Torino, la città più bombardata d’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale

TORINO. A partire dagli Anni Venti del Novecento Torino stava diventando un centro industriale, sede dell’innovazione tecnologica del Paese, e si andavano strutturando complessi manifatturieri, alcuni di una certa rilevanza, quali la Fiat per la produzione di veicoli civili e militari, o l’Upa, una cellula dell’Unpa (l’Ufficio nazionale di protezione antiaerea che si occupava di attuare i provvedimenti relativi all’oscuramento, la protezione, il rifugio e il soccorso della
popolazione.), istituito tra il 1936 e il 1937, e soppresso dopo la fine del conflitto nel 1946, che aveva il compito di fornire alla popolazione approvvigionamenti di maschere antigas, materiali sanitari, costruzione rifugi.

Queste furono alcune delle ragioni per cui bombardare Torino, iniziando il 12 giugno del 1940, due giorni dopo la dichiarazione del duce, Benito Mussolini, riguardante l’entrata dell’Italia in guerra contro Francia e Inghilterra, e il cambiamento delle vie i cui nomi contenevano riferimenti al nemico, come corso Inghilterra, che diventerà corso Costanzo Ciano, e via Marna, che diverrà via Bligny.

Da quel momnento, e fino al 1945, la città sarà la più bombardata d’Italia. L’8 novembre del 1943, poi, Torino subirà la prima grande incursione diurna, compiuta da un centinaio di aerei, che farà 202 morti e 346 feriti durante il primo giorno di scuola per elementari e medie. A seguito delle distruzioni che colpiranno strade, edifici, case, monumenti e quant’altro, arando completamente alcuni quartieri, la fisionomia della città cambierà. «Sembra che una nuvola di fuoco, resa ancor più luminosa dall’oscurità, gravi su Torino»: è in questo modo che Emanuele Artom, partigiano e storico italiano di origine ebraica, vittima dell’Olocausto, descriverà uno dei numerosi bombardamenti.

Questi alcuni tra i luoghi bombardati: monumento dell’Artigliere, isolato compreso tra le vie Bonafous, Gioda (ora via Giolitti) e lungo Po Diaz, Stabilimenti Gilardini, corso Giulio Cesare, via Roma, via monte Bianco, Accademia Albertina delle Belle Arti, via Accademia Albertina 6, Istituto Salesiano Maria Ausiliatrice in Valdocco, via Cibrario, cinema Massimo, via Scarlatti 18, stazione Porta Nuova, ospedale Mauriziano, Casa Benefica, via Principi d’Acaja 40, via San Massimo angolo via Maria Vittoria, Azienda Tranvie Municipali, deposito di corso Regina Margherita 14, corso Orbassano, Palazzo delle Corporazioni, via Mario Gioda (ora via Giolitti) 28, corso Racconigi 60, Galleria Subalpina, piazza Cesare Augusto, corso Regina Margherita angolo via Macerata, corso Vittorio Emanuele II 94.

E ancora: chiesa della Crocetta (Beata Vergine delle Grazie), corso Peschiera (ora corso Luigi Einaudi), piazza Castello e via Pietro Micca, ospedale Molinette, campo sportivo “Torino Calcio”, via Filadelfia, Scuola elementare Michele Coppino, corso Duca degli Abruzzi 45, via San Secondo angolo via Legnano, Teatro Alfieri, piazza Statuto, corso San Martino, via Boucheron, Istituto Magistrale Regina Margherita, via Belfiore 46, Tempio israelitico, via Pio V 12, corso Peschiera, corso Gabriele d’Annunzio (ora corso Francia) angolo via Pietro Bagetti, Aeronautica, corso Italia (ora corso Francia) 366, via Filiberto Pingone, via San Quintino, via Maria Vittoria angolo via san Massimo, via Vassalli Eandi angolo via Bagetti, via Carlo Capelli 33-35, via Sacchi angolo via Pastrengo, via Santa Teresa angolo via San Tommaso, via Lodi, Caffè Raymondi, via Rodi 2 bis, farmacia dell’Ospedale Maria Vittoria, via Cibrario angolo via Medail, via Po, piazza Palazzo di Città, Fiat Lingotto.

In cinque anni la città sarà bombardata più di cinquanta volte. Tra i rifugi antiaerei, il Museo della Resistenza, in corso Valdocco 4, negli Anni Quaranta fu il rifugio aziendale del quotidiano “La Gazzetta del Popolo”, e una mostra multimediale, allestita fino al 30 dicembre prossimo, fa rivivere i momenti dei bombardamenti.
La Seconda Guerra Mondiale, con la firma della resa tedesca nel 1945, e la conseguente entrata degli americani a Torino, sarà ricordata tristemente dalla città anche per un altro terribile fatto: i deportati in treno verso il campo di concentramento di Mauthausen, che una targa commemorativa all’interno della stazione di Porta Nuova non farà mai dimenticare.

 

 

 

Simona Cocola

Giornalista pubblicista torinese, ha iniziato a collaborare per la carta stampata nei primi anni dell'università, continuando a scrivere, fino a oggi, per diverse testate locali. Ha inoltre lavorato in una redazione televisiva, in uffici stampa, ha ideato una rubrica radiofonica, ed è autrice di due romanzi.