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La nobile viticoltura delle Colline Novaresi tra rocce vulcaniche e detriti glaciali

NOVARA. Tra l’imboccatura della Valsesia e la pianura del riso, alla sinistra orografica del fiume Sesia, si estendono i rilievi delle Colline Novaresi, area vocata per la viticoltura, dove, oltre al famoso Nebbiolo, localmente chiamato Spanna (di cui forse è antenata l’uva spinea o spionia citata da Plinio), si coltivano varietà tradizionali a bacca nera come Vespolina, Uva Rara, Croatina, e, tra le uve a bacca bianca, l’Erbaluce, conosciuto anche come Greco Novarese. Da questi vitigni, con il Nebbiolo come protagonista, si ricavano vini blasonati come il Ghemme Docg e le Doc Boca, Fara, Sizzano, mentre sotto l’ombrello della Doc Colline Novaresi si ricomprendono gli altri prodotti vinicoli della zona.

Proprio questo territorio, stretto tra la Sesia e il Ticino, rivendica il primato d’aver accolto, per primo in Piemonte, la coltivazione della vite, importata dall’Etruria tra il VII e il VI secolo a. C. grazie agli intensi e proficui rapporti commerciali che le popolazioni locali, di stirpe celtica, intrattenevano con le tribù italiche, in particolare Etruschi e Piceni.

Le Colline Novaresi sono caratterizzate da antichi terrazzamenti di origine alluvionale che, dalle pendici del monte Fenera (dove è attestata l’unica popolazione di “Vitis vinifera sylvestris” del Piemonte, vera rarità botanica), digradano verso l’alta pianura, costeggiando il corso del fiume Sesia e costituendo, per le condizioni pedoclimatiche, un ambiente ideale per l’allevamento della vite.

La diversa composizione dei terreni, tendenzialmente poveri e poco fertili, ma in grado di esaltare le caratteristiche della vite, influisce sulle caratteristiche dei vini che vi sono prodotti. Nell’area del Boca Doc, che include, oltre al paese di Boca, i comuni di Maggiora, Cavallirio, Prato Sesia e Grignasco, si osservano ad esempio suoli composti da rocce vulcaniche (vulcanite), in particolare porfidi rosa e dorati, derivanti dal “supervulcano fossile” della Valsesia, un caso unico al mondo, attivo circa 290 milioni di anni fa.

Da Ghemme si ammira uno splendio panorama con l’arco alpino in primo piano

Nel terrazzo fluviale, leggermente ondulato e solcato da vallecole e rii minori, con molti lembi sopravvissuti di brughiera baraggiva, i terreni appaiono invece costituiti da un ampio campionario mineralogico, che ben rappresenta la variabilità geologica della zona, dalle sfaldature a base calcarea del Fenera ai detriti del ghiacciaio del monte Rosa. Percorrendo la fitta rete di strade poderali che attraversano il territorio, capita di imbattersi in autentiche sopravvivenze di paesaggio storico: in particolare alcuni degli ultimi esempi rimasti in Piemonte di “alteno”, antico sistema di allevamento in cui le viti “maritate” (appoggiate) agli alberi da frutto (usati come tutori viti al posto dei pali di legno) erano associate alla coltivazione di cereali, e la tecnica di coltivazione alla “maggiorina” (dal paese di Maggiora), giudicata ideale per terreni a notevole pendenza e battuti da forti venti.

L’allevamento alla “maggiorina”, ancora praticato da poche aziende tra Boca e Maggiora, si realizza piantando tre o quattro viti molto vicine, al centro di un quadrato di circa quattro metri per lato, e sostenendone i tralci, lasciati liberi di crescere, a mezzo di otto pali di legno, con l’aggiunta eventuale di un palo centrale. Fu l’architetto Alessandro Antonelli, progettista della Mole torinese, della Cupola gaudenziana a Novara e del santuario del Crocefisso a Boca, iniziato nel 1830, a perfezionare il sistema, ovviando ad alcune criticità, e definendo il giusto grado d’inclinazione dei pali di sostegno, in modo tale che fossero in grado di sorreggere il peso dei tralci carichi d’uva senza rischi di cedimento.  

Nel cuore delle Colline Novaresi, nel territorio comunale di Suno, opera da tempo l’azienda agricola Francesco Brigatti, che fa risalire le sue origini al primo Novecento quando il nonno dell’attuale titolare cominciò ad affiancare ai cereali la coltivazione della vite, sfruttando le colline più vocate del territorio, come il Mötziflon e il Mötfrei (il vocabolo Möt nella parlata locale indica la motta, cioè rilievo, altura), e valorizzando la diversa composizione dei terreni (argillosi nel caso del Mötziflon, limosi-sabbiosi per il Mötfrei).

Sopra e in basso, le attrezzatissime cantine dell’azienda agricola Francesco Brigatti

Dalla vinificazione in purezza delle uve Nebbiolo, con invecchiamento di 24 mesi in botti medio-grandi di rovere di Slavonia e 12 mesi di affinamento in bottiglia, l’azienda ricava il suo vino di punta, il Ghemme Docg, elegante e intenso, dalle note di viole e spezie al palato, battezzato con il nome di “Oltre il bosco”, allusione alla fitta foresta che ancor oggi separa i comuni di Suno e di Ghemme, trasposizione visiva di un’antica rivalità. Il Ghemme di Brigatti, vino dalla robusta “trama tannica” e dall’alta acidità, caratteri che ne decretano la straordinaria attitudine all’invecchiamento, è ottenuto da sole uve Nebbiolo, ma bisogna ricordare che il disciplinare di produzione consente la concorrenza, fino a un massimo del 25%, di Vespolina e Uva Rara.

Dalla selezione dei migliori grappoli di Vespolina, vitigno di limitata diffusione, tradizionale del Novarese e dell’Alto Piemonte (presente anche nell’Oltrepò Pavese), Brigatti ottiene poi il suo “Maria”, vino dedicato alla figlia, fresco e di pronta beva. Il vitigno Vespolina, chiamato anche localmente Ughetta o con altri sinonimi (Nespolina), è caratterizzato dalla presenza nell’uva d’una molecola chiamata “rotundone”, la stessa che entra nella composizione del pepe, e che conferisce quindi al vino quell’impronta speziata tale da renderlo così piacevole e caratteristico. Questa varietà, ritenuta geneticamente vicina al Nebbiolo (A. Schneider), era tradizionalmente considerata come vitigno “miglioratore”, usato insieme con Croatina, Uva Rara e Nebbiolo (ma anche Barbera e Freisa), capace di conferire al vino buona alcolicità, finezza aromatica e colore. Quanto all’etimologia, l’ipotesi più accreditata è che il nome Vespolina derivi dalla particolare attrazione delle vespe per gli acini, ricercati per la dolcezza della polpa.    

Da un diverso vitigno, l’Uva Rara, vinificato in purezza, l’azienda Brigatti ottiene un altro prodotto interessante, il “Selvalunga”, vino di pronta beva e versatile negli abbinamenti, con profumi di ribes, rosa e spezie. L’Uva Rara, in Piemonte coltivata soprattutto nel Canavese orientale, Biellese, Alto Vercellese e Novarese, con tendenza a una graduale contrazione della superficie dedicata per via dello scarso contenuto antocianico delle uve, è menzionata per la prima volta con questo nome, collegato al caratteristico grappolo spargolo della varietà, cioè con chicchi ben distanziati e radi, nelle fonti storiche di fine Ottocento (Giuseppe di Rovasenda dei conti di Melle, 1877).  

Sebbene in diverse aree del Piemonte questa varietà sia conosciuta con altre denominazioni, come Bonarda di Cavaglià, Bonarda novarese, Bonarda di Gattinara e simili, i testi ufficiali hanno preferito catalogarla come “Uva Rara” per evitare confusione con il vitigno Bonarda piemontese e con la Croatina, chiamata “Bonarda” nell’Oltrepò Pavese. Curioso è il nome “Balsamina” o “Balsamea” con cui l’Uva Rara è designata in alcune zone del Piemonte, ad esempio l’Ossola, forse per via del gradevole aroma dell’uva. L’Uva Rara, considerata principalmente uva da mensa per la conservabilità, l’elevato contenuto zuccherino e la moderata acidità, non è per prassi tradizionale vinificata da sola, bensì in unione con altre uve locali, e conferisce al vino riflessi violacei e, pur in assenza di tannicità, un tipico retrogusto amarognolo. 

La produzione di Brigatti è infine completata dai Nebbioli “Mötziflon” e “Mötfrei”, dalla Barbera “Campazzi” e dall’unico vino bianco del campionario aziendale, battezzato “Mottobello” dal nome della collina alle cui pendici si coltivano le uve utilizzate, appartenenti alla varietà Erbaluce. Associato nell’immaginario comune al Canavese, dove genera la Docg Erbaluce di Caluso, pochi sanno invece che l’Erbaluce, localmente noto come Greco Novarese (o Greco di Ghemme), è da tempo immemore coltivato anche sulle Colline Novaresi, dando vita a vini gradevoli che, favoriti dalla composizione dei suoli, combinano note acide e minerali.

Il poetico nome dell’uva, già menzionata da Giovanni Battista Croce, autore nel 1606 d’un libro sui vini della collina torinese, che descrive l’Erbalus (Erbaluce) come “uva bianca cosiddetta come alba luce perché biancheggiando risplende”, sembra alludere alla brillantezza degli acini che, colpiti dal sole quando già maturi, si accendono emettendo riflessi ramati, tanto da apparire come “arrostiti” (come annotava il Croce, l’uva Erbaluce, una volta matura, “diviene arrostita e colorita”). Proprio queste caratteristiche “cromatiche” e di luminosità dei grappoli giustificano gli appellativi di “Uva d’òr”, “Uva rustìa” o “Bianch rustì”, assegnati all’Erbaluce.

Paolo Barosso

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Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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