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Storie piemontesi: ascesa e declino della contessa di Castiglione

Virginia Oldolini Lamporecchi fu una delle donne più affascinanti dei salotti europei di metà Ottocento. Cavour le chiese di sedurre Napoleone III per convincerlo, con le sue grazie e con le sue piccanti performance amorose, ad accrescere la sua simpatia per il piccolo Stato confinante, e a supportarlo nei suoi progetti di Indipendenza

TORINO. Tutti la conosciamo come contessa di Castiglione. Il suo nome da ragazza era Virginia Oldolini Lamporecchi. Cugina del conte di Cavour, era una nobildonna dallo charme irresistibile, una tra le donne più attraenti dello scenario europeo di metà Ottocento. Oltre ad essere contessa di Castiglione Tinella (piccolo borgo in provincia di Cuneo contornato da vigneti di moscato), si fregiava pure del titolo di contessa di Costigliole d’Asti, in virtù del suo sfortunato matrimonio con il conte Francesco Verasis Asinari. L’Asinari, rampollo di un nobile casato piemontese, era cresciuto alla Corte di Carlo Alberto, in quanto suo padre vi svolgeva funzioni di Gran Cerimoniere. Rimasto orfano in tenera età, ne divenne tutore Camillo Benso conte di Cavour, ma il giovane Francesco continuò a vivere a corte, a stretto contatto con i Savoia, facendosi apprezzare per la sua devozione e per il coraggio che, in qualità di ufficiale, seppe dimostrare in battaglia nel corso della Prima Guerra d’Indipendenza. Più tardi, ottenne l’incarico di Primo Scudiero di re Vittorio Emanuele.

Un ritratto della contessa realizzato da Michele Gordigiani nel 1862

Nel 1854, il fascinoso e giovane ufficiale sposò in seconde nozze la bella Virginia, dopo essere rimasto vedovo della prima moglie, la ventiduenne Francesca Trotti di Santa Giulietta. Da Virginia, un anno dopo le nozze, nacque Giorgio, ma quel matrimonio non era nato sotto una buona stella: si trattava di un matrimonio di convenienza, imposto dalla famiglia di lei, perché le avrebbe garantito un titolo e un patrimonio facoltoso, e magari anche una cospicua rendita in caso di divorzio. In effetti, quello si rivelò fin dall’inizio un matrimonio con poco amore, basato su clausole che sembravano ritagliate su misura per un carattere indipendente ed irrequieto come quello della bella Virginia. Oltre al titolo nobiliare, la neo contessa riuscì infatti a farsi assegnare dal marito un cospicuo patrimonio personale di cui poter disporre liberamente, e dal marito ottenne pure la libertà di muoversi a suo piacere nei salotti della più elitaria aristocrazia dell’epoca. Il 25 dicembre 1855, il conte e la contessa di Castiglione e di Costigliole si trasferirono a Parigi, dove Francesco Verasis Asinari aveva ricevuto l’incarico di svolgere alcune delicate missioni diplomatiche.

L’imperatore dei francesi Napoleone III

Il vero scopo di quella missione (in base ad un astuto piano architettato dal conte di Cavour, con il consenso di re Vittorio Emanuele II) non era tanto l’attività diplomatica di cui fu ufficialmente incaricato il conte Asinari. Sempre di attività diplomatica si trattava, è vero. Ma da portare a termine con metodi decisamente non convenzionali, o quantomeno non proprio conformi ai più tradizionali canoni del protocollo della diplomazia: a condurre in porto quella missione, era stata segretamente incaricata la contessa. Cavour sapeva che l’appoggio politico-militare dell’imperatore di Francia sarebbe stato strategico e fondamentale in una ormai imminente guerra del Piemonte contro l’Austria, guerra non ancora dichiarata, ma che lo Stato Sardo andava, nelle intenzioni, preparando. Chi meglio della Contessa di Castiglione avrebbe potuto sedurre Napoleone III, imperatore di Francia, e convincerlo, con le sue grazie e con le sue piccanti performance amorose, ad accrescere la sua simpatia per il piccolo Stato confinante, e a supportarlo nei suoi progetti di Indipendenza, visto che oltretutto si era dichiarato disponibile ad affiancarsi alla Francia e all’Inghilterra nella guerra contro la Russia in Crimea?

In un colloquio privato con la cugina, Cavour fu molto esplicito: “Cercate di riuscire, cara cugina, con il mezzo che vi sembrerà più adatto, ma riuscite”. Virginia colse l’invito senza riluttanza: in fondo ne era lusingata, perché si trattava pur sempre di una delicata missione di Stato, ed esserne coinvolta, e diventarne protagonista, costituiva per lei una sfida ed un onore da eroina.

In un suo diario, pochi giorni dopo, Cavour ebbe a scrivere: “Una bella contessa è stata arruolata nella diplomazia piemontese. Io l’ho invitata a civettare, se le riesce, a sedurre l’imperatore. In caso di successo, le ho promesso che chiederò, per suo fratello, l’incarico di segretario a Pietroburgo. Ieri con discrezione ha cominciato la sua missione, al concerto delle Tuileries”.

Inviata dunque in Francia col preciso scopo di frequentare la corte Imperiale, Virginia non tardò a farsi notare, non solo da Napoleone III, ma pure dall’imperatrice Eugenia de Montijo. Quando la contessa di Castiglione si presentò ad un ricevimento con un vestito tanto trasparente da lasciar intravedere completamente le sottostanti morbidissime curve nude, eccezion fatta per l’inguine, appena protetto da un cuoricino di pezza, Eugenia – non poco piccata – così l’apostrofò: “Signora, voi avete il cuore troppo in basso!!!”. A Parigi le venne messa a disposizione una villa, dalla quale usciva per incontrare Napoleone III, di cui era diventata l’amante. Forse solo una delle amanti. E l’imperatore, dopo un anno, si stufò delle sue grazie. La parabola del successo della Castiglione aveva iniziato a declinare, e poco a poco la bella contessa venne emarginata dalla corte, tanto da esser costretta a tornare in Italia.

Il conte suo marito, indignato per lo spudorato comportamento della infedele consorte, nel maggio del 1856 aveva già fatto ritorno a Torino col figlio Giorgio, e già aveva istruito le pratiche di divorzio. Sarebbe morto dieci anni dopo, poveretto, in seguito ad una caduta da cavallo. Giorgio, vittima del vaiolo, morì invece a Stupinigi, nel 1867, a soli ventiquattro anni.

La stella della contessa di Castiglione era dunque definitivamente tramontata, e le sue finanze ridotte a zero. In più riprese tornò a Parigi, cercando di rientrare nel giro dei salotti à la page, ma questi erano ormai retaggio di più giovani e belle cortigiane. Un altro viaggio in Francia lo effettuò nel 1870, l’anno della presa di Roma e della disfatta di Sedan, che segnò la fine dell’Impero e la definitiva caduta di Napoleone III.

La contessa che aveva sedotto l’Imperatore e garantito un’alleanza politica e militare con il Piemonte, moriva il 28 novembre 1899, nella sua abitazione di Parigi, quasi in solitudine. Si dice che avesse chiesto di essere sepolta con la stessa chemise de nuit, di leggerissimo satin che aveva indossato nella prima notte in cui aveva sedotto l’Imperatore. Avrebbe voluto portare con sé nella tomba anche i suoi raffinati gioielli. Ma le sue disposizioni testamentarie non furono eseguite post mortem, e i suoi gioielli furono prontamente sottratti dagli eredi. I servizi segreti sequestrarono e bruciarono tutta la corrispondenza che la contessa conservava nel suo appartamento e che aveva intrattenuto con le massime personalità del tempo: capi di stato, finanzieri, ministri.

La tomba della contessa al Cimitero Père-Lachaise, a Parigi

Il suo corpo riposa al Père Lachaise, il cimitero monumentale di Parigi, come aveva richiesto re Umberto I. La sua tomba è stata restaurata alcuni anni fa a cura del Premio Grinzane Cavour.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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