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Cervo bianco, il millantatore che si spacciava per capo indiano

TORINO. Edgar Laplante era nato nel 1888, ma la maggior parte della gente lo conosceva come Cervo bianco… Il suo costume fa bella mostra di sé in una vetrina del “Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso”, ma non proviene dalle sconfinate praterie del Far West. Più prosaicamente fu acquistato ai magazzini Lafayette da Laplante, alias Cervo Bianco…

Laplante fu quell’abile millantatore che per un certo periodo riuscì a farsi passare per capo indiano, addirittura “principe” da generazioni e con qualche sfumatura sciamanica. Girò mezza Europa ospite dei governi spacciandosi per un “vero” indiano e calamitando l’attenzione di euforiche masse che, qualche decennio prima, avevano accolto il “Buffalo Bill’s Wild West Show”, con le sue atmosfere di un West che ormai era giunto alla fine della sua epopea e del quale non si era ancora completamente impossessato il cinema. Laplante fece la sua comparsa a Torino nel 1924, dove venne accolto con grande riverenza e ammirazione; in città, a causa di non chiari “problemi epatici”, fu però ricoverato presso l’ospedale di San Vito. Dall’ospedale precollinare se la diede a gambe velocemente, poiché su di lui pesava un mandato di cattura della polizia svizzera: Cervo Bianco era Edgar Laplante, di professione truffatore.

Lui, di fatto aveva trasfigurato le sue origini: infatti un po’ di sangue indiano gli scorreva nelle vene. Sua madre era una nativa americana, mentre il padre era un muratore canadese. Nel suo albero genealogico (era nato il 16 marzo 1888 e morirà nel 1944) non vi erano però capi indiani, sciamani e grandi guerrieri. Aveva provato a enfatizzare la sua biografia sposando, nel 1918, una nativa americana di cui si dimenticò molto presto, per risposarsi in Europa con una vedova inglese e poi riuscì ad accasarsi con una benestante di cui ebbe la “sciamanica” capacità di intaccarne il patrimonio senza perdere l’amore della generosa signora. Cervo Bianco, durante i suoi tour, quando si trovava tra la popolazione festante, aveva preso l’abitudine di lanciare soldi alla folla, dispensando mance ai reduci e agli orfani di guerra, accrescendo così la sua aura mitica, ma attingendo sempre dal portafoglio della consorte.

La sua “formazione” indiana era stata sbozzata prima spacciando un intruglio, ovviamente “indiano”, a base di olio di serpente (attività presto interrotta per alcuni contrasti con i tutori dell’ordine), poi in una compagnia sulla falsariga di quella di Buffalo Bill e in piccole apparizioni (naturalmente in veste di pellerossa) in pellicole della Paramount Pictures. Da qui l’idea di diventare effettivamente un indiano e provare a sbarcare il lunario raccontando di un’epopea di cui aveva via via raccolto memorie. Memorie sapientemente condite con invenzioni finalizzate ad autocelebrarsi: un mare magnum di storie che al di là dell’Oceano nessuno poteva mettere in dubbio.

A far crollare il tutto le prime voci sull’effettiva identità di Cervo Bianco e poi i mandati di arresto, le denunce, e via dicendo. Insomma, fu un principe della truffa, che di pellerossa aveva ereditato qualcosa geneticamente, ma senza quel pedigree che lo rese famoso: e così anche per lui si aprirono le porte dei tribunali. Uno dei processi a suo carico si svolse a Torino nell’ottobre 1926: gli sarà comminata una pena di cinque anni, sette mesi e quindici giorni di reclusione; ne sconterà tre e farà anche una sosta nel manicomio cantonale di Medrisio.

Per Mario Carrara, successore di Lombroso, Laplante era “un bugiardo patologico dalla personalità istrionica”. C’è da chiedersi se ai tempi di Cervo Bianco ci fosse già stata la televisione con i tanti talk show che oggi si affastellano nei palinsesti, quale sarebbe stato il suo ruolo? Quasi certamente avrebbe ottenuto una collocazione da opinionista o tronista, continuando a millantare e vendere quel fumo che offusca la mente e ci trasforma in creduloni e facili prede per quanti con la realtà e la fantasia fanno il gioco delle tre carte. Forse però adesso le cose sono peggiorate: ai tempi di Laplante di Cervo Bianco almeno ce n’era uno solo, oggi sono tantissimi, dilaganti, invasivi.

 

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Massimo Centini

Classe 1955, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Tra le attività più recenti: al Museo di Scienze Naturali di Bergamo; ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di design di Bolzano. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino e al MUA (Movimento Universitario Altoatesino) di Bolzano. Numerosi i suoi libri pubblicati in italiano e in varie lingue.

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