TED MARTIN CONSOLI

BIELLA. Ted Martin Consoli nasce negli Usa nel 1990, e a tre mesi è adottato da genitori italiani. Da sempre vive a Biella, e, da che ha ricordi, s’interessa alla musica, suonando prima la batteria e le percussioni, e frequentando, dopo il liceo, il Sae Institute, scuola milanese per tecnici del suono. Qui viene a contatto con la tecnologia più moderna, che gli apre la mente su considerazioni nuove e innovative, invogliandolo a trasferirsi un anno e mezzo a Londra, per approfondire i propri interessi verso l’architettura sonora. Poi, “Identità sonore”, un progetto per fissare sulle cartine geografiche online i suoni dei luoghi, ma anche delle attività umane. Una “biblioteca sonora” dove raccogliere e conservare i suoni degli uccelli, delle acque, di antichi mestieri, tradizioni e attività sportive. Suoni che diventano parte di performance artistiche, teatrali, musicali.

Ted, perché tra i cinque sensi proprio l’udito?

La vita mi ha fatto fare subito un cambio drastico sia acustico sia linguistico. Dal cuore nero pulsante di Atlanta a un’altra città, prestando un’attenzione diversa, come se avessi orecchie differenti, attente a sonorità molto affini a peculiarità più nere. Poi, il viaggio di due anni fa mi ha dato la possibilità di ripercorrere le mie origini sonore, e mi sono sentito a casa, come tornato nella pancia di mia madre in America, un posto a me familiare.

Ricordi il momento in cui ha preso forma il progetto “Identità sonore”?

Parlando, sognando, coinvolgendo più persone e fondendo più percorsi, cambiando forma molte volte, perché il progetto ha la volontà di essere dinamico. Tornato da Londra, volevo fare qualcosa che fosse mio e particolarmente inimitabile. Discutendone con amici, tecnici e universitari, sono stato spinto a ideare un progetto radicato al territorio. Ho conosciuto Anna Calamita, paesaggista e mia ex socia, con cui ho unito una parte analitica, l’architettura, al suono. Identità sonore parte come progetto di mappatura sonora, perché l’architettura è composta da legami e relazioni umane e sonore, e apre le orecchie all’ascolto di un paesaggio fatto di rumori, scoppi, sussurri, fischi, parole e molto altro. Si tratta di un progetto sperimentale finalizzato a mappare il territorio biellese in funzione del suono, avvalendosi di uno speciale microfono a forma di orecchio, e raccogliendo tracce audio del territorio sotto forma di aria, fuoco, terra, acqua, arte.

Come si è evoluto fino a oggi?

Si tratta di un progetto che mette in comunicazione il mio con altri progetti che vanno a esaltare sempre la sfera del sonoro.

Identità sonore è stato il primo progetto rilevante a cui hai lavorato?

No. Il primo grande lavoro è stato “Villascolta”, legato a una location specifica, la dimora storica Villa Cernigliaro a Sordevolo, luogo d’incontri tra il senatore antifascista Franco Antonicelli e Luigi Einaudi, Norberto Bobbio, Benedetto Croce, passati dalle valli piemontesi in quanto distanti dal fascismo più radicato. Il progetto consisteva in un’audioguida, ma seguiva una mappatura ridotta, legata solo alle stanze della villa e al giardino. Facendo un salto temporale, ho riportato i dialoghi a un contesto sonoro, attraverso una ricostruzione dell’epoca, sempre sonora, con musica tipica del periodo fascista.

Ti occupi spesso di lavori che coinvolgono bambini e ragazzi. Ce ne parli?

Soprattutto in estate. Ho sempre fatto l’animatore, tra le altre cose, e ciò mi porta a essere vicino alle tematiche riguardanti il gioco e l’educazione. Penso sia importante far giocare i bambini con i concetti, facendoglieli scoprire, e lasciando a loro la possibilità di raccontare. Quando sono partecipi e dirigono il gioco, i bambini e i ragazzi crescono, e con loro gli animatori e i progetti, come alcuni che porto avanti, ad esempio, con l’Oasi Zegna, in collaborazione con la cooperativa biellese “Tantintenti”, e quello con l’istituto biellese “Bona”.

Il tuo rapporto con i luoghi: ce ne sono alcuni che catturano il tuo interesse “uditivo” più di altri?

Sono così curioso nell’ascolto, che spazio in più luoghi diversi. Ce ne sono alcuni che mi aiutano a studiare, e altri a pensare e a progettare. Ciò che ritengo importante, è che esistono luoghi acustici. L’audio si ascolta in due modi: attraverso l’udito e con il corpo. Il suono ci raggiunge per mezzo delle vibrazioni, le quali sbattono contro il nostro corpo e noi risuoniamo a determinate sonorità, che rimangono impresse dentro di noi. Esistono suoni molto rumorosi, che io ho ritrovato e riconosciuto silenziosi, come alcune città statunitensi che mi hanno riportato indietro con la testa e le vibrazioni.

Sembri un osservatore che ha una visione molto attenta sul mondo, sulle persone, come se avessi un livello di percezione alto. Ti identifichi?

Credo che ritornare indietro e riconoscersi in ritmi e in ascolti che siano diversi da quelli proposti alla massa sia fondamentale. Ognuno di noi si deve fare testimone di percorsi belli, autentici, speciali, e di un cambiamento dei paradigmi umani.

Oltre alla passione per i “suoni”, a cosa sei interessato?

Le mie passioni sono la musica, il basket, il territorio, le tradizioni, stare con gli altri, oltre alla ricerca di un passato che mi renda partecipe e curioso di ciò che è esistito, e testimone di un futuro possibile, andando in montagna con i margari, ad esempio, o curiosando negli archivi sonori.

Se non avessi svolto questa professione, c’è qualcosa, in particolare, che avresti desiderato fare in ambito lavorativo?

Non saprei. Ciò che mi ha spinto a intraprendere la professione di tecnico del suono è qualcosa che ho avvertito appartenermi. Sarà anche per questo motivo che ultimamente mi sto evolvendo in tecnico del suono con taglio più sociale, forse più vicino al mio essere.

In questo momento dove ti sta conducendo la tua vita?

A focalizzarmi solo sull’audio, stando in un campo più affine alle mie caratteristiche e alle tecniche che utilizzo. Il prossimo settembre ci sarà un festival legato al suono, dove parteciperò insieme con agricoltori, attraverso cui si capirà quanto sia importante il suono in agricoltura legato al cibo che mangiamo.

Simona Cocola

Simona Cocola

Giornalista pubblicista torinese, ha iniziato a collaborare per la carta stampata nei primi anni dell'università, continuando a scrivere, fino a oggi, per diverse testate locali. Ha inoltre lavorato in una redazione televisiva, in uffici stampa, ha ideato una rubrica radiofonica, ed è autrice di due romanzi.

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