ScienzeTorino

Cos’è la psicoterapia cognitivo comportamentale: ce lo spiegano all’Istituto Watson

Da sinistra: Michela Arru, Sonja Sabbatino, Stefania Durando, Enrico Rolla, Cristina Monti, Rosanna Tremamondo

TORINO. La nostra esistenza, si sa, è sempre più frenetica e convulsa per la moltitudine di problemi che ci affliggono, ormai quotidianamente, “sollecitati” da impegni di lavoro, relazioni sociali dalle infinite sfumature, e interpretative e comportamentali; ma anche da pubblicità stillicidio, doveri e diritti in continuo contrasto con noi stessi e con il prossimo. A causa di tutto ciò è quasi inevitabile per molte persone ricorrere a quella figura (quasi carismatica) che è lo psicologo. Per saperne di più abbiamo fatto visita all’Istituto Watson di Torino, un Centro specializzato in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale fondato e diretto dal dottor Enrico Rolla, professionista di lungo corso e dalla notevole esperienza (ormai di otto lustri) che, con il suo staff, interviene su pazienti adolescenti e adulti affetti dalle più varie problematiche socio-esistenziali, professionali ed affettive.

Cristina Monti ha fatto il suo ingresso come tirocinante come specializzanda post-laurea, percorso per accedere all’esame di Stato e successivamente all’iscrizione all’Albo professionale. «Le mie motivazioni – spiega – sono state la curiosità e la speranza di poter conoscere “da vicino” questa professione, in quanto all’università la formazione è molto teorica; una formazione che di fatto diventa poi pratica appagando il mio orientamento iniziale, ossia dallo studio della materia all’attività vera e propria a contatto e beneficio dei pazienti».  Un inizio certamente di buon auspicio che va consolidandosi con incarichi di affiancamento e di osservazione delle “strategie” per intervenire sulle reazioni dei pazienti, e quindi di appagamento, come lascia ad intendere, soprattutto dal punto di vista umano.

«Tra i primi pazienti – continua  la dottoressa Monti – ho avuto modo di trattare in team e in forma intensiva il caso di una giovane donna affetta da una particolare forma di fobia…». E quali le prime reazioni a questa sua prima esperienza? «Molta soddisfazione per aver avuto tale opportunità, gestendo un primo caso che per certi versi si presentava “delicato”, affrontato con ansia ma allo stesso tempo cercando di non farla trasparire al paziente, instaurandocon lui un apporto empatico tanto da favorire la soluzione del suo problema… sia pur con più sedute». Il prossimo anno, che concluderà il suo corso di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale sempre all’interno dell’Istituto, cosa si propone per il futuro? «Al termine della specializzazione – conclude –   seguiranno  approfondimenti ed ulteriori conoscenze  come la lettura dei protocolli per i trattamenti, le supervisioni dei casi, e magari ulteriori opportunità formative, peraltro previste dal nostro Ordine professionale».

Rosanna Tremamondo è psicologa e psicoterapeuta strutturata da circa un decennio, ed ha iniziato la sua attività come psicologa facendo valutazioni per progredire sino ad acquisire la pratica di psicoterapia. Ha trattato anche casi “importanti” riguardanti i disturbi di personalità soprattutto “borderline” (DPB) aspetto, questo, caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore, come pure da una marcata impulsività e difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri. «Dal punto di vista terapeutico – spiega – c’é un coinvolgimento che il paziente riversa in quelle che sono le difficoltà emotive ed affettive incontrate nel suo percorso di vita. Ed è difficile lavorare con questi pazienti perché si crea una serie di dinamiche che bisog

Il fondatore dell’Istituto Enrico Rolla

na in qualche modo equilibrare…». Per questi pazienti quante sedute sono necessarie? «Proprio perché l’esperienza dimostra che la terapia cognitivo comportamentale è utile nel trattamento di questi disturbi – precisa – il programma terapeutico richiede un percorso più protratto nel tempo, e pur lavorando per obiettivi, sia a breve che a medio-lungo termine, ciò impegna non poco tanto che la sola prima seduta richiede un’impostazione mirata del trattamento. Si tratta di pazienti la cui età media è di circa 30-40 anni, ed in prevalenza donne; il ceto socio-culturale e professionale è generalmente medio-alto, e quando giungono a noi generalmente sono già abbastanza consapevoli del loro problema».

Di altrettanta decennale esperienza è la psicologa e psicoterapeuta Soja Sabbatino, che ha scelto di lavorare in questo Istituto per acquisire una formazione rispondente ai suoi “ideali” ed esigenze professionali, attraverso la pratica della terapia cognitivo comportamentale. «I casi più “significativi” dal punto di vista umano – spiega – lo sono un po’ tutti; dal punto di vista prettamemente emotivo riguardano tutti quei soggetti che necessitano continue sedute di psicoterapia, per la maggior parte protratte per molto tempo. Tra i disturbi ricorrenti vi sono anche la depressione (maggiore e minore), anche se nel nostro studio non si presentano molti casi, in quanto tendenzialmente sono orientati ad ottenere un trattamento di maggior pertinenza clinico-psichiatrica. Altri tipi di pazienti che giungono alla nostra osservazione sono affetti da bulimia (più raramemnte da anoressia), ma anche da disturbi della sfera sessuale, in genere di coppia». Quanto è difficile, e in quali contesti, esercitare questa professione? «Il nostro lavoro – spiega – tende ad “autonomizzare” il paziente soprattutto se ha problemi di autostima e scarsa fiducia in se stesso, e ciò incide non poco sul nostro intervento tanto che rappresenta uno dei primi obiettivi del nostro modus operandi».

Francesca Sardella, giovanissima, è una new entry. Tirocinante da poco più di un mese, ha scelto la professione di psicologa avendo maturato l’idea anni prima, sui banchi dell’università, con orientamento per la terapia cognitivo comportamentale, che potrà incominciare a praticare dopo aver terminato il tirocinio (nei sei mesi precedenti ha fatto pratica in ospedale nell’ambito della Nurologia, ma senza acquisire specifiche nozioni di psicologia). Essendo approdata all’Istituo Watson, cosa si aspetta da questa professione? «Azitutto – sintetizza – conoscere e capire meglio prima me stessa, imparare la professione nella esatta impostazione operativa e quindi come poter agire di volta in volta… sin dove il paziente si lascia “coinvolgere”, nel rispetto delle sue motivazioni e dei suoi bisogni». Brevi colloqui ma sufficienti per comprendere discipline il cui contributo scientifico e culturale rappresenta, non solo una “riscoperta” dello scibile umano, umanistico ed esperenziale, ma anche le concrete potenzialità terapeutiche per il trattamento (e la “sdrammatizzazione”) delle vicende umane in tutte le loro manifestazioni.

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Ernesto Bodini

Da 30 anni svolge un’intensa attività di free-lance in vari settori: medico-scientifico, socio-sanitario e socio-assistenziale. Come addetto stampa, moderatore e relatore ha preso parte a convegni, congressi, workshop, giornate di studio, master e conferenze in ambito culturale, sociale e soprattutto medico-scientifico. È consulente e punto di riferimento per associazioni e organizzazioni di volontariato.

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