palmares, ci sono ben 52 campionati uruguaiani, 5 coppe Libertadores, e numerose Coppe e Supercoppe Intercontinentali.

Bello sapere che dall’altra parte del pianeta esiste un bario (quartiere) di una grande città come Montevideo che si chiama Peñarol, in onore degli emigrati pinerolesi, e che il “Pinerolo” è una squadra di calcio tra le più titolate al mondo. E allora: Fòrsa, Pinareul!

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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