Una donna caritatevole in tempo di guerra: suor Giuseppina De Muro e i suoi carcerati

TORINO. Ogni città raccoglie i segni della storia che la lega indissolubilmente a persone, uomini e donne, coloro che l’hanno vissuta. Targhe commemorative, istituti scolastici che ne ricordano il nome, luoghi, come può essere un cimitero, che ospitano ciò che ne rimane dopo la morte: tutto evoca un passato. Tra queste personalità, una suora ha segnato la vita di molti detenuti presso il carcere “Le Nuove” di Torino.

Si chiamava Rosina De Muro, conosciuta come suor Giuseppina Servente della Compagnia delle Figlie della Carità, e fu attiva dentro la struttura penitenziaria torinese dalla fine del 1925. Nata nel 1903 in Sardegna, e morta nel 1965, fu Superiora delle Consorelle e Responsabile del Braccio Femminile dal 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale. In quegli anni, infatti, diede aiuto ai detenuti politici di ogni credo, salvando ebrei e partigiani italiani e stranieri.

Audace, forte, autorevole, dotata di carità generosa, energia morale, fu infaticabile nelle sue attività sotto il Regime, operando attraverso l’amore e la pace. Prendendo a cuore la sorte dei prigionieri puniti ingiustamente, incontrò personalmente l’allora prefetto Zerbino al fine di ottenere la scarcerazione di oltre 500 detenuti politici delle Nuove, sotto il fuoco dei cecchini che sparavano ai passanti dai tetti delle case semidistrutte dai bombardamenti.

Numerose furono le azioni che la religiosa rivolse verso i bisognosi. Di queste si ricordano: la revoca dell’esecuzione capitale di un padre di famiglia condannato a morte per motivi politici; l’aver salvato un bambino di pochi mesi dalle SS; la liberazione di due coniugi ebrei in fuga dalle persecuzioni razziali. La compassione nei riguardi degli altri si riconosceva anche in gesti amorevoli come sbriciolare le uova sode nelle scatole di medicinali per portarle ai detenuti politici del primo braccio tedesco, trasmettere di nascosto notizie dei familiari ai prigionieri, consolare le madri dei figli fucilati al Martinetto, usare sotterfugi al fine di trasferire in infermeria detenuti politici, offrendo loro un trattamento degno di un essere umano.

Inoltre, utilizzò la musica come mezzo per trasmettere gioia e liberare dal male le sue carcerate. Si occupò della realizzazione dell’asilo nido per i bambini allevati con le madri in carcere, della scuola per imparare a leggere, scrivere e fare conti, di corsi legati alla sartoria, della  “Casa del Cuore” per le donne scarcerate senza casa e lavoro.

Insignita della “Medaglia d’oro al merito della redenzione”, e della “Mimosa d’oro”, morì in carcere nel 1965 , dove volle ritornare dopo aver ricevuto cure per ripetuti ictus nella zona del Lago Maggiore. Il funerale fu celebrato dall’Arcivescovo di Torino, il Cardinal Fossati, che pianse chinandosi sulla bara della suora.

«Era per me una gioia entrare nel suo ufficio, rivestito di legno, profumato di pulito e sempre ingentilito da un vasetto di fiori, e per lei motivo di orgoglio era mostrarci, incassata nel muro, la radio dono di non so chi. E c’erano il nido, la cappella, la lavanderia e il piccolo orto con le erbette… Anche nella malattia le sono stata vicina. Quell’ultima sera di agonia, con la mia mano presa, gli occhi rivolti al quadro di san Giuseppe, mi tirava il maglione a collo alto, quasi pensasse che anch’io non respirassi o quasi volesse comunicarmi che lei non respirava. L’ho accompagnata in chiesa e al cimitero, ma ora il suo ricordo accompagna me», confessò uno dei nipoti di suor Giuseppina De Muro.

 

 

 

Simona Cocola

Giornalista pubblicista torinese, ha iniziato a collaborare per la carta stampata nei primi anni dell'università, continuando a scrivere, fino a oggi, per diverse testate locali. Ha inoltre lavorato in una redazione televisiva, in uffici stampa, ha ideato una rubrica radiofonica, ed è autrice di due romanzi.