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San Lorenzo, la chiesa figlia di un voto di Emanuele Filiberto

TORINO. Il più noto prodigio di liquefazione di sangue di un santo è certamente quello di San Gennaro, miracolo che si ripete tre volte all’anno in precise date ricorrenti, salvo rare eccezioni, che – quando capitano – sono in genere interpretate come un cattivo auspicio. Ma c’è un altro santo il cui sangue si liquefa in un momento preciso dell’anno: il fatto miracoloso accade nella notte tra il 9 e il 10 agosto di ogni anno, in un’ampolla conservata nella Collegiata di Santa Maria in Amaseno (nel Frusinate). È il sangue di San Lorenzo, martirizzato sulla graticola, a Roma, il 10 agosto del 258 d.C., all’epoca delle persecuzioni dell’imperatore Valeriano. La notte tra il 9 e il 10 agosto è ricordata come “la notte di San Lorenzo”, o “delle lacrime di San Lorenzo”, in cui tutti gli innamorati, supini o in piedi, a testa in su, scrutano la volta celeste per avvistare almeno una stella cadente dello sciame delle Perseidi, scintille di luce effimera che – se avvistate si dice possano far diventare realtà i desideri.

A questo santo è dedicata una delle chiese barocche torinesi più belle al mondo: appunto, la Real Chiesa di San Lorenzo, che – com’è noto – si affaccia (peraltro con molta discrezione) sull’aulica piazza Castello.

Ma perché, tra tutti i martiri cristiani, venne scelto proprio questo Santo per dedicargli una chiesa di così rara bellezza? E chi fu a prendere questa decisione? Facile da spiegare: tutto si deve a un voto. Il voto fu formulato dal duca Emanuele Filiberto di Savoia, durante la battaglia di San Quintino contro i Francesi. L’esito di quella battaglia, combattuta il 10 agosto 1557, ebbe un esito favorevole per il Ducato sabaudo, e si rivelò determinante per la riconquista dei territori piemontesi già occupati, da almeno un ventennio, dalla Francia. Dopo la vittoria, Emanuele Filiberto mantenne fede al voto, e fece trasformare la preesistente Chiesa di Santa Maria al Presepe (già Madonna della Neve) in una chiesa di bellezza straordinaria, affidandone il progetto a Guarino Guarini (prete teatino con l’hobby dell’architettura audace, innovativa e stupefacente), che venne convocato a Torino, da Modena, nel 1666. Guarini vi lavorò dal 1668 fino alla consacrazione, avvenuta nel 1680, con una Messa solenne da lui stesso officiata.

Fu nella primitiva Cappella di Santa Maria al Presepe (ora Cappella dell’Addolorata, che funge da ingresso alla Chiesa di San Lorenzo) che venne originariamente accolta e conservata la Sacra Sindone, dopo il suo trasferimento da Chambéry, in attesa che si completasse la stupenda Cappella adiacente al Duomo, destinata a custodirla definitivamente.

La Chiesa di San Lorenzo, gioiello barocco di fulgido splendore, si caratterizza per dei virtuosismi architettonici che sorprendono i fedeli e i visitatori, inducendoli – per l’appunto – alla “stupefazione” (cioè alla meraviglia attonita): le forme estetiche degli interni e dell’ardita cupola, espressione di un “miracolo umano della tecnica”, richiamano al soprannaturale, e inducono chi entra a riflettere sul “miracolo della logica divina” e al consolidamento della propria fede. L’interno, che ingloba gli altari, anch’essi designati dal Guarini, riccamente decorati da marmi policromi, vanta preziosi dipinti, ed è pianta centrale, con otto lati convessi che si aprono sulle cappelle concave degli altari laterali.

Al di sopra di quattro pennacchi, corre una galleria su cui si affacciano otto finestre ovali (che si illuminano in occasione dei solstizi di primavera e d’autunno), intercalate da otto pilastri, dai quali si dipartono i costoloni della volta. Questi, incrociandosi, formano una stella a otto punte: sulla base ottagonale che deriva dall’intersecazione delle linee, poggia l’agile lanterna che dà luce e verticalizzazione alla volta. Le particolarità degne di nota di questa chiesa sono molte, ma – come vedremo  –  ce ne sono almeno un paio che la rendono davvero singolare.

La facciata che non c’è

Vista dall’esterno, la Real Chiesa di San Lorenzo non si presenta assolutamente come un tradizionale edificio religioso (se non fosse per la cupola che la sormonta, peraltro un po’ arretrata rispetto alla facciata); il profilo del suo frontespizio riproduce infatti, armoniosamente e senza soluzione di continuità, quello dei palazzi attigui. Dunque, una chiesa “mimetizzata”, la cui facciata si confonde con quella degli altri edifici di piazza Castello, destinati ad accogliere la Corte (nel Palazzo Ducale), le sedi dei pubblici uffici dello Stato e numerose abitazioni aristocratiche. In realtà, una facciata più confacente ad un edificio di culto, con un portale imponente e attorniato da colonne, era stata prevista nel progetto originario del Guarini, ma non venne mai realizzata. Un compromesso “politico” tra il potere religioso e lo Stato Sabaudo? Un accoglimento “misurato” della presenza della Chiesa nell’aulica piazza, che con la sua architettura scenografica era il simbolo del prestigio dei duchi? Difficile dare una risposta univoca a questi quesiti.  Il rapporto tra lo Stato Sabaudo e la Chiesa è sempre stato, nel complesso, equilibrato e diplomatico, nel rispetto reciproco delle proprie competenze. Ma resta il fatto, curioso e  peculiare, di questo edificio religioso, che si presenta quasi come un trompe-l’oeil, per non spezzare l’armonica architettura d’insieme dell’intera piazza.

Il campanile che non c’è

Un’altra caratteristica che contraddistingue questa chiesa è l’assenza di un campanile. Fatto non esclusivo, ma non così frequente nelle chiese della città. Forse, anche questo, un elemento di mimetizzazione dell’edificio, che ci riporta alle considerazioni che abbiamo poc’anzi formulato.

Sull’estremità superiore della facciata, sul lato sinistro di chi guarda, sopra il quadrante dell’orologio della chiesa, c’è però una minuscola cella campanaria, coperta da una cupoletta di rame, sotto la quale è stata allocata una campana di bronzo, che pare esposta ai quattro venti. Una chiesa, per quanto attigua al Palazzo Ducale, e non troppo in vista, deve pur sempre poter comunicare ai fedeli i momenti di preghiera, e non può rinunciare almeno a una piccola campana per chiamarli a raccolta. Una campana umile, discreta, che – però – ha assunto, da qualche decennio, un grande valore rievocativo.

Dal 1983 – quando sulla facciata della chiesa, all’angolo con Via Palazzo di Città, venne posata una lapide commemorativa in ricordo degli 86.000 soldati italiani che tra il 1941 e il 1943 caddero o furono dispersi durante la Campagna di Russia – ogni sera, alle ore 17.15 precise, quella campana scandisce dieci lenti rintocchi. Il mesto suono di quella campana diventa allora occasione per riflettere sulle tragedie e sulle atrocità della storia,  e per impegnarci a  fare in modo che non si ripetano più. Mai più.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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